‘Hanno distrutto tutto’: la guerra lunga decenni di Israele contro i beduini Jahalin

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16 giugno 2018

Espulsi dalle forze israeliane dal Negev, poi costretti a vivere vicino a una discarica, i beduini Jahalin hanno perso le loro case ancestrali e il loro tradizionale modo di vivere. L’imminente trasferimento forzato di Khan al-Ahmar è solo l’ultima lotta nella storia di privazione della tribù beduina

Di Joshua Leifer
13 giugno 2018

Appena fuori la città palestinese di Eizariya nella Cisgiordania occupata, sul lato di una autostrada trafficata, è situata una serie di piccoli appezzamenti di spazzatura sparpagliata. Rimasugli piegati di tubi di metallo sporgono da pile di lattine accartocciate e bottiglie rotte. Sacchi di plastica triturati svolazzano nel vento quando le macchine vi corrono accanto. Camion della spazzatura scaricano il loro carico tossico alla discarica di Abu Dis appena a 500 metri di distanza. Il tanfo della spazzatura che brucia rende l’aria pungente.

Quest’area è conosciuta come Jahalin West, dove il governo israeliano progetta di trasferire forzatamente i 181 residenti di Khan al-Ahmar, un borgo di beduini palestinesi che affrontano un’imminente demolizione.

L’Alta Corte di Israele nel tardo maggio ha sentenziato che il governo poteva riallocare gli abitanti di Khan al-Ahmar malgrado la loro opposizione al sito di ricollocamento pianificato. Mentre scriviamo, i residenti di Khan al-Ahmar dicono che hanno intenzione di restare sulla loro terra – anche se i bulldozer dell’esercito demoliranno le loro case e la scuola che serve i bambini del villaggio e quelli dei villaggi circostanti.

Porteresti la tua famiglia a vivere in quest’area, vicino alla discarica?“, chiede Eid Abu Khammis, il portavoce della comunità di Khan al-Ahmar, pochi giorni dopo la decisione della Corte.

Cosa esattamente aspetti i beduini di Khan al-Ahmar resta incerto. Se l’esercito andasse domani a demolire il villaggio, “sarebbe una sorta di punto morto e la questione sarebbe chi capitolerebbe per primo“, dice Jeremy Milgrom, un membro di Rabbini per i Diritti Umani che ha lavorato con le comunità beduine nell’area per decenni.

Se i residenti di Khan al-Ahmar restassero sulla loro terra contro i desideri del governo, l’esercito potrebbe dichiarare una zona militare chiusa e arrestarli, aggiunge Milgrom. Potrebbero disperdersi e cercare una nuova terra da qualche altra parte.

Ad oggi, nessuna ristrutturazione è stata fatta al sito di Jahalin West nell’imminenza delle demolizioni pianificate. Nessuna infrastruttura, niente acqua, o elettricità. Nessuna casa a modulo temporaneo li aspetta, come quelle dei coloni israeliani fuori dall’avamposto di Nativ Avot spostati martedì dopo che la polizia israeliana li ha sfrattati.

Khan al-Ahmar sta combattendo i tentativi del governo israeliano di demolire il villaggio e ricollocare i suoi abitanti da almeno un decennio. Facendo questo, esso è diventato a livello internazionale un sito riconosciuto di opposizione al trasferimento forzato da parte di Israele dei palestinesi fuori dall’Area C della Cisgiordania, che è sotto il pieno controllo militare e civile di Israele, e dove ai palestinesi è effettivamente proibito di costruire case e scuole. Altri villaggi in Area C, come Susiya nelle South Hebron Hills, sono stati il punto focale di simili campagne contro i piani di demolizione e sfollamento forzato.

In passato, la pressione delle diplomazie americane ed europee si sono succedute nell’evitare le demolizioni che sembravano imminenti. Nelle settimane dalla decisione dell’Alta Corte, Khan al-Ahmar è di nuovo diventato un sito di attività frenetica, tra cui proteste e conferenze stampa, ed attivisti e giornalisti israeliani ed internazionali hanno guidato su e giù per la strada non pavimentata che conduce al villaggio.

La lotta di Khan al-Ahmar è l’ultimo capitolo nella storia lunga 70 anni della tribù beduina dei Jahalin di privazione e ricollocamento forzato da parte del governo israeliano. Attraverso la strada dagli appezzamenti pieni di rifiuti concepiti per i residenti di Khan al-Ahmar c’è il piccolo paese di Arab al-Jahalin, conosciuto anche semplicemente come al-Jabal – in arabo, la montagna. Una schiera irregolare di case di cemento e di case semi-pavimentate, al-Jabal è dimora per circa 1500 persone, tutte beduini Jahalin che sono stati espulsi dai loro villaggi nelle colline circostanti durante i due decenni passati.

Prima dell’istituzione di Israele, i Jahalin vivevano nella zona di Tel Arad nel Negev, situato nell’attuale Israele. Dopo la guerra del 1948, l’esercito israeliano li costrinse fuori dai loro villaggi e in Cisgiordania; si stabilirono sulle colline di roccia rosea di quello oggi è noto come Mishor Adumim. Quando Israele occupò la Cisgiordania nel 1967, i Jahalin si trovarono di nuovo alla mercé delle IDF.

Negli anni ’90, il governo israeliano giunse a vedere i Jahalin, che per lo più vivevano in villaggi non riconosciuti senza acqua corrente o elettricità, come un ostacolo ai loro piani di espansione. Iniziando nel 1997, Israele demolì tre dei loro villaggi e trasferì forzatamente gli abitanti in quello che ora è al-Jabal, dove appena 12 famiglie Jahalin vivevano a quel tempo.

Dopo essere stati espulse e trasferite in autobus nelle loro nuove case di al-Jabal, ogni famiglia ricevette un container in cui vivere, e dove vissero per oltre tre anni. Un rapporto delle Nazioni Unite del 1998 condannò “il modo in cui il Governo di Israele aveva dato casa a queste famiglie in vani container di acciaio in una discarica ad Abu Dis, in condizioni di vita subumane“.

Le autorità israeliane sfollarono altre 35 famiglie Jahalin a febbraio 1998, e nel 2007, altre più di 50 famiglie che vivevano alla periferia di al-Jabal furono incorporate senza essere sfollate.

Salah, un uomo di mezza età con un ampio sorriso, era giovane quando fu trasferito forzatamente ad al-Jabal nel 1998. I bulldozer vennero al villaggio con centinaia di soldati e poliziotti, ricorda. “Distrussero tutto“.

Un cortometraggio fatto alla fine degli anni ’90 sui Jahalin documenta la demolizione: la polizia che trascina le persone fuori dalle loro case, spingendole e picchiandole, i bulldozer dell’esercito che trasformano le baracche del villaggio in cumuli di macerie. Quando arrivarono ad al-Jabal, ricorda Salah, non c’era niente; ci vollero più di due anni per costruire abitazioni appropriate e più di cinque per collegare le nuove case all’elettricità.

Anche adesso, non siamo ancora felici“, dice Salah, 20 anni dopo l’espulsione. “Ci manca il nostro vecchio modo di vivere“.

Mohammed, uno dei figli di Salah, tira fuori il suo cellulare per mostrarci una fotografia di suo padre che accudisce il suo gregge. “Questo è papà con le pecore, vuole vivere così”.

L’espulsione forzata da parte del governo israeliano dei Jahalin dai loro villaggi ha fatto più che semplicemente ricollocarli; ha distrutto il loro tradizionale modo di vivere. Un popolo abituato a pascolare liberamente capre e pecore su e giù per le colline del deserto della Giudea deve ora trarre la propria sussistenza confinato in ovili di pochi metri quadrati.

La perdita della libertà richiesta per la pastorizia significa che la comunità ha perso quella che una volta era la principale risorsa di sussistenza. Negli anni successivi agli Accordi di Oslo, i Jahalin sono stati forzatamente trasformati da una comunità mobile pastorale in una forza lavoro urbana industriale.

Oggi, la maggior parte degli uomini di al-Jabal lavora come manovali nella confinante città di Eizariya o nei circostanti insediamenti coloniali, costruendo le case per le persone che li hanno espulsi dalle loro.

Iyad, 30 anni e padre di due figli, era un bambino quando Israele demolì il suo villaggio per costruire un nuovo quartiere nell’insediamento di Maale Adumim. Indica i paralleli tra la distruzione del suo villaggio e il destino che attende Khan al-Ahmar.

Allora era il Ramadan, ora è il Ramadan“, dice. Khan al-Ahmar, aggiunge Iyad “è come un campo per rifugiati“. E non è ottimista circa il suo destino. “Quello che è successo a noi succederà esattamente a loro“.

Funzionari ONU hanno condannato il piano di demolizione e trasferimento forzato di Khan al-Ahmar. Il direttore UNRWA delle Operazioni in Cisgiordania, Scott Anderson, ha avvertito che il piano del governo israeliano, se eseguito, “sarebbe una grave violazione della Convenzione di Ginevra.

Pochi giorni dopo che la Corte ha dato luce verde a demolire Khan al-Ahmar, Eid Abu Khammis siede in una tenda dove sta accogliendo attivisti e giornalisti internazionali per tutto il giorno. Con il telefono in una mano, una sigaretta nell’altra, controlla le notizie, scuotendo la mano mentre fa cadere la cenere a terra.

Il villaggio è tranquillo, forse per la prima volta dal mattino. Un senso di disperazione comincia a riempire il silenzio. Allora Abu Khammis guarda e fa un gesto, con la sigaretta accesa nella mano, verso i tetti di mattoni rossi di Maale Adumim in lontananza.

Vedi quelli”, dice. “Io ero là prima di quelle città

Oren Ziv ha contribuito a questo rapporto

972MAG.COM

‘They destroyed everything’: Israel’s decades-long war against the Jahalin Bedouin | +972 Magazine

Expelled by Israeli forces from the Negev, then forced to live next to a garbage dump, the Jahalin Bedouin have lost their ancestral homes and their traditional way of life. The impending forced displacement of…

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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