Hebron, cronaca di una giornata come le altre

adminSito  lunedì 8 ottobre 2012 08:06

 La quotidianità della città del sud della Cisgiordania spaccata in due, con pesanti restrizioni per i palestinesi che vivono nel settore occupato dai coloni israeliani.

di Khader Abu Sara

Hebron, 8 ottobre 2012, Nena News – Non toccate questi bambini. Lo dicono le maestre della scuola Kurtuba, in piena zona occupata dai coloni israeliani a Hebron (area H2), con solo uno stretto passaggio per accedervi, con i soldati che la controllano sopra e sotto, con il passaggio obbligato dal posto di blocco militare 56.

Ma il 24 settembre le maestre si sono trovate letteralmente assediate all’interno della scuola, con un reparto militare israeliano che ha circondato la scuola, usando anche cani, pretendendo di trovare due ragazzi che, dicevano, avrebbero lanciato pietre contro i coloni. “Questi bambini sono sotto la mia tutela, non si toccano”, diceva la maestra, ai due soldati entrati nella scuola. “Siete tutti, anche voi maestre, sotto la mia tutela”, rispondeva l’ufficiale.

La maestra che ci racconta l’accaduto è giovane e non alta. Mi immagino la figura del soldato armato fino ai denti, enorme nel suo giubbotto antiproiettile, con il suo casco che lo fa sembrare ancora più alto e il solito fucile a tracolla, che incombe sulla maestra. L’ufficiale che raccoglie le sue truppe e se ne va, non senza avere minacciato: “La prossima volta che succede, facciamo chiudere la scuola”.

E’ nuova la maestra con cui parliamo, non c’era l’anno scorso quando ci furono tre giorni di scontro con i soldati: allora il nuovo comandante di Al Khalil (Hebron) aveva deciso di togliere alle insegnanti il diritto di passare dal cancello esterno, senza metal detector. Ed era scoppiata una rivolta. La mattina vedo la maestra arrivare al posto di blocco, fare un segnale al soldato che va a prendere la chiave e le apre il cancelletto. “Non credere che sia stato facile, appena arrivata non volevano aprirmi il cancello, ma ora mi rispettano come le maestre anziane”. Ci racconta che è contenta di essere alla Kurtuba: “E’ il quartiere dove sono cresciuta, lì – e indica un punto su Shuhada Street – mio padre aveva un’officina e i miei zii un distributore di benzina”. Ora quella zona è occupata dai coloni.

Intanto la città è assediata per lo Yom Kippur. Di nuovo soldati dappertutto che pattugliano le strade, che entrano nelle botteghe del mercato a controllare se ci sono armi. Appena incrociamo una pattuglia, ci accodiamo: entrano nei negozi, frugano un po’. “Ma non siamo cattivi, vedi, non rovesciamo le merci, ci accontentiamo di dare un’occhiata”. E sono scherzosi: “Facci una foto”. Un commerciante chiede: “Nascondo armi? Sì, guarda lì”, e indica sulla rete di protezione sopra le botteghe un coltello buttato dai coloni che vivono al piano di sopra.

Jamal mi chiama, alle sei e mezzo di mattina: ci sono coloni che si stanno dirigendo verso di lui e le sue pecore. I coloni pretendevano che se ne andasse: “Questa è terra di Israele”. Quando di pomeriggio arrivo da Jamal, sul servìs (taxi/bus collettivi palestinesi, ndr) trovo un ragazzo che fa il dottore all’ospedale di Hebron: ha studiato in Ucraina. Da una casa in costruzione mi chiamano. “Abu Sara!”. Ormai anche i ragazzi di Al Kharmil mi conoscono.

Passo in mezzo agli ulivi, trovo un uomo con un asino che riposa all’ombra: “Siediti”. È stato direttore della scuola del villaggio di At-Twani e ora si prende cura dei suoi ulivi e dei suoi mandorli. Indica il suo asino e ride: “Scommetto che tu un mezzo di locomozione così non ce l’hai”.

Proseguo per le colline e incontro un pastore che mi racconta che ci sono stati problemi nei giorni scorsi. Poi incontro Ahmed che scuote la testa sconsolato: i soldati sono venuti a chiedere se avevano l’autorizzazione per il pozzo, l’ultimo scavato. Sembra ridicolo, sanno bene che non autorizzano mai niente. Abbeverata alle pecore e rientro: domani dobbiamo partire presto, destinazione il mercato del bestiame a Yatta. Jamal ha un pickup, di quelli grossi, con due file di sedili e un cassone capiente. Si vede in qualche foto con i bambini. Jamal, suo padre, una zia ed io andiamo al mercato, ci sono tre pecore da vendere. Jamal e suo padre davanti, le pecore sul sedile dietro, la zia e io arrampicati nel cassone, alle cinque di mattina. “Fa freddo”, mi dice la zia, che fatica a tenersi il velo in testa.

Quanta gente e quante pecore. Come tutti i mercati, ognuno gira offrendo la sua merce. Tanti vendono due o tre animali, tanti ne vendono di più. I miei amici sembrano soddisfatti della vendita: 250 shekel per quella di Jamal e 180 ciascuno per le due più piccole della zia. Lasciamo il padre di Jamal da un genero e tiriamo fuori da un magazzino il trattore di Jamal, che parte solo a spinta. Ha delle commissioni da sbrigare e un elettrauto da trovare: così scorazziamo per Yatta, in mezzo a tantissimi ragazzi che stanno andando a scuola.

Finalmente troviamo un elettrauto aperto: un banco di lavoro coperto di roba vecchia, scaffali che trasudano pezzi usati, pavimenti ricoperti di ferraglia. In mezzo un uomo che, appoggiato a una morsa su un angolo del bancone, smonta un alternatore. Quando ha finito quello, viene a vedere il nostro: “Possiamo cambiare le spazzole, senza smontarlo, ma non so se basterà”. Infatti non basta, ci vuole l’indotto, ma i soldi non bastano, sarà per un’altra volta. Torniamo al pickup, lo carichiamo di granaglie e di spese fatte, e torniamo a Susyia.

Nel pomeriggio torno ad Hebron: oggi non c’è il tour dei coloni, presi dalle loro festività, ma c’è un giro di controllo di soldati. Intanto in città arrivano i ragazzi del Freedom Theatre di Jenin. Lo spettacolo è semplicissimo e geniale: fanno parlare il pubblico, tirano fuori le loro storie che poi i quattro attori, tre ragazze e un ragazzo, improvvisano on una coordinazione impressionante.

Una donna racconta dei coloni che le hanno invaso la casa. Un ragazzo dell’ossessione dell’andare a scuola attraverso i checkpoint. Un altro racconta di essere stato un organizzatore di manifestazioni, ma poi, finito in ospedale con intossicazione da lacrimogeni, aveva rischiato di morire. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=36851&typeb=0&Hebron-cronaca-di-una-giornata-come-le-altre

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