«Homs, la guerra civile è già cominciata»

8 giugno 2012

Il racconto del gesuita Dall’Oglio dal cuore della rivolta siriana

Beirut
Una «guerra civile guerreggiata» a sfondo confessionale «è in corso in alcuni territori della Siria». In particolare in quelli a maggioranza sunnita «attorno alla regione montuosa» nord-occidentale, abitata tradizionalmente dagli alawiti, branca dello sciismo e a cui appartengono i clan al potere da quarant’anni.

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita romano, da più di tre decenni in Siria e fondatore della comunità monastica di Mar Musa a nord di Damasco, parla di quel che ha visto con i propri occhi nella regione a ovest di Homs, nella Siria centrale e al confine col Libano, durante otto giorni, tra la fine di maggio e i primi di giugno, passati nei territori controllati dai ribelli sunniti.

«Sono andato per cercare di riportare a casa alcune persone rapite». Si tratta di cristiani della regione di Qusayr, tra la porosa frontiera libano-siriana e Homs, epicentro della rivolta e della repressione. Uno dei rapiti, «un uomo di circa 40 anni», è tornato a casa, dopo una settimana dalla sua cattura, grazie allo sforzo di padre Paolo.

«Era pieno di lividi su tutto il corpo», racconta il monaco di Mar Musa.

Che il 31 maggio ha partecipato, «costretto dagli eventi», ai funerali di quindici operai sunniti della fabbrica di azoto, uccisi a sangue freddo – secondo gli abitanti di Qusayr – dalle milizie irregolari vicine al regime. «Li hanno fatti scendere dal pulmino sul quale viaggiavano e gli hanno sparato. Uno di loro era muto. Gli hanno sparato in bocca».

Nelle regioni a maggioranza sunnite di Homs, Hama, Idlib che circondano a sud e a est “la montagna” alawita «è in atto una guerra civile». Le aree sunnite, quelle alawite e quelle cristiane «sono interconnesse fra loro, a doppio pettine le une nelle altre».

I cristiani si trovano nel mezzo e «il loro enorme disagio è dovuto al fatto che sono perdenti su tutti gli scacchieri».

«Il fronte delle opposizioni musulmane al regime si sta radicalizzando. E più si radicalizza più i cristiani ci andranno di mezzo».

Dopo che le forze governative a Qusayr hanno eretto posti di blocco a difesa dell’unica chiesa – quella greco-cattolica – e del quartiere cristiano, e dopo che membri di famiglie cristiane locali hanno partecipato, assieme alle milizie lealiste, alla brutale repressione contro gli abitanti sunniti della cittadina, i ribelli hanno rapito dei cristiani.

«Siamo nel ventre molle di una sofferenza sociale che si esprime anche così, che è molto grave e che si aggrava col passare del tempo», afferma padre Paolo, raggiunto telefonicamente da Europa subito dopo il suo ritorno dalla regione di Homs. «Ci sarebbe un grande lavoro pastorale da fare ma è difficile in questa situazione».

Il viaggio di padre Paolo comincia il 27 maggio su un auto che percorre le strade “ufficiali” dirette a Qusayr. «Ho superato diversi posti di blocco ma nessuno ha mai fatto domande su di me», ha detto il monaco, sul quale da mesi pende un decreto di espulsione, poi di fatto congelato, emesso da parte delle autorità di Damasco. A Qusayr «sono rimasto ospite in una casa di locali». Musulmani sunniti.

«La maggior parte della società locale – musulmana – mi ha favorito e sostenuto per riportare a casa queste persone e cercare di ricostituire la pace sociale. È stato comunque possibile avviare un dialogo serrato per interrompere la serie di rapimenti da parte di milizie fuori controllo ».

Durante il soggiorno a Qusayr «siamo stati per due giorni sotto pesantissimi bombardamenti», racconta padre Paolo.

Alla domanda su chi fosse a bombardare risponde: «Gli unici che hanno le bombe», con un riferimento implicito alle forze governative. «Ci sono anche molti cecchini ma questi ci sono da entrambe le parti», ha precisato.

«Una mattina, nell’unico ospedale disponibile – un ospedale da campo gestito dai ribelli – ho donato il sangue per i feriti… Poche ore dopo è ripreso il bombardamento e due persone sono morte sotto le bombe cadute sulla stessa tenda dove mi ero sdraiato per dare il sangue».

Padre Paolo non è rimasto solo a Qusayr. «Mi sono spinto anche verso nord-ovest, oltre l’Oronte», il fiume che nasce in Libano e scorre da sud a nord – per questo è chiamato il Ribelle, al Aassi, in arabo. «Anche lì ci sono grandi difficoltà. Sono passato di lì e avevano appena bombardato un impianto di depurazione dell’acqua…».

Nei giorni in cui è rimasto a Qusayr ha «avuto dialoghi con i rappresentanti delle varie anime di questa opposizione armata». Che è ben lontana dall’essere un’unico fronte compatto ma «è divisa in tante fazioni: c’è l’Esercito siriano libero e c’è la Brigata al Faruq, distinta dal primo, con elementi vicini alla Fratellanza musulmana e a gruppi salafiti».

Ci sono stranieri? «Solo locali. Io non ho visto stranieri, ma non escluderei in nessun modo la loro presenza. Non dimentichiamo che ciascuno di questi gruppi ha la sua contiguità col vicino Libano… che non è un unico corridoio, ma tanti corridoi. Ciascuno usa il suo, con i propri corrispondenti dall’altra parte. E anche Hezbollah – il movimento sciita sostenuto da Damasco e Teheran – ha il suo corridoio. Loro sono organici al conflitto in Siria. Sono presenti nel territorio siriano in una striscia che va dai tre ai cinque km di profondità, a seconda delle zone».

 Per tutto questo, padre Paolo definisce la regione che dalla valle libanese della Beqaa fino alla piana siriana dell’Oronte come «una bomba a orologeria».

Il gesuita romano chiude con un auspicio-denuncia: «C’è bisogno urgente della Croce Rossa e degli osservatori internazionali». Per ora e fino a luglio sono operativi in tutta la Siria trecento berretti blu disarmati. «Ce ne vorrebbero trecento solo nella zona di Qusayr!», dice padre Paolo.

«Gli osservatori Onu non vengono quando le operazioni militari sono in corso… Sono lì per assistere a un cessate il fuoco, non per assistere ai fuochi d’artificio. La loro missione è molto fragile e si capisce: preferiscono costruire dossier testimoniali a posteriori per offrire delle relazioni credibili alla comunità internazionale, che poi è il Consiglio di sicurezza».

Il 4 giugno Padre Paolo è tornato nel monastero di Mar Musa, ma per il timore della sua incolumità, i ribelli sunniti gli hanno chiesto di non percorrere la strada dell’andata ma di affidarsi a loro per vie non ufficiali. «Al ritorno siamo andati per campi».

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