Hebron: lsraele trattiene un bambino di 5 anni

12 LUGLIO 2013    PUBBLICATO DA MARCO BESANA

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 UNA TARGA GIALLA 

Il nostro pullman ha la targa gialla.

L’unico modo per passare velocemente i check-point di quell’arcipelago senza mare che è laCisgiordania: isole palestinesi separate da colonie, posti di blocco, strade sorvegliate da camionette dell’esercito israeliano. Una targa gialla, targa israeliana, desta meno interesse di un veicolo a targa palestinese, bianca e verde, da quelle parti.

Abbiamo appena visitato la comunità di Aboud, piccolo villaggio che ha saputo trasformare la tragedia in riscatto, facendo sapone di quelle olive che le rappresaglie israeliane impediscono di trasformare in olio.

Il pullman viaggia lentamente sulla strada, tra le stupende colline palestinesi.
Poi, d’improvviso, un botto. Un tonfo sordo e un buco nel vetro a pochi centimetri dalle nostre teste.
Un sasso ha colpito il finestrino sinistro, ha aperto un foro grosso come un’arancia nel pullman ed è entrato nell’abitacolo.
Il vetro, in pochi secondi, va in frantumi e il pullman inchioda.

Dietro di noi, leggermente nascosti dall’erba a bordo strada, un gruppo di ragazzini con felpe scure.
Davanti a noi, nessuno se n’era accorto, una di quelle camionette israeliane che pattugliano la zona. Viaggiava per caso davanti a noi, ma i ragazzini pensavano ci stesse scortando, stesse “proteggendo” quel pullman a targa gialla.

Una reazione violenta, quel sasso lanciato, condannata anche dai ragazzi di Aboud che viaggiavano con noi.
Una reazione che, tuttavia, ha aperto una riflessione, oltre ad un buco nel vetro.

Quel sasso è stato la risposta disperata al clima di tensione in cui i palestinesi sono quotidianamente costretti a vivere. I soldati israeliani impediscono alla popolazione che da secoli abita quelle terre di coltivare, di spostarsi, di vivere.

Ecco il perché di quel sasso lanciato. Ecco il perchè, la nostra targa israeliana, è diventata simbolo dell’oppressione di un intero popolo. Ecco perchè, in alcun modo, quel sasso lanciato può non essere compreso. Condannato, certo, ma anche compreso.

Ecco perchè la Resistenza non violenta palestinese è così importante: perchè è l’unica alternativa alla ribellione gridata che un regime di apartheid scatena nell’anima di chi è stato privato di tutto.

 

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Un check point di Shuhada Street

 LA PRESSIONE AD HEBRON 

Prendete una pentola a pressione. Poi chiudete il coperchio e otturate l’unica valvola di sfogoche permette al vapore di liberarsi. Non stupitevi se la pentola esploderà.

Ora prendete la città di Hebron, che dal villaggio di Aboud dista poche decine di chilometri, e chiudete con lo stesso coperchiotutti gli esercizi commerciali del suo centro. Poi otturate con posti di blocco e check-point le strade che la circondano. Non stupitevi se la città tutta esploderà.

Stupitevi, invece, e positivamente, se in quella città sono forti realtà pacifiche e costruttive, che manifestano senza violenza. Sono quelle le uniche valvole di sfogo che il popolo palestinese è riuscito ad aprire prima dell’esplosione in una città sigillata a morte.

Stupitevi, perchè non era scontato che queste realtà nascessero in una simile situazione.

A volte, però, quelle piccole valvole di sfogo non bastano. E da nuove repressioni nascono nuovi, disperati lanci di pietre.

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Un negozio chiuso di Shuhada Street

 WADI ‘MASWADEH 

È successo martedì 9 luglio.

Ed a lanciare quel sasso, contro la macchina di un colono, è stato Wadi ‘Maswadeh, un bambino di soli 5 anni. Un grido di disperazione, la cui forza è stata indubbiamente più simbolica che materiale. Ma un sasso resta un sasso, soprattutto per chi non vuole comprenderne il senso.

Hebron è una città simbolo della politica dell’occupazione israeliana. Una colonia urtaortodossa, stabilita nel 1967 per custodire la “tomba dei patriarchi” è protetta dai militari nella  via un tempo simbolo della vitalità della città: Shuhada Street. Oggi, il cuore di Hebron è ormai una strada fantasma: esercizi commerciali chiusi, tratti vietati ai palestinesi, check point. Una convivenza difficile, una tensione tangibile nel silenzio irreale di questa strada deserta.

Secondo il resoconto di B’Tselem (ONG israeliana attiva nella difesa dei Diritti Umani) – che ha filmato l’intero accaduto –  il bambino è stato arrestato e trattenuto per due ore dai militari israeliani presso il check-point di Abed, vicino alla Tomba dei Patriarchi.

I soldati, gli stessi che si assicurano che il “coperchio” sopra la città rimanga sigillato, hanno ammanettato e bendato il padre e minacciato l’intera famiglia, nonostante largamente al di sotto dell’età minima per qualsiasi responsabilità penale (fissata a 12 anni, in Cisgiordania).

Trasportati di forza ad un campo militare, il bambino e il padre sono stati rilasciati solo dopo che un ufficiale,preoccupato per la presenza delle telecamere, ha firmato la loro liberazione.

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Ragazzi nei pressi della Tomba dei Patriarchi

B’Tselem ha scritto all’Autorità Giuridica di Giudea e Samaria denunciando “non un errore attribuibile ad un singolo soldato, ma uncomportamento condiviso da tutti i militari coinvolti, compresi alti ufficiali. Nessuno dei soldati si è dimostrato preoccupato per quello che stava accadendo: l’arresto di un bambino di 5 anni e di suo padre, ammanettato e bendato davanti al figlio, senza alcun fondamento giuridico che lo giustificasse”.

Le forze di sicurezza non sono autorizzate a sequestrare o trattenere bambini sotto ai 12 anni (che vanno tutelati, secondo la stessa legge che vige in Israele), né avrebbero potuto arrestare e prelevare da casa il padre.

Eppure è accaduto, come regolarmente avviene. Solo una telecamera, questa volta, ha permesso alla giustizia di fare il suo corso, ma molte di più restano le violazioni delle legge non documentate, in Cisgiordania.

Violazioni che, forse, genereranno altri lanci di pietre, altre urla disperate.

 

di Marco Besana e Ilaria Brusadelli

foto di Marco Besana e Ilaria Brusadelli

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