HANA SHALABI: LA PUNIZIONE CONTINUA

A seguito di un accordo con Israele la prigioniera politica Hana Shalabi ha posto fine allo sciopero della fame durato 43 giorni. Un rilascio ambiguo e punitivo. Ieri la donna è arrivata nella Striscia di Gaza dove rimarrà in esilio, lontana dalla sua famiglia, per tre anni.

RICHARD FALK*, 02 aprile 2012 – Dopo Khader Adnan, Israele ha presumibilmente deciso di scendere a compromessi con Hana Shalabi al suo 43° giorno di sciopero della fame in protesta contro la detenzione amministrativa e il terribile trattamento da lei subito. Il concetto di ‘compromesso’ adottato da Israele è difficilmente distinguibile dall’imposizione di un’ulteriore ‘punizione vendicativa’. Come altro si può definire l’illegale decisione adottata da Israele di esiliare (non si può parlare tecnicamente di deportazione in quanto la giovane sarà mandata in una località all’interno dei Territori Occupati Palestinesi) Hana Shalabi per tre anni nella Striscia di Gaza, lontana dal suo villaggio natale di Burqin situato nel nord della Cisgiordania e distante dalla sua famiglia straziata dal dolore? La sorella maggiore Zahra qualche giorno fa ha affermato, “Non voglio renderla immortale, voglio solo che continui a vivere.” Ci possiamo unire a lei nel suo sollievo per il fatto che Hana Shalabi non è entrata a far parte dell’onorevole circolo dei martiri palestinesi. Ma, trasferire una persona in condizioni fisiche critiche in una prigione appena più grande di quella dov’è stata rinchiusa in quanto detenuta israeliana – così Gaza è infatti stata descritta durante i suoi lunghi anni di isolamento e blocco – e chiamare questo rilascio ‘libertà’, significa prendersi gioco non solo della parola ‘libertà’ ma anche di dare un’interpretazione erronea del termine ‘rilascio’.

Hana Shalabi è stata recentemente paragonata a Winnie Mandela, esiliata in una località remota di Branford in Sud Africa e da lì impossibilitata ad uscire, come punizione per la sua resistenza non violenta e militante contro quel regime di apartheid, che fece poi prigioniero il marito Nelson Mandela. Quando ebbi l’opportunità di incontrarla e passare del tempo con lei nel 1968, un paio d’anni prima del suo forzato esilio, Winnie Mandela vantava una personalità raggiante e magnetica caratterizzata da un profondo impegno politico inneggiante giustizia ed emancipazione dal razzismo, ma pure una presenza gioiosa che, nonostante fosse vittima dell’apartheid, credeva fermamente nel miracolo della vita. Quando fece ritorno dall’esilio, Winnie Mandela era più radicale, acre, coinvolta in violente strategie di opposizione, e specchio dell’alienante impatto che su di lei aveva avuto lo sforzo punitivo del governo sud-africano a renderla piccola e marginale. Questa parte della storia post-esilio di Winnie Mandela non dev’essere scordata. Così come neppure il fatto che fosse stata esiliata quando le sue condizioni fisiche non erano neanche lontanamente paragonabili a quelle di Hana Shalabi – che sta cercando di rimettersi in sesto dopo un lungo sciopero della fame. Ancora, alla figlia più giovane di Winnie Mandela, Zinzi, fu concesso di accompagnare la madre in esilio, mentre Hana Shalabi, che in virtù delle sue condizioni fisiche precarie non può essere considerata una minaccia politica o di nessun altra natura, sarà costretta alla separazione totale dai suoi cari. Israele ha perciò aggravato il crimine della detenzione amministrativa compiendo questo ulteriore, gratuito e vendicativo, gesto.

L’Articolo 49 della Convenzione di Ginevra dice: “I trasferimenti individuali o di massa, come pure le deportazioni di persone protette dal territorio occupato a quello del potere occupante, o a quello di qualsivoglia paese, occupato o no, sono proibite a prescindere dalla motivazione. L’intento è chiaro, sebbene la lingua possa lasciare spazio a disquisizioni legali. E’ la Striscia di Gaza un altro paese? Israele stesso afferma che il suo distacco da Gaza avvenuto nel 2005 lo solleva da ogni responsabilità. Sotto ogni punto di vista l’ordine di messa al bando d’Israele sarà attuato con ancora maggior forza, non permettendo ad Hana Shalabi di lasciare Gaza e neppure di entrare in Cisgiordania dove risiede la sua famiglia. In aggiunta, a causa delle restrizioni sul movimento, la sua famiglia non potrà farle visita a Gaza. Di conseguenza, si tratta di una forma di ‘punizione collettiva’ perché alla pena di Hana Shalabi si aggiunge quella della famiglia, alla quale sarà negata l’opportunità di darle aiuto e amore durante quello che sarà un lungo e difficile periodo di ricovero. In tal senso, anche lo spirito e la qualifica dell’Articolo 27 della Quarta Convenzione di Ginevra sono stati violati nel suo arresto, detenzione e, ora, rilascio: “Persone protette sono autorizzate, in tutte le circostanze, a rispettare la propria persona, onore, diritti familiari, convinzioni e pratiche religiose, usi e costumi. Devono essere trattate sempre con umanità, e in particolare devono essere protette contro tutti gli atti di violenza e minacce e contro gli insulti e la pubblica curiosità.” Negare a Hana Shalabi sia il diritto di essere visitata durante la detenzione nell’ospedale interno alla prigione israeliana prima che l’ordine di ‘deportazione’ fosse implementato, che ai Medici per i Diritti Umani e ad Addameer l’opportunità di esaminarla e parlarle, evidenzia la glaciale freddezza dell’amministrazione delle prigioni israeliane.

Soldati israeliani sparano contro i manifestanti, Giornata della Terra (foto, Luca Salerno)

Sta al movimento di solidarietà palestinese fare in modo che l’esperienza di questi scioperi della fame palestinesi non cada nel nulla. Nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere vista in un secondo momento come una delle prime manifestazioni di una Primavera Palestinese. Nella peggiore, dovrebbe assurgere a momento chiave di un’intensa campagna contro la pratica della detenzione amministrativa nei Territori Occupati Palestinesi, come anche contro le abusive procedure d’arresto e le generali condizioni di prigionia che sono normalmente a cura della autorità militari israeliane.

Per finire, questo ambiguo e punitivo rilascio di Hana Shanabi è stato concordato non solo in concomitanza con il 43° giorno del suo sciopero della fame ma pure alla vigilia della 36° commemorazione della Giornata della Terra da parte degli attivisti palestinesi in Israele e nella Palestina occupata. E’ importante ricordare che quel medesimo giorno del 1976 Israele uccise sei cittadini palestinesi di Israele che stavano protestando, violando un coprifuoco emesso dalle autorità, l’espropriazione della loro terra da parte di Israele. Le proteste durante la Giornata della Terra 2012, soprattutto in prossimità del checkpoint di Qalandiya, sono state sedate con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua, e hanno ferito alcuni dimostranti palestinesi. Due attivisti palestinesi, Sam Bahour e Jafar Farah, che vivono in Cisgiordania, hanno riassunto la situazione come segue: “Dopo le rivoluzioni arabe, c’è consapevolezza dell’importanza della partecipazione popolare. Questo ha scosso i regimi arabi, e ora sta intimorendo il governo israeliano.”

Questi scioperi della fame, accresciuti dai simbolici scioperi scoppiati all’interno delle prigioni israeliane, in Palestina, e nel resto del mondo, come anche dalle vibranti proteste durante la Giornata della Terra e dal movimento globale del BDS, sono tutti segni di un risveglio palestinese che raccoglierà sempre più influenza politica a mano a mano che prende slancio. Questo è ciò che mi auguro per l’anno a venire.

* Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese sul sito Foreign Policy Journal ed è stato tradotto in italiano da Elena Viola per Nena News.

http://nena-news.globalist.it/?p=18294

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