Ho lasciato mio marito in Libia

12 ottobre 2017

 

La coraggiosa testimonianza di M., una donna africana nell’inferno libico (testimonianza raccolta in una video intervista da Medici per i diritti umani presso lo Sprar di Ispica, Ragusa, leggi anche Signor Minniti, questi si chiamano lager).

In Libia siamo stati portati in un centro di raccolta: ho avuto la fortuna di restare solo tre mesi. Ma durante questi tre mesi ciascuna donna ha avuto il suo giorno per essere violentata. Loro vengono, ti scelgono e fanno di te quello che vogliono…

Questo viaggio non lo consiglierei nemmeno ai miei nemici.

Noi siamo obbligati a lasciare il nostro paese e cercare una vita altrove. In Libia siamo stati portati in un centro di raccolta, in questo centro non c’erano neanche i bagni, niente da mangiare. Avevamo soltanto dei pacchi di spaghetti, che eravamo costretti a cucinare con l’unica acqua messa a disposizione in un grande recipiente, dove ci si lavava e si urinava. Eravamo obbligati a cucinare in quel modo perché non avevamo niente.

I bambini facevano la cacca nella spazzatura. Gli uomini del centro la mescolavano con il cibo ed eravamo costretti a mangiare quel cibo. Non era vita…

Ci colpivano con dei tubi: ci picchiavano e ci camminavano sul testa. Una volta hanno messo un giovane dentro una cisterna e lo hanno lapidato. Quando qualcuno lasciava acceso il fuoco per preparare da mangiare loro ti picchiavano sul fuoco.

Tu non sai bene dov’è che vai. Molta gente non vuole affrontare la traversata per venire in Italia ma sei i trafficanti capiscono che hai denaro ti prendono e ti costringono alla traversata. Un giorno vengono e ci dicono: “Oggi vi lanciamo in mare”, loro dicono così “vi lanciamo…”.

La vita in Libia non è facile, tanto che preferisci morire in mare piuttosto che rimanere lì.

Ci obbligarono a imbarcarci, ma io sapevo che avrebbero lasciato mio marito lì perché eravamo stati picchiati e lui non poteva camminare…

Hanno fatto il conto di quante persone fossimo: centoventi. Hanno gonfiato il gommone e ci hanno messi dentro. E ci hanno lanciati. Avevamo un telefono e un walkie talkie che avremmo dovuto utilizzare quando saremmo arrivati in acque straniere per chiamare i soccorsi. Quando siamo arrivati in acque internazionali un’onda ha preso la barca: ci siamo messi da un lato e la barca ha oscillato. Quelli che erano sul bordo sono caduti in barca e tutti ci siamo bruciati a causa del gasolio mescolato all’acqua di mare.

Sono qui per grazia di Dio e grazie all’Italia. E per fortuna ho la protezione internazionale e lo status di rifugiata per cinque anni. È solo che ho lasciato mio marito in Libia, io lo aspettavo qui.

Dopo la volontà di fare ricongiungimento familiare M. ha scoperto che suo marito è morto in Libia.

 

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