I chicchi di melograno. Scaglie di resistenza in Palestina

Il melograno è simbolo di fertilità e speranza. Ha al suo interno tanti chicchi diversi che, sebbene avvolti da una pellicola amara, sono dolcissimi.
Cercare frammenti di dolcezza in un frutto aspro…

Girare la Palestina con un pullmino ti porta a vedere in breve tempo i muri creati da un regime di apartheid fondato sulla diseguaglianza politica e giuridica, sull’organizzazione meticolosa di una pulizia etnica del popolo della West Bank (la Cisgiordania), sulla razionale politica di esclusione della minoranza arabo-israeliana e la reclusione degli abitanti della Striscia di Gaza.
Potremmo provare a raccontare, come pulci all’interno di uno stringente reticolato, cosa significa ‘abitare’ questa Palestina. Segnalare così i punti di contatto tra queste politiche discriminatorie e ingiustificabili con la vita delle singole persone. Lo faremo.
Oggi però abbiamo deciso di condividere l’altra faccia della medaglia: la Palestina che resiste, quel contro-potere quotidiano fatto di volti e volontà, percorsi comuni e speranze. E abbiamo deciso di provare ad indagarne i metodi, in tutta onestà, per cercare gli spiragli e le proiezioni future di una lotta tutta nuova, nella convinzione che il nostro esaltare ‘l’ottimismo della volontà’ di chi non si arrende rappresenti una scelta politica ben specifica.

Il radicarsi dell’occupazione militare nei territori palestinesi, la maggiore presenza di coloni nelle aree circostanti ciascuna singola municipalità e l’assiduo controllo delle risorse (acqua, corrente elettrica, campi coltivabili) operato dalle forze israeliane anche nelle zone di competenza dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno prodotto un peggioramento delle condizioni di vita generali e la scomparsa delle garanzie per molti abitanti. Sempre più frequentemente arrivano ordini di sgomberi e demolizioni senza giusta causa: Omar, autista di pullman a tempo pieno, ci porta a vedere l’abitazione che dovrà demolire con le proprie mani, mentre Joseph ci mostra a Gerusalemme Est la casa sotto cui manifesta: era la sua, adesso è un avamposto dei coloni al centro di un quartiere arabo. Quanti Joseph e quanti Omar lungo il nostro cammino…

Ecco quindi che piuttosto che di ‘occupazione’, termine opportuno per definire la complessiva situazione politica, dovremmo parlare di ‘micro-ingiustizie’ che si ripercuotono sulla vita di tutti i giorni: l’assenza di servizi e prospettive nei campi profughi, la mancanza d’acqua nei villaggi beduini della Valle del Giordano, l’assenza di luce elettrica a Sud di Hebron, le ridottissime possibilità di lavoro per giovani e donne impossibilitati a girare liberamente per la loro terra.

Scavando dentro queste situazioni, scopriamo che laddove c’è una difficoltà la vita risorge, resiste a ciò che vuole annullarla. E così si trova che a Beil Jibrin, campo profughi di Betlemme, nasce un centro sociale gestito da giovani volontari quindicenni e denominato ‘Andala’, il nome del bambino-fumetto palestinese che guarda il dramma della propria terra voltando le spalle al lettore; o a Nablus, nel campo di Balata Camp, sorge un centro culturale per accogliere la generazione di ragazzi che ha visto solo guerriglia e divise militari; o a Qalandia, un campo profughi di migliaia di abitanti, dove Salim ed alcuni residenti del luogo hanno messo in piedi una cooperative di scarpe che vende in Europa tramite il Commercio Equo&Solidale.

In particolare, contrariamente a quanto dicono i luoghi comuni su queste terre, protagoniste di questa rinascita sembrano essere le donne: nelle tante cooperative sorte negli ultimi anni, dal Negev fino al centro di Ramallah, dove la nostra amica Rosa ci conduce all’interno di una fabbrica di borse e gioielli artigianali. At-Tuwani, a riguardo, ne è la riprova: una giovane donna decide di mettere in piedi una cooperativa femminile che lavora e discute in un villaggio di 250 abitanti circondato da una colonia di ebrei ortodossi e un avamposto illegale; questo percorso collettivo le porterà ad aprire un piccolo negozietto artigianale e ad essere protagoniste di un limpido esempio di lotta nonviolenta: dinnanzi ai soldati israeliani, pronte anche alla prigione, impediranno la distruzione dei pali elettrici del villaggio. Sarà questo l’inizio di un cammino nonviolento che sta garantendo la sopravvivenza del villaggio.

Ma donne sono anche i membri di Macsom Watch, un gruppo di ebree israeliane che presidiano i checkpoint col fine di tutelare i palestinesi che vi vengono fermati.

Le battaglie quotidiane vengono combattute in diversi villaggi con manifestazioni e presidi. A Bil’in, famosa realtà ‘nonviolenta’ che ogni venerdì marcia contro l’esistenza del Muro, sono i lacrimogeni ad allontanare dei manifestanti nervosi, dando vita ad una guerriglia che sembra perdere i tratti della nonviolenza. A Sheik Jarra sono gli stessi israeliani a protestare contro l’occupazione della Palestina, ed i canti e le musiche in arabo ed ebraico ci lasciano intravedere un mondo che sa parlare entrambe le lingue. Due facce di una stessa medaglia: la voglia di cambiare, la frustrazione e sensazione di non farcela.

Sì, la sensazione è che le piccole resistenze quotidiane non riescano a scardinare un sistema di potere capace di creare gli anticorpi ai propri batteri: arrestare i più ‘pericolosi’, filmare i manifestanti, dividere le forze politiche, impedire la comunicazione e l’informazione; e così sempre meno persone aderiscono a manifestazioni o a proteste collettive, per dedicarsi alla propria vita. Prospettive politiche dalla società civile? Poche, pochissime.
Tuttavia questa costellazione di esperienze si va ad unire alle voci mute dei beduini che ricostruiscono per la decima volta il loro villaggio dopo l’ennesima demolizione dell’esercito, o di coloro che si legano agli alberi d’ulivo dei loro terreni per evitare che siano mangiati dal Muro in costruzione; soprattutto, richiamano alla mente le milioni di persone che decidono di restare in Palestina, per amore verso questa terra e desiderio di un futuro libero da occupazioni, per legami affettivi e senso di giustizia.

Già, la giustizia. Per la giustizia lavorano i volontari che operano nei campi estivi ad Artas, Taybeh ed i villaggi più sperduti del mondo. Per la giustizia operano i preti, i giornalisti, gli avvocati che si mettono a disposizione per la causa degli oppressi.
Non c’è pace senza giustizia. Quella si chiama pacificazione, semplificazione. La pace fondata sul sopruso, intrisa di violenza, asimmetrica, non è pace. È ingiustizia cristallizzata, è morte di una società equa e in grado di garantire tutti.
Non c’è pace senza giustizia. Lo dicono gli Omar, gli Joseph, ad Aboud come ad Hebron, a Nablus come a Gerusalemme.
Lo dicono i giusti. In Israele come in Palestina.

Team di Peacebuilding ‘Ricucire la Pace 2010’

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