“Hanno detto che se Israele non fosse una democrazia, a quest’ora saremmo tutti morti”. La testimonianza di Laura Arau

di Maria José Esteso Poves – Redazione   Venerdì 9 novembre 2012 – n. 185

Foto di Joan Arriba – L’arrivo di Laura Arau in aeroporto a Barcellona

INTERVISTA | LAURA ARAU RACCONTA L’ABBORDAGGIO AL VELIERO DELLA FLOTILLA E LE MINACCE DI ISRAELE

Il 20 ottobre, i 30 attivisti di Freedom Flotilla 3 sono stati assaltati in acque internazionali, detenuti e minacciati da Israele. La comunità internazionale non ha condannato questa azione illegale. 

 

 

Laura Arau è una delle 30 persone che, il 20 ottobre, hanno tentato, a bordo di Estelle, di raggiungere le coste di Gaza e rompere così il blocco illegale imposto alla sua popolazione da Israele. Questo è il terzo anno che Laura si imbarca sulla Freedom Flotilla. La barca è stata abbordata di nuovo in acque internazionali. Questa volta non ci sono state vittime, ma l’equipaggio è stato arrestato con violenza e trasferito in prigione. Laura Arau è rimasta quasi due giorni in una cella ed è stata più volte interrogata sotto minaccia. Né il governo spagnolo né la comunità internazionale hanno denunciato questi fatti.

DIAGONAL: Perchè ti sei imbarcata di nuovo, per la terza volta, su un’imbarcazione diretta a Gaza?

LAURA ARAU: Perchè è necessario denunciare attraverso l’azione civile che il governo israeliano viola in modo permanente i diritti umani e i trattati internazionali. La prima flotilla nel 2010, per la quale è appena iniziato un processo in Turchia, Paese a cui appartenevano i nove attivisti assassinati, è stata una delle azioni congiunte più importanti degli ultimi 30 anni. Bisogna anche ricordare che prima si sono fatte altre flotille, come quella del 2008, quando 44 persone di 13 Paesi hanno rotto il blocco navale su Gaza per la prima volta in 41 anni; e altre barche di Free Gaza. Nel 2011,  Guernica è stata bloccata in Grecia. Quest’anno la flotilla era composta da 30 persone da Svezia, Norvegia, Francia, Grecia, Italia, Israele e Spagna, e sapevamo che lo scenario a cui andavamo incontro, quasi sicuramente, era un altro abbordaggio.

D.: Qual è stato il tragitto di Estelle?

L.A.: Estelle è stata acquistata in Finlandia e ristrutturata in Svezia, da dove è salpata tre mesi fa. Da lì è stata in Norvegia, Francia, Spagna. Durante il viaggio ha fatto tappa in vari porti, tra cui San Sebastián, Bermeo, Santa Pola, Alicante e Barcellona. Dopo un’altra tappa in Francia, è arrivata a Napoli il 6 ottobre, da dove siamo partiti. Le reazioni in tutte le città in cui Estelle ha fatto tappa durante questi tre mesi di viaggio sono state molto positive, sia da parte degli attivisti della solidarietà, sia da parte di altre persone che non conoscevano l’iniziativa e si sono avvicinate per conoscere la barca. A Barcellona, per esempio, la Flotilla ha avuto una enorme ripercussione sociale e la gente voleva sapere cosa sta succedendo a Gaza e il motivo della missione.

D.: Com’è avvenuto l’abbordaggio della barca?

L.A.: La mattina del 20 ottobre, dopo 15 giorni di navigazione, a 50 miglia da Gaza, abbiamo iniziato a vedere le navi dei militari israeliani. Alle 10.15, si sono avvicinati. Prima hanno preso contatto via radio e ci hanno detto che la Striscia di Gaza è bloccata e ci hanno invitato a consegnare a loro i materiali per trasportarli per via aerea. Abbiamo risposto che eravamo diretti a Gaza a incontrare i nostri amici. La comunicazione dei telefoni satellitari a quel punto si è interrotta e militari incappucciati hanno iniziato l’assalto della barca. Quel giorno sapevamo che potevamo essere abbordati,  siamo stati guidati dalle informazioni pubblicate dai media israeliani e dai movimenti di alcune ambasciate di paesi che avevano propri cittadini nel’equipaggio di Estelle.

Un giorno prima abbiamo preparato la resistenza nonviolenta. Secondo il diritto della navigazione, qualsiasi imbarcazione che pensa di poter essere abbordata, per esempio quando si è obiettivo di un atto di pirateria, può difendersi, ma per noi era chiaro che il nostro atteggiamento sarebbe stato quello della resistenza passiva. Loro sono arrivati armati fino ai denti: cannoni ad acqua, altoparlanti che emettono frequenze sonore destabilizzanti, che sono utilizzati in Palestina, e pistole che provocano scariche elettriche… Queste sono state le armi che hanno usato contro di noi, che ci stavamo suddividendo in gruppi sulla barca. Hanno colpito anche i parlamentari europei che viaggiavano con la flotilla. Alla fine sono riusciti a sottomettere tutti i gruppi e sono entrati in sala macchine, ma la barca non funzionava perchè avevamo rimosso vari pezzi del motore. Per questo ci abbiamo messo nove ore ad arrivare al porto di Ashdod.

D.: Il governo di Israele assicura che non ha usato violenza?

L.A.: Sono state usate armi e gli interrogatori sono stati fatti con velate minacce, a uno dei deputati greci hanno puntato una pistola alla testa perchè lasciasse le impronte digitali…

D.: Che domande hanno fatto durante l’interrogatorio?

L.A.: Quando siamo arrivati al centro di detenzione, verso mezzanotte, ci hanno interrogato per sette ore, ad intermittenza. Ci portavano in cella e ci venivano a riprendere per le dichiarazioni. Nel mio caso, mi interrogavano sempre uomini più anziani, che per prima cosa mi hanno fatto domande personali come “Chi è il tuo compagno?” o “Hai una relazione amorosa con qualcuno della barca?”, ecc. Poi, un altro tipo di commenti che erano più riflessioni, come: “Se Israele non fosse una democrazia, a quest’ora sareste tutti morti” o “Perchè non andate in Siria?”, “State attentando al nostro onore”. Io mi sono sempre appellata a una legge che esiste lì, chiamata “legge del silenzio”. Anche così mi hanno sottoposto a vari interrogatori.

La cosa più dura è stata la violenza verbale e l’ “ambiente”. Mi portavano in una stanza con poca luce, e durante l’ultimo interrogatorio mi ricordo che la scena sembrava presa da un film sulla dittatura: entrando, c’era una enorme bandiera di Israele sulla parete di fronte e poco più in là un uomo truce, anziano, che mi chiedeva sempre la stessa cosa. La sola cosa che ho detto è stato il mio nome, cognome e nazionalità. Inoltre, ho rifiutato di firmare la mia espulsione, perchè il documento diceva che avevamo fatto ingresso illegale… Mi riportarono in cella.

D.: Qual è il bilancio che Rumbo a Gaza fa dell’azione?

L.A.: Non siamo arrivati a Gaza, ma l’importante è la solidarietà e richiamare l’attenzione del mondo sulla situazione della Palestina. Le flotille sono anche azioni politiche, soprattutto in un momento in cui l’Unione Europea ha appena firmato un accordo commerciale preferenziale con Israele, contrario al diritto internazionale, e Netanyahu ha appena annunciato (la costruzione di n.d.t.) 800 nuove case di coloni e l’esercito sta intensificando le vessazioni sulla popolazione di Gaza.

Fonte:

http://www.diagonalperiodico.net/Dijeron-que-si-Israel-no-fuera-una.html

Traduzione di Elena Bellini

We are all on the Freedom Flotilla 2

https://www.facebook.com/pages/We-are-all-on-the-Freedom-Flotilla-2-News/157392614337212?ref=hl

 

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