I coltivatori palestinesi stentano per mancanza d’acqua mentre gli Israeliani prosperano nella Valle del Giordano

Scritto da Associazione   Domenica 23 Dicembre 2012 11:09

Le banane del kibbutz Ginosar ricevono da sole un equivalente che va dal 25 al 40 % dell’acqua che Israele assegna al villaggio di Ein al Beida, nel suo insieme, compresa quella per le necessità personali dei suoi 1.900 residenti.

di Amira Hass

Una gran parte delle banane vendute  nei negozi di Ramallah e Nablus provengono da piantagioni relativamente recenti nella parte settentrionale della Valle del Giordano, all’incirca un chilometro a sud dellalinea di demarcazione del 1967. Ciò non sorprende in quanto la Valle del Giordano è ricca d’acqua e le piantagioni di banane hanno bisogno di molta acqua. La valle del Giordano è parte della West Bank.

Un frutteto di banane che si estende in un’area di circa 60 acri appartiene al Kibbuz Ginosar, in cooperazione con l’insediamento di Shadmot Mehola. Gli abitanti del villaggio vicino, Ein al Beida, nel cui territorio sono inseriti frutteti e piantagioni dell’insediamento, a coltivare delle banane non ci possono nemmeno pensare. La quota di acqua assegnata da Israele ai contadini del villaggio basta appena alla coltivazione di verdure nell’area risicata lasciata dallo Stato a Ein al Beida, a seguito della serie di espropri seguiti al 1967 ed alle servitù militari (dei 2440 acri di terra posseduta dal villaggio prima del 1967, questi espropri e le servitù militari se ne sono presi 490 acri)

 La superficie complessiva su cui Kibbutz Ginosar coltiva banane copre circa 317 acri, la gran parte dei quali al di qua della linea verde. Uri Shamir, business manager di Kibbutz Ginosar ha dichiarato in una conversazione telefonica: “Di nostra iniziativa ci siamo rivolti a Shadmot Mehola. Siamo in contatto con la maggior parte delle comunità, e cerchiamo di ottenere tutti i relativi vantaggi (nell’intera regione). Cerchaimo di aggirare le norme restrittive che ci vengono imposte e vorremmo poter utilizzare la nostra esperienza in cooperazione con altri.

Coltivare nella Valle del Giordano non è cosa nuova per Kibbutz Ginosar. Nel passato il kibbutz coltivava angurie insieme all’insediamento di Naaran. Attualmente Shadmot Mehola fornisce la terra e l’acqua e il kibbutz paga per il loro uso, dice Shamir; preferisce non entrare nei dettagli degli aspetti commerciali. Al termine dell’anno, Kibbutz Ginosar e Shadmot Mehola fanno i conti di entrate e spese e si dividono i profitti. La localizzazione delle coltivazioni è garanzia di profitti.

 Poiché la Valle del Giordano è una regione più calda e la frutta viene a maturazione prima che nel resto del paese, essa puo’ venire venduta quando i prezzi sono al livello più alto, spiega Shamir. Talvolta essere in anticipo di un mese è sufficiente e questo rende questa attività più profittevole, aggiunge. Le banane di Ginosar vengono vendute sopratutto in Israele e sono poco adatte all’export. Shamir considera che la gran parte di quanto coltivato nella Valle del Giordano venga rivenduto in Giudea e Samaria e nella striscia di Gaza.

  Ginosar: dove risparmiare acqua non paga

Chi viaggia verso nord da Beit She’an verso Tiberia può vedere le coltivazioni di banane coperte con reti da serra. Le reti riducono l’esposizione dei alberelli banana ai raggi del sole e mantengono l’aria ferma entro la coltivazione. Questo metodo riduce il consumo d’acqua dal 20 al 40 per cento. Ma nei campi di Ginosar/Shadmot Mehola questo metodo non viene usato. Dice Shamir che parte dei campi si prevede di coprirli con reti. “E’ una questione di budget” spiega, ci sono diversi frutteti aperti, e questo dipende da diversi fattori. Noi decidiamo in base ai  nostri calcoli. Le reti costano un sacco di soldi , all’incirca 7000 NIS per un quarto di acro, e lo Stato fornisce un sussidio solo per una parte di questi costi. Ci sono alcune situazioni estreme – può venire una gelata – e allora investire i nostri soldi diviene un azzardo.”

 Shamir ha dichiarato ad Haaretz che ogni quarto di acro di bananeto richiede 2000 metri cubi di acqua all’anno. Di conseguenza, 61 acri richiedono mezzo milione di metri cubi di acqua all’anno (senza contare i 165 acri dove Shadmot Mehola coltiva agrumi, che richiedono anch’essi acqua, nè il consumo d’acqua di una grande stalla con 750 mucche e vitelli). In una media mensile, i bananeti di Ginosar ricevono 41mila metri cubi di acqua. Ciò equivale dal 25 al 40 per cento dell’acqua che Israele concede, tutto compreso, al villaggio di Ein al Beida e che deve servire ai bisogni dei suoi 1900 abitanti per bere, lavarsi, pulire, per non parlare dell’acqua per il bestiame e le coltivazioni.

 Nel periodo di massimo caldo, nel settembre passato, agli abitanti di Ein al Beida sono stati forniti 103.074 metri cubi di acqua. Questo dato appare sulla bolletta dell’acqua inviata all’autorità Palestinese per l’acqua da parte di Mekorot, l’azienda Israeliana per l’acqua. In agosto la situazione fu migliore. La bolletta dell’acqua mostra che, a seguito delle perforazioni eseguite da Mekorot, 106.438 metri cubi d’acqua sono stati concessi al villaggio rurale Palestinese. In maggio gli abitanti di Ein al Beida ricevettero 128.350 metri cubi; in gennaio 133.380 e nello scorso ottobre 168.550.

La mancanza di controlli sulla quantità d’acqua erogata mensilmente da parte di Mekorot, così come mancanza di logica nella quantità che viene assegnata, costituisce uno dei problemi principali per i coltivatori di Ein al Beida, spiega uno di loro che, per arrivare ai suoi campi, deve attraversare uno dei ricchi frutteti di Shadmot Mehola ed i fiorenti bananeti di Ginosar.

 Il secondo problema, naturalmente, è quello della quantità stessa di acqua. In primo luogo, le quantità anzidette non corrispondono alle quantità d’acqua che effettivamente giungono a Ein al Beida. Il calcolo per la bolletta è fatto nel luogo in cui l’acqua viene deviata verso il villaggio; la quantità viene calcolata in base ad un contatore situato vicino al pozzo di Mekotrot, al luogo di perforazione di Bardala.

 Perdite e dispersioni naturali andrebbero sottratte al totale, così come dovrebbero esserlo l’acqua usata per uso casalingo e personale (calcolabile in 5.700 metri cubi al mese, in base al minimo di 100 litri d’acqua a persona definita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità; queste cifre sono assai inferiori a quelle consumate a testa da parte degli Israeliani in generale, ed in particolare negli insediamenti nella Valle del Giordano).

 La quantità d’acqua concessa da Isarele a Ein al Beida impone una riduzone delle attività agricole del villaggio. Ciò risulta evidente dalla scelta dei prodotti coltivati . I coltivatori di Ein al Beida preferiscono coltivare piantagioni che richiedono solo 300-600 metri cubi d’acqua all’anno per quarto di acro: frumento, fave, fagioli, gombi, zucchine, per esempio. Un altro esempio di riduzione delle attività agricole sono le grandi aree incolte, che producono rovi e cardi. “Ogni contadino fa i suoi calcoli; non può irrigare tutta la terra che possiede, e allora lascia incolta una grande parte della sua terra” spiega il contadino del villaggio.

 Moshavim coltiva banane su terreni di cui si è impossessata illegalmente

Dror Etkes, che indaga sulle esprori da parte di Israele nella West Bank, venne a conoscenza delle piantagioni di banane di Ginosar alcuni mesi fa (da allora alcune delle piantine di banani erano state estirpate e nuovi e piantine erano state piantate al loro posto , che stanno crescendo rapidamente). Etkes nota che grandi aree, (al momento 365 acri) che erano state assegnate a Mehola e a Shadmot Mehola, che se ne era distaccata nel 1978, costituiscono terre di proprietà Palestinese che furono “sottratte illegalmente  a proprietari definiti ‘assenteisti’ oppure a residenti che erano stati obbligati a ricevere terre di rimpiazzo, lotti sottratti ad ‘assenteisti’ a compensazione delle fertili terre loro esproriate.

Nel corso degli anni ’60 e ’70, dice Etkes, “ terre vennero espropriate senza nemmeno il pretesto legale di un atto di usucapione.”

 Fino ai primi anni ’70 Ein al Beida ebbe una abbondante fornitura di acqua da otto pozzi. Tutti vennero, per dirla in breve, distrutti, così come i pozzi la cui acqua andava ai villaggi vicini, Bardala e Kardala. La ragione: i due pozzi scavati da Mektrot a Bardala (dai 28 siti di perforazione di Israele nella Valle del Giordano,   circa 32 milioni di metri cubi d’acqua proveniente da queste perforazioni vengono assegnati ogni anno primariamente agli insediamenti agricoli, che sono scarsamente popolati). Come compenso per aver prosciugato i loro pozzi, venne concordato che Mekorot avrebbe fornito acqua a basso prezzo ai tre villaggi. Con il passare degli anni, la quantità d’acqua assegnata a Ein al Beida diminuì costantemente (secondo gli abitanti dei villaggi, la quantità d’acqua assegnata inizialmente era già inferiore a quella che veniva fornita dai precedenti pozzi).

In base a quanto affermato dagli abitanti e dai funzionari dell’autorità Palestinese per l’acqua, meno di quattro anni fa arrivarono dei funzionari di Mekorot ed annunciarono una riduzione delle forniture d’acqua del 22% “dovuta alla siccità” -al posto dei 240 metri cubi per ora, la fornitura calò a 187 metri cubi.

Per via della bassa pressione dell’acqua, l’acqua non riesce a raggiungere in estate alcune delle case del villaggio, dicono gli abitanti. Poiché la pressione è bassa e non costante, gli abitanti devono riempire contenitori o scavare buche da riempire d’acqua ed attingere l’acqua da questi pozzi improvvisati a giorni alterni. Mancando di terra e di acqua, alcuni dei residenti hanno abbandonato il villaggio, alla ricerca di un lavoro da qualche altra parte nella West Bank. Vi era un tempo in cui molti lavoravano in Israele; ma ora questa fonte di reddito è stata bloccata. Come risultato dei livelli di fornitura dell’acqua, appropriazione di territorio, restrizioni alla circolazione dei prodotti e competizione ineguale con i prodotti israeliani, la popolazione di Ein al Beida non cresce secondo le sue potenzialità. Quella che avrebbe potuto essere il granaio della West bank è un villaggio ferito ed agonizzante.

Nei tempi in cui Eil al Beida venne informato delle riduzioni delle forniture d’acqua, Ginosar e Shadmot Mehola piantarono le loro coltivazioni di banane. Questo e’ successo “circa tre o quattro anni fa”, dichiarò Shamir ad Haaretz. Richiesto se egli sia al corrente della situazione di Eil al Beida riguardo all’acqua, Shamir rispose:”Cosa c’entra questo con la nostra piantagione? Io non so nulla sull’acqua di Ein al Beida. Perché dovrei saperlo? Io non parlo con la gente di là. Noi abbiamo una quota di acqua e la usiamo. Chiediamo al nostro partner se ha una normale quota in linea con le leggi dello stato di Israele, con la legge sull’agricoltura, e stipuliamo una partnership. Noi non facciamo nessuna operazione coperta . Questa è normale cooperazione ed è riconosciuta dal ministero dell’agricoltura. Noi abbiamo banane nell’altro lato del muro, a Ma’ale Gilboa. Non fa differenza. A (Shadmot) Mehola abbiamo lavoranti Palestinesi, in quanto non abbiamo problemi ad impiegarli. Noi saremmo assai contenti di assumere Palestinesi nella nostra zona.

(trad. Claudio Lombardi
per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

Haaretz.com
02.12.2012

http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/pa-farmers-hung-out-to-dry-while-israelis-flourish-in-jordan-valley.premium-1.481797

 

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4075:i-coltivatori-palestinesi-stentano-per-mancanza-dacqua&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

 

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