Hunger

di Paola Caridi

1550 uomini. Questo è il numero approssimativo dei detenuti palestinesi in sciopero della fame. 1550, forse di più. Perché alcune fonti parlano di duemila, altre di 2500. Potrebbe essere una cifra esagerata. E allora fermiamoci ai 1550. 1550 uomini in sciopero della fame, in una protesta partita formalmente il 17 aprile scorso, il “giorno dei prigionieri”. 1550 detenuti palestinesi che nelle carceri israeliane rifiutano il cibo. Di sicuro da venti giorni, il che non è uno scherzo. Alcuni di loro, però, non mangiano (per protesta) non da venti, bensì da quaranta, e alcuni da 70 giorni. 10 detenuti sono sotto osservazione perché in condizioni critiche. (…)
Quello che sta succedendo lo si sa solo attraverso la Rete, i social network, twitter, Facebook, i blog, i siti di notizie. Raramente, e solo negli ultimissimi giorni, su qualche giornale. Rarissimamente sulla stampa italiana. Nonostante – sappiatelo – ci sono colleghi che un articolo sullo sciopero della fame nelle celle lo hanno proposto: nessuno, all’altra capo del telefono, lo ha però accettato, e pubblicato. Che senso ha, dal mero punto di vista dell’informazione? Se i 1550 detenuti fossero stati in Colombia, ci sarebbe almeno stata un vivo ampex nei telegiornali, e una breve sui quotidiani generalisti.
E invece niente. Silenzio.
Bilal Diab, 27 anni, è in detenzione preventiva dall’agosto scorso, prima per sei mesi. E poi, nello scorso febbraio, il periodo di detenzione amministrativa è stato rinnovato per altri sei mesi. Una pratica tanto frequente che molti prigionieri restano in carcere per anni, senza accuse. Il suo, insomma, non è un caso a parte, un caso speciale, è un caso come tanti. Ma né il suo, né quello degli altri fa notizia. Da anni. Mi ricordo che riuscii ad aver il permesso dalle autorità israeliane di visitare un carcere, e di parlare con degli attivisti palestinesi, accompagnata da un fotografo israeliano e una interprete. Fu una esperienza molto, molto interessante. A suo modo, per i giornalisti italiani, quasi unica. Proposi il reportage, me lo pubblicarono su un settimanale italiano, sacrificando le bellissime foto e il testo in uno spazio incredibilmente piccolo. Ho sempre trovato questa scelta – come molte altre – uno scadimento della qualità della nostra professione. Lo stesso scadimento che ha fatto trovare impreparato il giornalismo italiano di fronte alle rivoluzioni arabe, salvo rarissime eccezioni.
1550 uomini senza nome digiunano, la gran parte da 20 giorni. Alcuni da 40. Alcuni stanno per morire. In silenzio. Ha senso, da punto di vista dell’informazione? Ha senso, dal punto di vista della storia di questo conflitto? E ancor di più, ha senso dal punto di vista dei diritti (civili, umani, …)? Intere generazioni di palestinesi hanno passato almeno una notte in una galera israeliana, nella loro vita. Per un sasso tirato, una retata in un paesino della Cisgiordania, un lavoro nero, una multa non pagata, una litigata con un soldato a un check-point. Non solo, non sempre e non spesso per atti di terrorismo. Ne sapete qualcosa, di tutto questo? Vi hanno mai raccontato quante sono le carceri, in Israele, dove sono, quanti detenuti ci sono, in quali condizioni? Dovreste chiederlo alla Croce Rossa Internazionale, in sostanza l’unica che ha accesso al “dossier prigionieri”, un dossier polveroso, chiuso in un cassetto, che praticamente nessuno ha il coraggio di aprire.
Salvo quando, dopo e forse a causa delle rivoluzioni arabe, qualcuno ha pensato di sollevare il caso, usare lo sciopero della fame, strumento antico e terribile perché oppone la debolezza all’uso della forza. Disarma chi ha la forza con la sola forza del digiuno. Vorrei andare al cinema e vedere Hunger, se non fossi qui a Gerusalemme. Perché quel caso, altrettanto controverso, segnò la mia generazione. Era il caso di un ragazzo, Bobby Sands. Qui, senza volto, ce ne sono molti, molti di più. Se volete sapere qualcosa, cercate #PalHunger su twitter. Troverete, per esempio, che la grafica araba, anche nel caso del digiuno di massa dei prigionieri palestinesi, sta mostrando tutte le sue abilità. Anche queste abilità sono la faccia nascosta degli arabi invisibili: non è una grafica nata dalle rivoluzioni, è piuttosto un’arte che le ha fecondate. (…)

Un digiuno deve essere lungo, tragico per diventare una notizia. È sempre stato così, in fondo. Alcuni potrebbero morire da un momento all’altro, e c’è chi – compreso il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas – teme che la loro morte possa innescare una deriva violenta. Una nuova intifada scaturita dal più imponente utilizzo di uno strumento nonviolento.

Chissà. Non è detto che una intifada violenta scoppi. Quella che però è già scoppiata, nei rivoli di un’apatia generalizzata che comprende palestinesi e israeliani, è una intifada nonviolenta, di nicchia ma costante. Intifada nonviolenta che ha i suoi appuntamenti rituali, puntuali, a ogni venerdì, nelle manifestazioni locali contro il Muro di separazione a Bilin, Nabi Saleh, Walaje, e via elencando. Paesini sconosciuti della Cisgiordania dove da anni si svolgono dimostrazioni che mettono assieme attivisti palestinesi, israeliani, internazionali. Una piccola comunità che usa la nonviolenza. Ora, con lo sciopero della fame di 1600 detenuti palestinesi, anche le manifestazioni sono diventate – per quanto possibile – più visibili. O meno invisibili.

Se n’è accorta anche la CNN, che con l’anchorwoman più importante, Christiane Amanpour, ha cominciato a parlare della nonviolenza in Medio Oriente. A scatenare l’interesse di una stampa altrettanto apatica, è stato appunto il digiuno di massa dei detenuti palestinesi, che oggi hanno fatto circolare una lettera in cui dicono che non intendono recedere. O si vive con dignità, oppure si muore, sostengono.

Non è la prima volta che i detenuti palestinesi, in gran parte detenuti politici, premono sulla politica palestinese che sta al di fuori delle celle. Era giù successo, ad esempio, con il dirompente documento per la riconciliazione nazionale firmato da tutte e quattro le principali fazioni (Fatah, Hamas, Fronte Popolare, Jihad islamica) nella primavera del 2006, con il quale i prigionieri dettarono a Hamas e Fatah la linea da tenere. E Hamas e Fatah dovettero, in gran parte controvoglia, cedere al Documento, salvo poi disattenderlo con la palude della riconciliazione nazionale. Una riconciliazione ancora da realizzare in pratica, nonostante entrambe le fazioni sostengano il loro impegno a raggiungerla, e a chiudere il capitolo della frattura – anche geografica – tra Cisgiordania e Gaza.
I detenuti palestinesi, dunque, non stanno solo premendo sulla comunità internazionale con uno sciopero della fame silenzioso che solo ora, dopo quasi un mese di digiuno continuo, ha cominciato a fare notizia. Premono anche sulla politica palestinese, soprattutto indicando un nuovo metodo, e cioè l’uso di strumenti nonviolenti nei confronti degli israeliani.

La battaglia degli stomaci vuoti, l’intifada del cucchiaio, la lotta per la dignità, Gandhi in Palestina: potete chiamarlo come preferite, ma il digiuno politico in corso segna una discontinuità che va seguita con attenzione. E che costringerà a vedere anche altro, non solo lo scandalo di una carcerazione usata anche (se non spesso) per ragioni politiche dalle autorità israeliane. La discontinuità segna anche un passaggio da un confronto violento verso gli israeliani a un confronto nonviolento che non è solo un cambio di metodo, ma anche di contenuto.

Chi manifesta a Bilin o a Nabi Saleh, chi digiuna a Ketziot o nel carcere di Hadarim dice anche che il processo di Oslo è finito, e che bisogna trovare soluzioni reali a una situazione in cui la ‘soluzione dei due Stati’ non è più realizzabile sul terreno, tra Muro e colonie. Come uscire dall’impasse? Qual è una soluzione giusta per israeliani e palestinesi? È la domanda che arriva da qui, dalla parte che oggi è diventata periferia del Medio Oriente.

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