Hamas rilascia Shalit

admin | October 18th, 2011 – 9:47 am

Gilad Shalit è libero da una detenzione durata poco meno di duemila giorni. L’ala militare di Hamas l’ha consegnato ai mediatori egiziani a Rafah. Lo ha confermato uno degli uomini che sembra essere stato chiave, in questa storia, e cioè Mahmoud a-Zahar, uno dei vecchi leader di Hamas a Gaza. Shalit si dice indossasse una uniforme, quando è stato consegnato: in un mondo come quello mediorientale, in cui tutto assume un significato, il fatto che Shalit indossi una uniforme, circa duemila giorni la sua cattura, dice molto cose. Che Hamas lo ha considerato un militare, un soldato sino alla fine. Una sorta di POW, prisoner of war. I 477 detenuti palestinesi, nel frattempo, sono stati consegnati dagli israeliani alla Croce Rossa. E a Gerusalemme si sentono i fuochi d’artificio che arrivano da Gerusalemme est, per festeggiare la liberazione dei prigionieri palestinesi: un caso raro, perché qui, i fuochi d’artificio, si sentono la sera, nelle feste di matrimonio.

Lo scambio dei prigionieri, frutto di una mediazione a fasi alterne che va avanti da cinque anni, è dunque divenuto realtà. Una realtà complessa, delicata, frutto di una procedura che sempre solo burocratica, e che invece fa parte dell’assoluta sfiducia che le ‘parti contraenti’ hanno l’una dell’altra. Per seguire le fasi passo passo, conviene dunque collegarsi con i giornali israeliani online, come Ynet, o con Al Jazeera International, che segue da ore lo scambio.

Era cominciato prima dell’alba, in Israele, il trasferimento dei 477 detenuti palestinesi nei punti di raccolta, in vista della consegna di Gilad Shalit  ai mediatori egiziani, e da questi ai militari israeliani. Mentre al valico di Rafah (lato egiziano) si erano recati alcuni dei leader di Hamas. Compreso il numero due del politburo, Mussa Abu Marzouq, protagonista dei due tavoli di negoziato: quello sulla riconciliazione con Fatah, che ha avuto il suo momento mediatico il 4 maggio scorso, con la firma dell’accordo al Cairo, e quello sullo scambio di prigionieri.

Il via libera alla fase più difficile e delicata dell’accordo tra Hamas e Israele è arrivato questa notte. Quando la Corte Suprema israeliana ha emesso il verdetto sui ricorsi presentati da quattro famiglie di vittime del terrorismo palestinese. I tre giudici hanno respinto i ricorsi sostenendo di “non avere spazio per interferire sulla decisione del governo”, come già successo in occasione di altri scambio di prigionieri, e che esprimersi contro l’accordo – anche soltanto su alcuni dei nomi dei palestinesi da liberare – avrebbe significato mettere a rischio la vita di Shalit.

Da quel momento, sono state avviate le procedure per trasferire i 477 detenuti da una parte all’altra di Israele, sotto severe misure di sicurezza che hanno coinvolto – si dice – circa un migliaio di poliziotti. 96 prigionieri sono arrivati a Ofer, il carcere che si trova a est della Linea Verde, ben visibile dall’autostrada 443 che collega Gerusalemme a Tel Aviv passando dentro i Territori palestinesi occupati. L’istituto penitenziario si trova proprio a ridosso di uno dei checkpoint verso la Cisgiordania, quello – peraltro – usato anche in genere dalle missioni diplomatiche. Altri cellulari bianchi, con a bordo il grosso dei detenuti palestinesi liberati, hanno invece lasciato alle sei di stamattina il campo di detenzione di Ketziot nel Negev. Direzione il valico di Kerem Shalom, che immette invece a Gaza, dove le famiglie e le autorità di Hamas hanno preparato i festeggiamenti per il più imponente rilascio di palestinesi mai avvenuto.

Un quinto dei prigionieri palestinesi, dunque, rientra in Cisgiordania. Il grosso viene trasferito a Gaza – alcuni tornano a casa, altri rimangono nella Striscia, lontano dai luoghi d’origine -, e infine per quaranta è stato concordato l’esilio, da passare in tre paesi che si sono dichiarati disposti a ospitarli: Qatar, Siria e Turchia. E i nomi dei tre paesi dicono già molto di un panorama, quello mediorientale, che sta cambiando in fretta.

Breaking news a parte, ci si chiede chi abbia vinto e chi abbia perso in questo scambio di prigionieri, un unicum – per le sue dimensioni – nella storia ultraventennale dello scontro tra Israele e Hamas. Tutti i protagonisti cantano vittoria, e per alcuni versi hanno anche ragione. Ha ragione Benjamin Netanyahu, che si guadagna un successo di immagine poco prevedibile, appena tre settimane fa, quando Mahmoud Abbas li aveva rubato la scena all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Netanyahu si guadagna un consenso interno inatteso, e peraltro nella festività di Sukkot, la più sentita del calendario ebraico, almeno in Israele.

Anche Hamas può dire di cantare vittoria, perché è riuscita a far dimenticare in fretta la battaglia per il riconoscimento dello Stato di Palestina all’Onu, riportando a casa – almeno per il momento – circa 500 detenuti palestinesi con pene pesantissime da scontare. Con la promessa, poi, di fare uscire dalle carceri israeliane altri 550. Un successo “nazionale”, senza dubbi, com’è stato costretto a dire anche Tawfik al Tirawi, ex capo dell’intelligence dell’ANP, sul cui curriculum pesa l’accusa di aver avuto la mano durissima contro Hamas in Cisgiordania.

L’unica perdente, in questa partita, sembra l’ANP di Ramallah, che ha subito un accordo, senza poterlo più di tanto contrastare e minimizzare. Il dossier dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane (seimila, dicono le ultime statistiche) è troppo importante, per l’intera società, in Cisgiordania, a Gaza, a Gerusalemme, per poter essere svilito. Mentre Hamas contrattava lo scambio dei prigionieri, nelle carceri era in corso uno sciopero della fame che, dopo 3 settimane, si è interrotto solo ieri. Perché nell’intesa c’è anche la promessa, da parte di Israele, di fermare la pratica dell’isolamento dei detenuti.

L’accordo, però, è soprattutto il risultato di tre debolezze. Ma ne parlo nel post successivo. A tra poco…

http://invisiblearabs.com/?p=3733

 

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