Huda e Steve: una promessa ai bambini palestinesi

Genesi del Palestine Children’s Relief Fund. Nel 2009 lei muore per una leucemia. Lui raccoglie donazioni per 3 milioni di dollari e apre un dipartimento di oncologia pediatrica.

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sabato 27 aprile 2013 08:48
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La famiglia Sosebee: Steve, Huda (scomparsa nel 2009) e le due figlie Jeena e Deema

di Michele Giorgio

Beit Jala (Betlemme), 27 aprile 2013, Nena News – La cerimonia di inaugurazione nell’ospedale pubblico di Beit Jala è terminata da poco, la cena per la raccolta delle donazioni sta per avere inizio. Volti sorridenti, mani che si stringono, persone che si abbracciano. Steve Sosebee per qualche attimo si perde nei suoi pensieri, non tutti felici. C’è un velo di tristezza sul suo viso. «E’ un grande traguardo – dice -, una Ong piccola come la nostra è riuscita a raccogliere donazioni per tre milioni di dollari e a realizzare (a Beit Jala, ndr) il primo dipartimento di oncologia pediatrica nei Territori occupati. I bambini di Gaza e Cisgiordania ammalati ora potranno avere cure adeguate nella loro terra». A rendere Steve Sosebee triste è l’assenza di Huda al Masri, sua moglie e compagna di impegno. Huda non c’è più, è morta nel 2009 a 45 anni a causa di una leucemia che l’ha uccisa in pochi mesi. Dopo oltre venti anni trascorsi insieme ad aiutare centinaia e centinaia di bambini palestinesi feriti dal conflitto con Israele o gravemente ammalati, Huda in punto di morte strappò a Steve la promessa che avrebbe trovato i fondi per mettere in piedi un dipartimento di oncologia pediatrica in Palestina. Una promessa mantenuta.

Dalla prima Intifada
Parte più da lontano quella promessa, dalla prima Intifada palestinese contro l’occupazione israeliana, divampata nel dicembre del 1987. È la storia del Palestine Children’s Relief Fund (Pcrf), una Ong palestinese nota in Italia con il nome di «Soccorso medico per i bambini palestinesi», nata tra Ramallah dove viveva Huda e Kent nell’Ohio, la cittadina d’origine di Steve. Le università americane erano il centro di un dibattito intenso sul Medio Oriente. «La lotta dei palestinesi per la libertà, per l’indipendenza, mi appariva sacrosanta. Ero all’ultimo anno e decisi di completare gli studi con una tesi sulle cause del conflitto israelo-palestinese», ricorda Sosebee che sarebbe partito nel 1988 per i Territori occupati. «Uno dei miei professori, sostenitore delle ragioni di Israele, minacciò di stracciarmi in faccia la tesi il giorno in cui la presentai ma quell’atteggiamento non fece altro che aumentare il mio desiderio di raccontare la verità dei fatti in Palestina, lontana dalle manipolazioni propagandistiche». La famiglia lo appoggiò subito. D’altronde il padre veniva dalle battaglie per i diritti civili, per anni aveva combattuto la segregazione razziale che impediva ai neri di comprare o affittare case nei quartieri «bianchi» della sua città. «Papà riceveva minacce ogni giorno – ricorda Steve – e per mesi le mie sorelle ed io siamo andati a scuola accompagnati da un’auto della polizia».

Steve tornò nei Territori occupati nel 1989, girò in lungo e largo Cisgiordania e Gaza per raccontare da giornalista free lance l’Intifada. Poi scoccarono le due scintille che avrebbero cambiato la sua vita e portato alla fondazione del Pcrf. L’incontro con il piccolo Mansour Abu Sneineh e quello con Huda al Masri. «Ero a Hebron e qualcuno mi segnalò il caso di un bambino ferito da un’esplosione – racconta Steve -, rimasi sconvolto da quel piccolo corpo senza più gambe e un braccio. Mansour aveva anche perso un occhio». Al rientro negli Usa, Steve si fece in quattro per raccogliere i fondi necessari per aiutare Mansour: «Non fu facile ma alla fine le donazioni bastarono a pagare gli interventi chirurgici, le protesi e la riabilitazione. Mansour dopo un anno trascorso negli Stati Uniti tornò a casa in piedi. Oggi fa l’avvocato a Hebron». Mansour fu importante anche per la crescita di Steve. «Si creò un rapporto molto bello tra noi -ricorda – lui imparò a fidarsi di un occidentale cittadino del paese che arma Israele, io ebbi modo di conoscere grazie a lui capitoli importanti della cultura e delle tradizioni dei palestinesi, l’attaccamento dei palestinesi alla loro terra e il desiderio, anche nei più piccoli, di costruire un futuro di libertà».

Dopo Mansour, Steve comprese che l’aiuto ai bambini ammalati o feriti sarebbe diventato il suo progetto di vita. Il Pcrf nacque dalla collaborazione con Huda, giovane assistente sociale di Ramallah, originaria di Gerusalemme. «Ci incontrammo casualmente a casa di un bambino gravemente ferito – ricorda – ci innamorammo lavorando ogni giorno insieme e progettammo la nostra Ong. Di Huda mi affascinava l’attaccamento profondo che provava per la sua terra. Ha continuato a lavorare fino al suo ultimo giorno di vita e aveva sempre desiderato la creazione di un Dipartimento di oncologia pediatrica, inesistente nei Territori occupati».

La rete, diffusa, dei volontari
Fondato nel 1993 il Pcrf dopo venti anni ha assunto una dimensione globale. Non tanto nella struttura che rimane minuscola – limitata ad un ufficio di coordinamento in Cisgiordania – ma per la rete di volontari diffusa soprattutto nel mondo arabo e presente anche negli Stati Uniti ed Europa. E anche per l’impegno di Steve che gira come una trottola in ogni angolo del pianeta per raccogliere donazioni per curare i bambini palestinesi e, da qualche anno, anche di altri paesi arabi. «Donazioni piccolissime o molto generose ma sempre di persone», sottolinea l’americano. Dai primi trasferimenti occasionali all’estero di pazienti da operare, il Pcrf è passato ad invitare equipe di medici volontari di ogni parte del mondo – dall’America latina all’Asia, dagli Usa all’Europa – che effettuano negli ospedali pubblici palestinesi corsi di formazione per il personale locale ed interventi chirurgici delicati.

In silenzio, senza far rumore, sono arrivati in Cisgiordania e Gaza, su base totalmente volontaria, a curare bambini gravemente ammalati medici italiani famosi, tra i quali il professor Giovanni Stellin, uno dei protagonisti del primo trapianto di cuore in Italia, il dottor Stefano Luisi dell’ospedale di Massa, Giancarlo Crupi degli Ospedali Riuniti di Bergamo e Lorenzo Genitori del Meyer di Firenze. E non possono essere dimenticate le centinaia di bambini di Gaza e Cisgiordania con cardiopatie gravi salvati dal chirurgo pediatrico neozelandese Alan Kerr.

«Tutto ciò che è possibile curare in Palestina viene fatto sul posto, trasferiamo all’estero solo in casi che sono inoperabili nei nostri ospedali», spiega Suheil Fleil, il responsabile del Pcrf nella Striscia di Gaza. Un rapporto diretto tra equipe straniere e medici locali che avviene esclusivamente nelle strutture mediche dei Territori occupati, in quelle dei campi profughi palestinesi in Libano, Siria e negli ospedali che talvolta mettono a disposizione alcuni paesi. Le cure e tutto il resto per i piccoli pazienti sono interamente coperte dal Pcrf. «Siamo una organizzazione libera e indipendente, sganciata da ogni fede religiosa ma strettamente collegata al territorio in cui operiamo – ci tiene a precisare Sosebee – tutti quelli che lavorano per il Pcrf intendono il loro impegno come parte del progetto per costruire la libertà del popolo palestinese oltre che una sanità pubblica palestinese efficiente e sostenibile. Sappiamo che i bambini non possono essere curati in modo adeguato anche perchè c’è un’occupazione militare (israeliana) e perchè non c’è uno Stato che può assisterli».

Negli ultimi anni è stato centrale nelle attività del Pcrf il programma di cardiochirurgia pediatrica all’ospedale Makassed di Gerusalemme. Ora accanto allo sviluppo del Dipartimento di oncologia per bambini a Beit Jala, è partito sotto la direzione del dottor Stefano Luisi un nuovo progetto ambizioso: il primo programma di cardiochirugia all’ospedale pubblico “Europeo” di Khan Yunis (Gaza). Sosebee è consapevole delle difficoltà. «Non sarà facile attuare un piano del genere in un territorio sotto blocco militare (israeliano) che limita, spesso impedisce, i movimenti delle persone. Ma andremo avanti, come sempre grazie all’aiuto di persone comuni, di chi ama il popolo palestinese». Per una promessa mantenuta, un’altra da realizzare. Nena News

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