I bambini dell’ occupazione: crescere in Palestina

sabato 8 febbraio 2014

 

LA VITA DEI BAMBINI PALESTINESI SOTTO L’OCCUPAZIONE ISRAELIANA: LE LORO STORIE, LE LORO PAURE, LE LORO ESPERIENZE E, MALGRADO TUTTO, LE LORO SPERANZE, ATTRAVERSO UN VIAGGIO TRA I VILLAGGI E I PAESI OPPRESSI. UN RARO ESEMPIO DI VERO GIORNALISMO.

I bambini dell’ occupazione: crescere in Palestina

Nawal Jabarin and her brothers, two-month-old  Issa and two-year-old Jibril, in their West Bank home

Nawal Jabarin vuole essere un medico quando crescerà. Per ora, vive in una grotta con 14 fratelli, nel costante timore di raid militari.

Incontriamo i bambini palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana

di Harriet Sherwood

The Guardian , Sabato 8 febbraio 2014

La strada sterrata è una svolta smarcata attraverso un paesaggio primordiale di roccia e sabbia, sotto un vasto cielo di cobalto. La nostra Jeep rimbalza tra massi e cespugli di ginestre coperti di polvere, prima di iniziare una discesa che fa sobbalzare le ossa dal crinale in una profonda vallata. Un accampamento dell’esercito israeliano entra in vista, poi il piccolo villaggio di Jinba: due edifici, un paio di tende, una manciata di rifugi per animali. Un paio di elicotteri militari fanno rumore in alto. L’aria odora di pecore.

Alla fine di questa pista nel sud della West Bank, la 12enne Nawal Jabarin vive in una grotta. E ‘ nata nel buio sotto il suo basso tetto frastagliato, come lo erano due dei suoi fratelli, e il padre di una generazione precedente. Lungo il percorso cosparso di roccia che collega Jinba alla strada asfaltata più vicina, la madre di Nawal ha dato alla luce un altro bambino, non potendo raggiungere l’ ospedale in tempo; sullo stesso tratto di terra appiattita, il padre di Nawal è stato picchiato da coloni israeliani di fronte alla sua terrorizzata bambina.

La grotta e una tenda adiacente sono la casa per 18 persone: il padre di Nawal, le sue due mogli e 15 figli . Le 200 pecore della famiglia sono ricoverate all’esterno. Un antico generatore che gira con costoso diesel fornisce l’alimentazione per un massimo di tre ore al giorno. L’acqua viene prelevata dai pozzi del villaggio, o consegnata da un trattore con fino a 20 volte il costo dell’ acqua corrente. Durante l’inverno, venti aspri spazzano attraverso il paesaggio desertico, tagliando attraverso la tenda e costringendo tutta la famiglia ad affollarsi nella grotta per il calore. “In inverno, siamo impilati uno sopra l’altro,” Nawal mi dice.

Lei raramente lascia il villaggio. “Ero solita andare in macchina di mio padre. Ma i coloni ci hanno fermato. Hanno picchiato mio padre davanti ai miei occhi, imprecando, utilizzando un linguaggio volgare. Hanno preso le nostre cose e le hanno gettate fuori dalla macchina.”

Anche a casa non è sicura. “I soldati entrano per ricercare. Non so cosa stanno cercando”, dice. “A volte aprono gli ovili e fanno uscire le pecore. Nel Ramadan, sono venuti e hanno preso i miei fratelli. Ho visto i soldati che li hanno picchiati con il calcio dei loro fucili. Ci hanno costretto a lasciare la caverna.”

Nonostante le difficoltà della sua vita, Nawal è felice. “Questa è la mia patria, questo è dove voglio essere. E’ difficile qui, ma mi piace la mia casa e la terra e le pecore.” Ma, aggiunge, “io sarò ancora più felice se ci sarà permesso di rimanere.”

Nawal è una di una seconda generazione di palestinesi che nasce in occupazione. La sua nascita è venuta 34 anni dopo che Israele ha sequestrato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est durante la Guerra dei sei giorni . La legge militare è stata imposta alla popolazione palestinese, e subito dopo Israele ha iniziato a costruire colonie nei territori occupati sotto protezione militare. Gerusalemme Est è stata annessa in un movimento dichiarato illegale secondo il diritto internazionale.

La prima generazione – i genitori di Nawal e i loro coetanei – si stanno avvicinando alla mezza età, tutta la loro vita dominata dalla routine quotidiana e dalle piccole umiliazioni di un popolo occupato. Circa quattro milioni di palestinesi non hanno conosciuto altro che un’esistenza definita da posti di blocco, le richieste di documenti di identità, raid notturni, arresti, demolizioni di case, spostamento, abusi verbali, intimidazioni, aggressioni fisiche, arresto e morte violenta. Si tratta di un mosaico crudele: innumerevoli frammenti apparentemente non correlati che, se messi insieme, costruiscono un quadro di potere e impotenza. Eppure, dopo 46 anni, è diventato anche una sorta di normalità.

Per i giovani, l’impatto di un tale ambiente è spesso profondo. I bambini sono esposti a esperienze che modellano atteggiamenti per tutta la vita e, in alcuni casi, hanno conseguenze psicologiche di durata. Frank Roni, uno specialista di protezione dei bambini per l’ Unicef , l’agenzia delle Nazioni Unite per i bambini, che lavora in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, parla di un “trauma intergenerazionale” nel vivere sotto occupazione. “Il conflitto in corso, il deterioramento dell’economia e dell’ambiente sociale, l’aumento della violenza – tutto questo impatta pesantemente sui bambini,” dice. “I muri psicologici” rispecchiano le barriere fisiche e i posti di blocco. ” I bambini si formano una mentalità da ghetto e perdono la speranza per il futuro, che alimenta un ciclo di disperazione”, dice Roni.

Ma le loro esperienze sono inevitabilmente irregolari. Molti bambini che vivono nelle grandi città palestinesi, sotto un certo grado di autogoverno, raramente entrano in contatto con i coloni o i soldati, mentre tali incontri sono parte della vita quotidiana per coloro che vivono nel 62% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano, noto come Area C . I bambini a Gaza vivono in una striscia di terra bloccata, spesso crescono in condizioni di estrema difficoltà economiche, e con l’esperienza diretta e sconvolgente di un’ intensa guerra. A Gerusalemme Est, una percentuale elevata di bambini palestinesi cresce in ghetti poveri, invasi dall’espandersi degli insediamenti israeliani o con i coloni estremisti che subentrano nelle proprietà in mezzo a loro.

Nelle South Hebron Hills, i pastori che vagavano nella zona per generazioni ora vivono a fianco ideologicamente e religiosamente con gli ebrei che sostengono un antico legame biblico con la terra e vedono i palestinesi come intrusi. Hanno costruito insediamenti recintati sulle colline, serviti con strade asfaltate, elettricità e acqua corrente, e protetti dall’esercito. I coloni e i soldati hanno portato paura alla gente delle caverne: violenti attacchi contro la popolazione palestinese locale sono frequenti, con incursioni militari e la costante minaccia di allontanamento forzato dalle loro terre.

Il villaggio di Nawal è all’interno di un’area designata nel 1980 dall’esercito israeliano come “Firing Zone 918” per l’addestramento militare. L’esercito vuole cancellare otto comunità palestinesi sulla base del fatto che è pericoloso per loro rimanere all’interno di una zona di addestramento militare. Essi non sono “residenti permanenti” . Una battaglia legale per la sorte dei villaggi , lanciata prima che Nawal nascesse, è ancora irrisolta.

La sua scuola, una struttura di base di tre stanze, è sotto un ordine di demolizione, come lo è l’unico altro edificio del villaggio, la moschea, che viene utilizzato come aula supplementare. Entrambi sono stati costruiti senza permessi ufficiali israeliani, che non sono quasi mai concessi. Haytham Abu Sabha, insegnante di Nawal, dice che la vita dei suoi allievi è “molto difficile. I bambini non hanno la ricreazione. Mancano le cose fondamentali nella vita… Non c’è elettricità, c’è alta malnutrizione, non ci sono campi da gioco. Quando si ammalano o stanno male, è difficile portarli in ospedale. Siamo costretti a essere primitivi. “

I bambini sono anche costretti ad essere coraggiosi. Nawal insiste che non ha paura dei soldati. Ma quando chiedo se lei ha pianto durante le incursioni sulla sua casa, esita prima di annuire quasi impercettibilmente, non volendo ammettere le sue paure. Psicologi e consulenti che lavorano con i bambini palestinesi dicono che questa riluttanza a riconoscere e vocalizzare esperienze spaventose aggrava i danni causati dall’evento stesso. “I bambini dicono che non hanno paura dei soldati, ma il loro linguaggio del corpo ti dice qualcosa di diverso”, dice Mona Zaghrout, responsabile della consulenza al YMCA a Beit Sahour, vicino a Betlemme. “Loro si vergognano di dire che hanno paura.”

Come Nawal, la 12enne Ahed Tamimi afferma coraggiosamente che anche lei non ha paura dei soldati, prima di tranquillamente ammettere che a volte ha paura. L’apparente coraggio di Ahed l’ha catapultata ad una breve fama un anno fa, quando un video della sua rabbia che si confrontava cpn i soldati israeliani è stato postato online. La ragazza è stata invitata in Turchia, dove è stata salutata come un’ eroina bambina.

Tra le colline alberate a circa quasi tre ore di guida a nord di Jinba, Nabi Saleh è un villaggio di circa 500 persone, molte delle quali condividono il nome della famiglia di Tamimi. Dalla casa di Ahed, l’insediamento israeliano di Halamish è visibile attraverso una valle. Fondata nel 1977, è costruito in parte su terreni confiscati alle famiglie palestinesi locali. Una base dell’esercito israeliano si trova accanto all’insediamento.

Quando i coloni si sono stanziati nel paese in primavera cinque anni fa, gli abitanti di Nabi Saleh hanno iniziato le proteste settimanali. I genitori di Ahed, Bassem e Nariman, sono stati in prima linea nelle manifestazioni, che sono in gran parte non violente, anche se spesso comportano qualche sassaiola. L’esercito israeliano abitualmente risponde con gas lacrimogeni, granate assordanti, proiettili di gomma, getti di liquido maleodorante conosciuto come “skunk”, e, a volte munizioni vive.

Due abitanti del villaggio sono stati uccisi e circa 350 – tra cui un gran numero di bambini – feriti. Ahed è stata colpita al polso da un proiettile di gomma. Almeno 140 persone provenienti da Nabi Saleh sono state arrestate o imprigionate a seguito di attività di protesta, tra cui 40 minori. Bassem è stato imprigionato per nove volte – quattro volte dalla nascita di sua figlia – ed è stato nominato un “prigioniero di coscienza” da Amnesty International ; Nariman è stata arrestata cinque volte da quando le proteste cominciarono, e il fratello maggiore di Ahed, Waed, è stato arrestato. Suo zio, Rushdie Tamimi, è morto due giorni dopo essere stato colpito dai soldati a novembre 2012. Le indagini delle Forze di Difesa Israeliane hanno poi accertato che i soldati hanno sparato 80 proiettili senza giustificazione , ma hanno anche impedito agli abitanti del villaggio di dare un aiuto medico al ferito.

Ahed, una leggera ragazza dal viso da elfo, è un mix sconfortante di mondanità e ingenuità. Per essere una bambina, sa troppo di gas lacrimogeni e proiettili di gomma, ordini di demolizione e incursioni militari. La sua casa, segnata da ripetuti assalti dell’esercito, è una delle 13 nel villaggio che sono minacciate di essere rase al suolo. Quando chiedo quante volte ha sperimentato gli effetti di gas lacrimogeni, ride, dicendo che non riesce a contare le volte. Le chiedo di descriverlo. “Non riesco a respirare, i miei occhi fanno male,mi sento come se sto soffocando. A volte passano 10 minuti fino a quando riesco a vedere di nuovo”, dice.

Come Nawal, Ahed ha familiarità con le incursioni militari in casa sua. Una, mentre il padre era in prigione, è iniziata alle 3 del mattino con il suono di fucili d’assalto sbattuti contro la porta d’ingresso. “Mi sono svegliata, vi erano soldati nella mia camera da letto. Mia madre stava gridando contro i soldati. Hanno messo tutto sottosopra, nella ricerca. Hanno preso il nostro portatile e macchine fotografiche e telefoni.”

Secondo Bassem, sua figlia ” a volte si sveglia di notte, urla e ha paura. Per la maggior parte del tempo, i bambini sono nervosi e stressati, e questo incide sulla loro formazione. Le loro priorità cambiano, non vedono il punto di apprendimento.”

Coloro che lavorano con i bambini palestinesi dicono che questa è una reazione comune. “Quando si vive sotto costante minaccia o paura del pericolo, i vostri meccanismi di coping si deteriorano. I bambini sono quasi sempre sotto stress, hanno paura di andare a scuola, sono incapaci di concentrarsi”, dice Frank Roni.

Mona Zaghrout della YMCA elenca le risposte tipiche al trauma tra i bambini: “Incubi, mancanza di concentrazione, riluttanza ad andare a scuola, voglia di stringersi, riluttanza a dormire da soli, insonnia, comportamento aggressivo, comportamento regressivo, enuresi e sintomi psicosomatici, come una febbre alta senza una ragione biologica, o eruzioni cutanee su tutto il corpo. Queste sono le cose più comuni che vediamo. “

Il rovescio della medaglia della vita di Ahed è di una prosaicità struggente. Gioca a campana e a calcio con i suoi compagni di scuola, ama i film sulle sirene, prende in giro i suoi fratelli, salta con una corda in salotto. Ma lei si contrae dal suggerimento che noi la fotografiamo vicino alla torre di guardia armata all’ingresso del paese, solo a malincuore ha accettato qualche minuto in vista del soldato dietro il calcestruzzo.

Le sue risposte alle domande se le proteste sono finite e sul ruolo dell’esercito che sembra praticato, sono il risultato di vivere in una comunità altamente politicizzata. “Vogliamo liberare la Palestina, vogliamo vivere da persone libere, i soldati sono qui per proteggere i coloni e impedirci di raggiungere la nostra terra.” Con i suoi fratelli, guarda un DVD di filmati che mostrano i suoi genitori arrestati, i loro volti contorti in rabbia e dolore, il suo scontro con i soldati israeliani, un raid notturno sulla casa, suo zio che si contorce a terra dopo essere stato colpito . Oltre a testimoniare questi eventi di prima mano, li rivive più e più volte sullo schermo.

I coloni in tutta la valle le sembrano come completamente estranei. Non ha mai avuto contatti diretti con nessuno di loro. Nessun soldato, dice lei, le ha mai detto una parola civile .

E ‘lo stesso per il 13enne Waleed Abu Aishe. I soldati israeliani sono di stanza alla fine della sua strada nella città volatile di Hebron 24 ore al giorno, ma nessuno ha mai riconosciuto il magro ragazzo occhialuto per nome mentre ritorna a casa da scuola. “Fanno finta che non ci conoscono, ma ovviamente lo sanno,” dice. “Vogliono solo fare le cose difficili. Conoscono il mio nome, ma non lo hanno mai usato.”

Da nessuna parte in Cisgiordania i coloni israeliani e i palestinesi vivono in stretta vicinanza o con maggiore animosità rispetto a Hebron. Poche centinaia di ebrei biblicamente ispirati risiedono nel cuore della città antica, protetti da circa 4.000 soldati, in mezzo a una popolazione palestinese di 170.000. Nel 1997 la città fu divisa in H1, amministrata dall’Autorità palestinese, e H2, una superficie molto più piccola intorno al vecchio mercato, sotto il controllo dei militari israeliani. H2 è ora una città quasi fantasma: negozi chiusi, case vuote, strade deserte, branchi di cani selvatici, e soldati armati sulla maggior parte degli angoli delle strade. Qui, le restanti famiglie palestinesi sopportano un’esistenza di disagio con i loro vicini coloni.

A Tel Rumeida, quartiere di Waleed, quasi tutti i residenti palestinesi sono andati via. Solo gli Abu Aishe e un’altra famiglia rimangono sulla sua strada, accanto a nuovi condomini dei coloni ed edifici mobili. Waleed vive molto più prossimo ai suoi vicini coloni e soldati rispetto sia ad Ahed Tamimi o a Nawal Jabarin: dalla finestra di fronte, è possibile visualizzare direttamente nelle case dei coloni a pochi metri di distanza. Accanto alla sua casa è una custodia di una base militare di circa 400 soldati.

A seguito di attacchi violenti, lancio di pietre, vetri rotti e le ripetute molestie da parte dei coloni, gli Abu Aishe hanno eretto una gabbia di rete d’acciaio e videocamere sulla parte anteriore della casa a tre piani in cui la famiglia ha vissuto per 55 anni. Quando non è a scuola, Waleed spende quasi tutto il suo tempo all’interno di questa gabbia. “Per me, questo è normale,” dice. “Mi sono abituato. Ma è come vivere in una prigione. Nessuno può visitarci. I soldati fermano la gente in fondo alla strada, e se non sono della nostra famiglia è proibito per loro visitarci. C’è solo una via per la nostra casa, e i soldati sono lì giorno e notte, non mi ricordo niente altro:.. sono stati qui da quando sono nato ” Malgrado la sua “normalità”, vuole che i suoi amici potessero venire a casa, o che lui e suo fratello potessero giocare a calcio in strada.

La gabbia, e la condanna pubblica che è scoppiata in Israele in seguito alla trasmissione televisiva di una donna ebrea sibilante “puttana” in arabo attraverso le maglie ai membri femminili della famiglia Abu Aishe , hanno ridotto gli attacchi e gli abusi dei coloni . Ma Waleed ancora viene chiamato “asino” o “cane”, ed è a volte inseguito dai bambini dei coloni.

Sua madre, Ibtasan, dice che i soldati non fanno niente per proteggere i suoi figli. “Loro sono abituati a questo stile di vita, ma è molto faticoso. Sono sempre preoccupata” dice, mentre le immagini dalla strada sottostante sfarfallano su un monitor televisivo in un angolo del salotto. “E ‘stato più facile quando erano piccoli, anche se avevano dei brutti sogni. Dormivano uno accanto a me, uno accanto a mio marito e uno tra di noi.”

Un rapporto del 2010 dell’organizzazione per i diritti dei bambini Defense for Children International (DCI) ha detto che i bambini palestinesi a Hebron erano “spesso il bersaglio di attacchi dei coloni, sotto forma di aggressioni fisiche e sassaiole che li feriscono” e sono stati “particolarmente vulnerabili agli attacchi dei coloni “.

Chiedo a Waleed se ha mai tentato di vendicarsi. Sembra a disagio. “Alcuni dei miei amici lanciano pietre ai soldati,” dice. “Anche se volessi, non potrei, perché i soldati mi conoscono.”

La sassaiola da parte dei bambini palestinesi a coloni e forze di sicurezza è comune, a volte causando lesioni e anche decessi. Bassem Tamimi né li difende né li condanna: “Se gettiamo le pietre, i soldati sparano. Ma se non lanciamo pietre, sparano comunque. La sassaiola è una reazione. Non si può essere una vittima per tutto il tempo,..” dice.

Un altro padre, il cui figlio adolescente è stato arrestato dalla polizia israeliana 16 volte fin dall’età di nove anni, concorda. “Abbiamo il diritto di difenderci, ma con cosa dobbiamo difenderci ? Noi abbiamo carri armati, o caccia?” chiede Mousa Odeh.

Suo figlio, musulmano, ora 14 anni, è ben noto alle forze di sicurezza israeliane nel quartiere di Silwan a Gerusalemme est. A pochi minuti d’auto dagli alberghi a cinque stelle intorno alle antiche mura della Città Vecchia di Gerusalemme, Silwan si incunea in un canalone, un fitto groviglio di case lungo le strade ripide e strette allineate con le officine di riparazione di auto e stanchi negozi di alimentari .

E ‘sempre stato un quartiere difficile, ma un afflusso di coloni dalla linea dura ha creato forti tensioni, aggravate dalla aggressione delle loro guardie di sicurezza armate private e dagli ordini di demolizione contro più di 80 case palestinesi. I giovani della zona lanciano sassi e pietre contro i veicoli di rinforzo dei coloni, rischiando l’arresto da parte dell’immancabile polizia.

“Ogni minuto si vede la polizia – su e giù, su e giù”, dice Muslim. “Ci fermano, ci cercano, ci spiano. Quando mi annoio, li spio io, anche. Perché dovrei aver paura di loro?” Il ragazzo insiste che non è tra i lanciatori di pietre, un’affermazione che estende credulità. “La polizia mi accusa di creare problemi, ma io non lancio pietre, mai. Alcuni dei miei amici, forse.”

Hyam, la madre di Muslim, dice che il figlio, il più giovane di cinque figli, è cambiato da quando cominciarono gli arresti. “Lo hanno distrutto psicologicamente. Lui è più aggressivo e nervoso, iper, sempre vuole essere fuori per le strade.”

Gli arresti di Muslim hanno seguito un modello tipico ben documentato. Tra 500 e 700 bambini palestinesi sono stati arrestati dalle forze di sicurezza israeliane ogni anno, la maggior parte accusati di lancio di pietre. Essi sono spesso arrestati durante la notte, portati via da casa senza un genitore o un adulto che li accompagna, interrogati senza avvocati, tenuti in celle prima della comparsa in tribunale. Alcuni sono bendati o hanno le mani legate con fascette di plastica. Molti riportano abusi fisici e verbali, e dicono di fare false confessioni. Secondo il DCI, che ha preso centinaia di dichiarazioni giurate di minori in Cisgiordania e Gerusalemme Est, questi bambini sono spesso pompati perchè diano informazioni su parenti e vicini di casa dai loro interrogatori. Muslim è stato tenuto per periodi variabili da poche ore a una settimana.

Per Muslim, i suoi arresti ripetuti sono un rito di passaggio. “Le persone mi rispettano perché sono stato arrestato tante volte”, mi dice. Gli psicologi infantili la vedono piuttosto diversamente. Dicono che i ragazzi sono spesso festeggiati come eroi quando tornano dalla detenzione, cosa che nega loro il campo di applicazione per elaborare le loro esperienze traumatiche ed esprimere sentimenti comuni di ansia acuta. Secondo Zaghrout, i ragazzi sono tenuti ad agire duramente. “Nella nostra cultura, è più facile per le ragazze mostrare paura e piangere. Ai ragazzi viene detto che non dovrebbero piangere. E ‘ difficile per i ragazzi dire che hanno paura di andare in bagno da soli o che vogliono dormire con i genitori. Ma hanno ancora questi sentimenti, ne escono solo in modo diverso – in incubi, enuresi notturna, aggressione “.

Mousa, padre di Muslim e imam della moschea locale, dice che, nonostante la spavalderia di suo figlio, lui è un ragazzo infelice e insicuro. “Quando arriva l’esercito, si aggrappa a me. Dall’inizio degli arresti, dorme con me”. Mentre Mousa sta parlando, Muslim lascia improvvisamente la casa portando un coltello, intento a bucare un pallone che era stato calciato contro la parete anteriore dai bambini locali. “Questo è un disturbato comportamento irrazionale”, dice Mousa. “Questo è per gli arresti. Hanno distrutto la sua infanzia. Ha visto suo padre, suo fratello, sua sorella arrestati. C’è un ordine di demolizione sulla casa. La maggior parte dei nostri vicini di casa sono stati arrestati. Questa è l’infanzia di questo ragazzo. Lui non sta crescendo a Disneyland. “

Mousa descrive la sua detenzione nel tentativo di impedire alla polizia di arrestare suo figlio. “Mi hanno trasportato nel mio abbigliamento intimo da qui al Russian Compound [una cella e una corte in un complesso al centro di Gerusalemme]. Potete immaginare più umiliazione di questa? Noi siamo persone religiose – non permettiamo nemmeno che i nostri figli ci vedano senza vestiti. Se mi dessero un milione di dollari, non vorrei andare fuori in mutande. “

Il momento in cui i bambini si rendono conto che i loro genitori, in particolare i loro padri, non li possono proteggere è psicologicamente significativo, secondo gli esperti. “Per i bambini, i loro padri sono i protettori della famiglia. Ma spesso questi uomini raggiungono un punto in cui non possono proteggere i loro figli. A volte i soldati umiliano i padri di fronte a dei bambini. Questo è molto difficile per i bambini che naturalmente vedono il padre come un eroe , “afferma Zaghrout.

Secondo Roni di Unicef, “I bambini possono perdere la fiducia e il rispetto quando vedono il padre picchiato davanti a loro. Questi bambini a volte sviluppano una resistenza a rispettare le persone nell’ autorità. Sentiamo genitori che dicono: ‘Non riesco a controllare quasi più il mio bambino – non mi ascolta ‘. Questo crea grandi tensioni all’interno di una famiglia. “

Muslim ora salta regolarmente la scuola, dicendo che lo annoia, e trascorre le sue giornate invece gironzolando per le strade. Secondo Mousa, gli insegnanti del ragazzo dicono che è difficile da controllare, aggressivo e non collaborativo. Alla fine della nostra visita, l’adolescente inquieto ci accompagna di nuovo alla nostra auto. Lui saltella lungo la strada, si appoggia ai finestrini aperti delle auto per torcere un volante o suonare il clacson . Mentre ci prepariamo ad andarcene, ci dà una parola di avvertimento:
” Prestate attenzione. Alcuni bambini potrebbero lanciare sassi contro di voi.”

Nonostante le loro vite difficili, ognuno di questi quattro bambini ha una pietra di paragone di normalità nella loro vita. Per Nawal, è la pecora che lei accudisce. Ad Ahed piace il calcio e giocare con le bambole. Waleed è appassionato di disegno. Muslim si occupa dei cavalli del suo quartiere. E ognuno ha un’ambizione per il futuro: Nawal spera di essere un medico, per la cura della gente delle caverne e dei pastori delle colline a sud di Hebron, Ahed vuole diventare un avvocato, per lottare per i diritti dei palestinesi, Waleed aspira ad essere un architetto , per progettare case senza gabbie e Muslim gode ad aggiustare le cose e vorrebbe essere un meccanico di auto.

Ma crescere sotto l’occupazione preannuncia un’altra generazione di palestinesi. I professionisti che lavorano con questi bambini dicono che molti giovani traumatizzati diventano adulti arrabbiati e senza speranza, contribuendo a un ciclo di disperazione e violenza. “Quello che abbiamo di fronte nella nostra infanzia, e come abbiamo a che fare con essa, ci forma come adulti”, dice Zaghrout.

“C’è un ciclo di trauma impresso sulla coscienza palestinese, tramandato di generazione in generazione,” Rita Giacaman, professoressa di salute pubblica alla Birzeit University, dice. “Anche la disperazione è tramandata. E’ difficile per i bambini vedere un futuro. Il passato forma non solo il presente, ma anche il futuro.”

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

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ARTICOLO ORIGINALE

http://www.theguardian.com/world/2014/feb/08/children-of-occupation-growing-up-in-palestine

Children of the occupation: growing up in Palestine

Nawal Jabarin wants to be a doctor when she grows up. For now, she lives in a cave with 14 siblings, in constant fear of military raids. We meet the Palestinian children living under Israeli occupation

 

The Guardian

Nawal Jabarin and her brothers, two-month-old Issa and two-year-old Jibril, in their West Bank home

Nawal Jabarin, 12, and her brothers, two-month-old Issa and two-year-old Jibril, in their West Bank home. Photograph: Quique Kierszenbaum for the Guardian

The rough track is an unmarked turning across a primeval landscape of rock and sand under a vast cobalt sky. Our Jeep bounces between boulders and dust-covered gorse bushes before beginning a bone-jolting descent from the high ridge into a deep valley. An Israeli army camp comes into view, then the tiny village of Jinba: two buildings, a few tents, a scattering of animal pens. A pair of military helicopters clatter overhead. The air smells of sheep.

At the end of this track in the southern West Bank, 12-year-old Nawal Jabarin lives in a cave. She was born in the gloom beneath its low, jagged roof, as were two of her brothers, and her father a generation earlier. Along the rock-strewn track that connects Jinba to the nearest paved road, Nawal’s mother gave birth to another baby, unable to reach hospital in time; on the same stretch of flattened earth, Nawal’s father was beaten by Israeli settlers in front of the terrified child.

The cave and an adjacent tent are home to 18 people: Nawal’s father, his two wives and 15 children. The family‘s 200 sheep are penned outside. An ancient generator that runs on costly diesel provides power for a maximum of three hours a day. Water is fetched from village wells, or delivered by tractor at up to 20 times the cost of piped water. During the winter, bitter winds sweep across the desert landscape, slicing through the tent and forcing the whole family to crowd into the cave for warmth. “In winter, we are stacked on top of one another,” Nawal tells me.

She rarely leaves the village. “I used to ride in my father’s car. But the settlers stopped us. They beat my father before my eyes, cursing, using foul language. They took our things and threw them out of the car.”

Even home is not safe. “The soldiers come in [the cave] to search. I don’t know what they’re looking for,” she says. “Sometimes they open the pens and let the sheep out. In Ramadan, they came and took my brothers. I saw the soldiers beat them with the heel of their guns. They forced us to leave the cave.”

Despite the hardships of her life, Nawal is happy. “This is my homeland, this is where I want to be. It’s hard here, but I like my home and the land and the sheep.” But, she adds, “I will be even happier if we are allowed to stay.”

Nawal is one of a second generation of Palestinians to be born into occupation. Her birth came 34 years after Israel seized the West Bank,Gaza Strip and East Jerusalem during the six-day war. Military law was imposed on the Palestinian population, and soon afterwards Israel began to build colonies on occupied land under military protection. East Jerusalem was annexed in a move declared illegal under international law.

The first generation – Nawal’s parents and their peers – are now approaching middle age, their entire lives dominated by the daily grind and small humiliations of an occupied people. Around four million Palestinians have known nothing but an existence defined by checkpoints, demands for identity papers, night raids, detentions, house demolitions, displacement, verbal abuse, intimidation, physical attacks, imprisonment and violent death. It is a cruel mosaic: countless seemingly unrelated fragments that, when put together, build a picture of power and powerlessness. Yet, after 46 years, it has also become a kind of normality.

For the young, the impact of such an environment is often profound. Children are exposed to experiences that shape attitudes for a lifetime and, in some cases, have lasting psychological consequences. Frank Roni, a child protection specialist for Unicef, the United Nations’ agency for children, who works in the West Bank, Gaza and East Jerusalem, speaks of the “inter-generational trauma” of living under occupation. “The ongoing conflict, the deterioration of the economy and social environment, the increase in violence – this all impacts heavily on children,” he says. “Psychological walls” mirror physical barriers and checkpoints. “Children form a ghetto mentality and lose hope for the future, which fuels a cycle of despair,” Roni says.

But their experiences are inevitably uneven. Many children living in the major Palestinian cities, under a degree of self-government, rarely come into contact with settlers or soldiers, while such encounters are part of daily life for those in the 62% of the West Bank under full Israeli control, known as Area C. Children in Gaza live in a blockaded strip of land, often growing up in extreme economic hardship, and with direct and shocking experience of intense warfare. In East Jerusalem, a high proportion of Palestinian children grow up in impoverished ghettoes, encroached upon by expanding Israeli settlements or with extremist settlers taking over properties in their midst.

In the South Hebron Hills, the shepherds who have roamed the area for generations now live alongside ideologically and religiously driven Jews who claim an ancient biblical connection to the land and see the Palestinians as interlopers. They have built gated settlements on the hilltops, serviced with paved roads, electricity and running water, and protected by the army. The settlers and soldiers have brought fear to the cave-dwellers: violent attacks on the local Palestinian population are frequent, along with military raids and the constant threat of forcible removal from their land.

Nawal’s village is inside an area designated in the 1980s by the Israeli army as “Firing Zone 918” for military training. The army wants to clear out eight Palestinian communities on the grounds that it is unsafe for them to remain within a military training zone; they are not “permanent residents”. A legal battle over the fate of the villages, launched before Nawal was born, is still unresolved.

Her school, a basic three-room structure, is under a demolition order, as is the only other building in the village, the mosque, which is used as an overspill classroom. Both were constructed without official Israeli permits, which are hardly ever granted. Haytham Abu Sabha, Nawal’s teacher, says his pupils’ lives are “very hard. The children have no recreation. They lack the basic things in life: there is no electricity, high malnutrition, no playgrounds. When they get sick or are hurt, it’s hard getting them to hospital. We are forced to be primitive.”

The children are also forced to be brave. Nawal insists she is not afraid of the soldiers. But when I ask if she has cried during the raids on her home, she hesitates before nodding almost imperceptibly, unwilling to admit to her fears. Psychologists and counsellors working with Palestinian children say this reluctance to acknowledge and vocalise frightening experiences compounds the damage caused by the event itself. “Children say they are not afraid of soldiers, but their body language tells you something different,” says Mona Zaghrout, head of counselling at the YMCA in Beit Sahour, near Bethlehem. “They feel ashamed to say they are afraid.”

Ahed Tamimi, 12, in Nabi Saleh

Ahed Tamimi, 12, plays hopscotch, likes movies about mermaids and teases her brothers at home in Nabi Saleh. Photograph: Quique Kierszenbaum for the Guardian

Like Nawal, 12-year-old Ahed Tamimi boldly asserts that she, too, has no fear of soldiers, before quietly admitting that sometimes she is afraid. Ahed’s apparent fearlessness catapulted her to a brief fame a year ago when a video of her angrily confronting Israeli soldiers was posted online. The girl was invited to Turkey, where she was hailed as a child hero.

Amid tree-covered hills almost three hours’ drive north of Jinba, Nabi Saleh is a village of around 500 people, most of whom share the family name of Tamimi. From Ahed’s home, the Israeli settlement of Halamish is visible across a valley. Founded in 1977, it is built partly on land confiscated from local Palestinian families. An Israeli army base is situated next to the settlement.

When settlers appropriated the village spring five years ago, the people of Nabi Saleh began weekly protests. Ahed’s parents, Bassem and Nariman, have been at the forefront of the demonstrations, which are largely nonviolent, although they often involve some stone-throwing. The Israeli military routinely respond with tear gas, stun grenades, rubber bullets, jets of foul-smelling fluid known as “skunk”, and sometimes live ammunition.

Two villagers have been killed, and around 350 – including large numbers of children – injured. Ahed was shot in the wrist by a rubber bullet. At least 140 people from Nabi Saleh have been detained or imprisoned as a result of protest activity, including 40 minors. Bassem has been jailed nine times – four times since his daughter’s birth – and was named a “prisoner of conscience” by Amnesty International; Nariman has been detained five times since the protests began; and Ahed’s older brother, Waed, was arrested. Her uncle, Rushdie Tamimi, died two days after being shot by soldiers in November 2012. An Israel Defense Forcesinvestigation later found that soldiers fired 80 bullets without justification; they also prevented villagers giving medical aid to the injured man.

Ahed, a slight, elfin-faced girl, is a discomforting mix of worldliness and naivety. For a child, she knows far too much about tear gas and rubber bullets, demolition orders and military raids. Her home, scarred by repeated army assaults, is one of 13 in the village that are threatened with being bulldozed. When I ask how often she has experienced the effects of tear gas, she laughs, saying she cannot count the times. I ask her to describe it. “I can’t breathe, my eyes hurt, it feels like I’m suffocating. Sometimes it’s 10 minutes until I can see again,” she says.

Like Nawal, Ahed is familiar with military raids on her home. One, while her father was in prison, began at 3am with the sound of assault rifles being battered against the front door. “I woke up, there were soldiers in my bedroom. My mum was screaming at the soldiers. They turned everything upside down, searching. They took our laptop and cameras and phones.”

According to Bassem, his daughter “sometimes wakes up at night, shouting and afraid. Most of the time, the children are nervous and stressed, and this affects their education. Their priorities change, they don’t see the point in learning.”

Those working with Palestinian children say this is a common reaction. “When you live under constant threat or fear of danger, your coping mechanisms deteriorate. Children are nearly always under stress, afraid to go to school, unable to concentrate,” Frank Roni says.

Mona Zaghrout of the YMCA lists typical responses to trauma among children: “Nightmares, lack of concentration, reluctance to go to school, clinginess, unwillingness to sleep alone, insomnia, aggressive behaviour, regressive behaviour, bed-wetting. Psychosomatic symptoms, such as a high fever without a biological reason, or a rash over the body. These are the most common things we see.”

The flip side of Ahed’s life is one of poignant prosaicness. She plays hopscotch and football with her schoolfriends, likes movies about mermaids, teases her brothers, skips with a rope in the sitting room. But she shrinks from the suggestion that we photograph her near the army watchtower at the entrance to the village, only reluctantly agreeing to a few minutes within sight of the soldier behind the concrete.

Her answers to questions about what the protests are over and the role of the army seem practised, the result of living in a highly politicised community. “We want to liberate Palestine, we want to live as free people, the soldiers are here to protect the settlers and prevent us reaching our land.” With her brothers, she watches a DVD of edited footage showing her parents being arrested, their faces contorted in anger and pain, her own confrontation with Israeli soldiers, a night-time raid on the house, her uncle writhing on the ground after being shot. On top of witnessing these events first-hand, she relives them over and over again on screen.

The settlers across the valley appear to her as completely alien. She has never had direct contact with any of them. No soldier, she says, has ever spoken a civil word to her.

Waleed Abu Aishe, 13, at home in Hebron

Waleed Abu Aishe’s family put a steel cage over their house in Hebron after attacks by settlers: ‘It’s like living in a prison. No one can visit us. Soldiers are there day and night. I don’t remember anything else’. Photograph: Quique Kierszenbaum for the Guardian

It’s the same for 13-year-old Waleed Abu Aishe. Israeli soldiers are stationed at the end of his street in the volatile city of Hebron 24 hours a day, yet none has ever acknowledged the skinny, bespectacled boy by name as he makes his way home from school. “They make out they don’t know us, but of course they do,” he says. “They just want to make things difficult. They know my name, but they never use it.”

Nowhere in the West Bank do Israeli settlers and Palestinians live in closer proximity or with greater animosity than in Hebron. A few hundred biblically inspired Jews reside in the heart of the ancient city, protected by around 4,000 soldiers, amid a Palestinian population of 170,000. In 1997 the city was divided into H1, administered by the Palestinian Authority, and H2, a much smaller area around the old market, under the control of the Israeli military. H2 is now a near-ghost town: shuttered shops, empty houses, deserted streets, packs of wild dogs, and armed soldiers on most street corners. Here, the remaining Palestinian families endure an uneasy existence with their settler neighbours.

In Tel Rumeida, Waleed’s neighbourhood, almost all the Palestinian residents have left. Only the Abu Aishes and another family remain on his street, alongside new settler apartment blocks and portable buildings. Waleed lives much closer to his settler and soldier neighbours than either Ahed Tamimi or Nawal Jabarin: from his front window, you can see directly into settler homes a few metres away. Next door to his home is an army base housing around 400 soldiers.

Following violent attacks, stone-throwing, smashed windows and repeated harassment from settlers, the Abu Aishes erected a steel mesh cage and video cameras over the front of the three-storey house where the family has lived for 55 years. When not at school, Waleed spends almost all his time inside this cage. “For me, this is normal,” he says. “I got used to it. But it’s like living in a prison. No one can visit us. The soldiers stop people at the bottom of the street, and if they are not from our family, it’s forbidden for them to visit. There is only one way to our house, and the soldiers are there day and night. I don’t remember anything else: they have been here since I was born.” Despite his “normality”, he wishes his friends could come to the house, or that he and his brother could play football on the street.

The cage, and public condemnation that erupted in Israel following the broadcast on television of a Jewish woman hissing “whore” in Arabic through the mesh at female members of the Abu Aishe family, have reduced settler attacks and abuse. But Waleed still gets called “donkey” or “dog”, and is sometimes chased by settler children.

His mother, Ibtasan, says the soldiers take no action to protect her children. “They have got used to this way of life, but it’s very exhausting. Always I am worried,” she says as images from the street below flicker on a television monitor in the corner of the living room. “It was easier when they were little, although they had bad dreams. They would sleep one next to me, one next to my husband and one between us.”

2010 report by the children’s rights organisation Defence for Children International (DCI) said Palestinian children in Hebron were “frequently the targets of settler attacks in the form of physical assaults and stone-throwing that injure them” and were “especially vulnerable to settler attacks”.

I ask Waleed if he’s ever tempted to retaliate. He looks uncomfortable. “Some of my friends throw stones at the soldiers,” he says. “Even if I wanted to, I couldn’t, because the soldiers know me.”

Stone-throwing by Palestinian children at settlers and security forces is common, sometimes causing injuries and even deaths. Bassem Tamimi neither advocates nor condemns it: “If we throw stones, the soldiers shoot. But if we don’t throw stones, they shoot anyway. Stone-throwing is a reaction. You can’t be a victim all the time,” he says.

Muslim Odeh, 14, in Silwan, East Jerusalem

‘People respect me because I’ve been arrested so many times,’ says Muslim Odeh, 14, who lives in Silwan, East Jerusalem. Photograph: Quique Kierszenbaum for the Guardian

Another father, whose adolescent son has been detained by the Israeli police 16 times since the age of nine, concurs. “We have the right to defend ourselves, but what do we have to defend ourselves with? Do we have tanks, or jet fighters?” asks Mousa Odeh.

His son, Muslim, now 14, is well known to the Israeli security forces in the East Jerusalem district of Silwan. A few minutes’ drive from the five-star hotels around the ancient walls of Jerusalem’s Old City, Silwan is wedged in a gulley, a dense jumble of houses along steep and narrow streets lined with car repair workshops and tired grocery stores.

It has always been a tough neighbourhood, but an influx of hardline settlers has created acute tensions, exacerbated by the aggression of their private armed security guards and demolition orders against more than 80 Palestinian homes. The area’s youths throw stones and rocks at the settlers’ reinforced vehicles, risking arrest by the ever-present police.

“Every minute you see the police – up and down, up and down,” Muslim says. “They stop us, search us, bug us. When I’m bored, I bug them, too. Why should I be frightened of them?” The boy insists he is not among the stone-throwers, an assertion that stretches credulity. “The police accuse me of making trouble, but I don’t throw stones, ever. Some of my friends, maybe.”

Hyam, Muslim’s mother, says her son, the youngest of five children, has changed since the arrests began. “They have destroyed him psychologically. He’s more aggressive and nervous, hyper, always wanting to be out in the streets.”

Muslim’s detentions have followed a typical, well-documented pattern. Between 500 and 700 Palestinian children are arrested by Israeli security forces each year, most accused of throwing stones. They are often arrested at night, taken away from home without a parent or adult accompanying them, questioned without lawyers, held in cells before an appearance in court. Some are blindfolded or have their hands bound with plastic ties. Many report physical and verbal abuse, and say they make false confessions. According to DCI, which has taken hundreds of affidavits from minors in the West Bank and East Jerusalem, these children are often pumped for information on relatives and neighbours by their interrogators. Muslim has been held for periods varying from a few hours to a week.

For Muslim, his repeated detentions are a rite of passage. “People respect me because I’ve been arrested so many times,” he tells me. Child psychologists see it rather differently. They say young boys are often feted as heroes when they return from detention, which denies them the scope to process their traumatic experiences and express common feelings of acute anxiety. According to Zaghrout, boys are expected to act tough. “In our culture, it’s easier for girls to show fear and cry. Boys are told they shouldn’t cry. It’s hard for boys to say they are frightened to go to the toilet alone or that they want to sleep with their parents. But they still have these feelings, they just come out differently – in nightmares, bed-wetting, aggression.”

Mousa, Muslim’s father and the imam of the local mosque, says that, despite his son’s bravado, he is an unhappy and insecure boy. “When the army comes, he clings to me. Since the beginning of the arrests, he sleeps with me.” While Mousa is talking, Muslim suddenly leaves the house carrying a knife, intent on puncturing a football being kicked against the front wall by local children. “This is disturbed, irrational behaviour,” Mousa says. “This is because of the arrests. They have destroyed his childhood. He saw his father, his brother, his sister being arrested. There is a demolition order on the house. Most of our neighbours have been arrested. This is the childhood of this boy. He is not growing up in Disneyland.”

Mousa describes his own detention while trying to prevent the police arresting his son. “They carried me in my underwear from here to the Russian Compound [a cell and court complex in central Jerusalem]. Can you imagine more humiliation than this? We are religious people – we don’t even let our children see us without clothes. If you gave me a million dollars, I would not go outside in my underwear.”

The moment when children realise their parents, especially their fathers, cannot protect them is psychologically significant, according to experts. “For children, their fathers are the protectors of the family. But often these men reach a point where they cannot protect their children. Sometimes soldiers humiliate fathers in front of children. This is very difficult for children who naturally see their father as a hero,” Zaghrout says.

According to Roni at Unicef, “Children can lose faith and respect when they see their father beaten in front of them. These children sometimes develop a resistance to respecting people in authority. We hear parents saying, ‘I can’t control my child any more – they won’t listen to me.’ This creates great stresses within a family.”

Muslim now skips school regularly, saying it bores him, and instead spends his days roaming the streets. According to Mousa, the boy’s teachers say he is hard to control, aggressive and uncooperative. At the end of our visit, the restless teenager accompanies us back to our car. He bounces along the road, leaning in open car windows to twist a steering wheel or honk a horn. As we prepare to leave, he gives us a word of warning: “Be careful. Some kid might throw rocks at you.”

Despite their difficult lives, each of these four children has a touchstone of normality in their life. For Nawal, it is the sheep that she tends. Ahed likes football and playing with dolls. Waleed is passionate about drawing. Muslim looks after horses in his neighbourhood. And each has an ambition for the future: Nawal hopes to be a doctor, to care for the cave-dwellers and shepherds of the South Hebron Hills; Ahed wants to become a lawyer, to fight for Palestinian rights; Waleed aspires to be an architect, to design houses without cages; and Muslim enjoys fixing things and would like to be a car mechanic.

But growing up under occupation is shaping another generation of Palestinians. The professionals who work with these children say many traumatised youngsters become angry and hopeless adults, contributing to a cycle of despair and violence. “What we face in our childhood, and how we deal with it, forms us as adults,” Zaghrout says.

“There is a cycle of trauma imprinted on Palestinian consciousness, passed down from generation to generation,” Rita Giacaman, professor of public health at Birzeit university, says. “Despair is also handed down. It’s hard for children to see a future. The past not only informs the present, but also the future.”

 

 

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