I tribunali israeliani e la banalità del male

Il rabbino Sylvester in visita al tribunale militare di Ofer: “Una fila apparentemente infinita di giovani palestinesi, sotto accusa per la lotta contro l’occupazione”.

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sabato 18 gennaio 2014 09:02

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del rabbino Gideon D. Sylvester – Haaretz

Gerusalemme, 18 gennaio 2014, Nena News – La vita in una yeshiva(scuola talmudica, ndr) della Cisgiordania è stata la cosa più vicina al paradiso che potessi immaginare. Certo che la nostra yeshivasarebbe sempre rimasta parte di Israele, ero ignaro del conflitto e dei milioni di palestinesi che vivono intorno a noi. Semplicemente, amavo studiare in un bel campus con splendidi giardini. Nulla avrebbe potuto essere più sereno.

La settimana scorsa ho avuto un assaggio di un altro lato della vita in Cisgiordania. Dovendo accompagnare un gruppo di avvocati del gruppo britannico-sionista Yachad, ho visitato il tribunale militare appena fuori dalla prigione di Ofer, a pochi minuti d’auto dal centro di Gerusalemme.

La parola “tribunale” evoca immagini di grandi edifici abbelliti da avvocati ben vestiti che fanno discorsi eloquenti e persuasivi davanti a giudici illustri. Ma questo tribunale era molto diverso: era uno sporco rimorchio prefabbricato, circondato da un labirinto di alte mura e presieduto da soldati in uniforme.

Sul banco degli imputati sedevano file di palestinesi adolescenti, alcuni dei quali ammanettati, tutti in catene. Per la maggior parte, i loro erano piccoli crimini. I processi erano condotti in ebraico, una lingua che non riuscivano a capire, ma con l’assistenza e la traduzione del cancelliere del tribunale, uno per uno hanno confessato di essere entrati illegalmente in Israele in cerca di lavoro. Nessuno era sospettato di terrorismo. Il soldato responsabile di giudicare i casi era chiaramente annoiato mentre annunciava le loro pene detentive.

Tra un processo e l’altro, gli avvocati si affrettavano a scambiare qualche parola con i loro clienti. In alcuni casi, questo era il loro primo incontro. Il resto dei prigionieri approfittava della pausa per gesticolare in direzione dei genitori ansiosi autorizzati a sedersi solo in fondo alla stanza.

Ogni pochi minuti, un altro giro di ragazzi ammanettati veniva condotto a giudizio. Uno era stato accusato del lancio di pietre. Ma il suo processo si era interrotto bruscamente dopo che il suo avvocato difensore si era lamentato di non aver mai visto le prove incriminanti: erano misteriosamente scomparse. Il giovane è stato quindi condotto in carcere fino al recupero delle prove.

Il caso successivo riguardava un ragazzo di 16 anni. Era già stato accusato di lancio di pietre: ora ai suoi capi d’imputazione erano stati aggiunti una sparatoria e la fabbricazione di bombe. Alla domanda se avesse qualcosa da dire, aveva scosso la testa ed era stato portato in cella fino a quando il suo fascicolo non fosse stato aggiornato. Non ho mai capito se il termine “lancio di pietre” fosse un eufemismo per quello che spesso è il lancio di pietre letali. D’altra parte, non so neanche se la “sparatoria e la fabbricazione di bombe” è veramente quello che ha fatto, o se si tratta di accuse gonfiate, un modo comune per forzare un patteggiamento e un compromesso per la sentenza. Dal momento che sono stati mandati tutti in cella, è difficile capire chi è innocente e chi è colpevole in questa fila apparentemente infinita di giovani palestinesi, sotto accusa per la lotta contro l’occupazione o semplicemente per aver cercato di sfamare la propria famiglia.

Per gli avvocati inglesi c’era molto da masticare; intricate discussioni sulla Convenzione di Ginevra, sui diritti del bambino e sulla legittimità dei soldati di giudicare i prigionieri.

In quanto israeliano, anch’io sono preoccupato per la sicurezza della mia famiglia, e questa è la mia priorità. Per questo, sono grato all’esercito che ci protegge. Ma guardando questi processi, il conflitto in Medio Oriente mi sembra impregnato della banalità del male. Dove mi ero aspettato di vedere i terroristi, ho visto ragazzi giovani, alla moda e arroganti come lo ero io. Al posto di atteggiamenti di sfida e di rivoluzione, ho visto file di genitori preoccupati che sperano di intravedere i loro figli. E al posto di giudici israeliani tirannici, ho visto burocrati militari annoiati.

Alla yeshiva ci avevano assicurato che stavamo preparando il terreno per l’imminente arrivo del messia. Ma al tribunale militare non ho assistito a una grande battaglia dell’Armageddon (l’Apocalisse, ndr), e neanche il lupo e l’agnello sdraiati insieme. Nessuno si stava preparando per il grande giorno.

Mentre i politici tergiversano sui negoziati di pace, i nostri tribunali sono pieni di pedine che giocano il loro ruolo in un conflitto molto più grande; frustrati, i giovani palestinesi sgattaiolano fuori dai loro villaggi per cercare di farsi una vita o per sfogare il loro astio verso il Paese che controlla le loro vite. E i soldati sono incaricati del compito impossibile di controllarli e sottometterli.

C’è molta poco gloria in tutto questo. Il Messia sembra lontano dalla nostra vista e, nel frattempo, ruffiani, ladri, fanatici e burocrati portano avanti lo spettacolo, perpetuando le proprie testarde agende nazionaliste – ignari del diritto che hanno l’un l’altro – e parlano di guerra, piuttosto che cercare i compromessi di cui tutti noi abbiamo bisogno per vivere fianco a fianco. Qualcuno da qualche parte ha bisogno di portare giustizia e benevolenza in questa terra, estinguendo l’odio e preparando leoni e agnelli a vivere insieme.

Gideon D. Sylvester è il rabbino capo della British United Synagogue’s in Israele. E’ anche rabbino maggiore anziano in Israele per T’ruah – La Chiamata rabbinica per I diritti umani

Traduzione a cura di Giorgia Grifoni – Nena News

 

I carceri israeliani e la banalità del male

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