I dipendenti di Google e Amazon condannano l’accordo con Israele

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Articolo pubblicato originariamente su ICJP – the International Centre of Justice for Palestinians – e tradotto da Bocche Scucite

“Crediamo che la tecnologia che costruiamo debba lavorare per servire ed elevare le persone ovunque, compresi tutti i nostri utenti. Come lavoratori che fanno funzionare queste aziende, siamo moralmente obbligati a parlare contro le violazioni di questi valori fondamentali. Per questo motivo, siamo costretti a chiedere ai leader di Amazon e Google di ritirarsi dal Progetto Nimbus e di tagliare tutti i legami con l’esercito israeliano”.  Lettera aperta dei dipendenti di Amazon e Google

Alcuni soldati dell’esercito israeliano si preparano a sparare gas lacrimogeni contro manifestanti palestinesi durante una protesta anti-israeliana al checkpoint di Qalandiya tra Ramallah e Gerusalemme. Fotografia: Abbas Momani/AFP/Getty Images

Un gruppo di 400 dipendenti di Google e Amazon ha pubblicato una lettera aperta che chiede ai loro datori di lavoro di porre fine a un contratto da 1 miliardo di dollari col governo israeliano e tagliare i legami con i militari del Paese. La lettera, pubblicata dal Guardian, ha chiesto la cessazione del Progetto Nimbus che mira a “vendere tecnologia pericolosa all’esercito e al governo israeliano”. La lettera ha evidenziato che questo contratto è stato firmato la stessa settimana in cui “l’esercito israeliano ha attaccato i palestinesi nella striscia di Gaza, uccidendo quasi 250 persone, tra cui più di 60 bambini”.

Secondo la lettera, “il Progetto Nimbus è un contratto da 1,2 miliardi di dollari per fornire servizi cloud all’esercito e al governo israeliano. Questa tecnologia permette un’ulteriore sorveglianza e una raccolta illegale di dati sui palestinesi e facilita l’espansione degli insediamenti illegali di Israele sulla terra palestinese.”

“Non possiamo guardare dall’altra parte, mentre i prodotti che costruiamo vengono utilizzati per negare ai palestinesi i loro diritti fondamentali, costringere i palestinesi a lasciare le loro case e attaccare i palestinesi nella Striscia di Gaza – azioni che hanno spinto la corte penale internazionale a indagare sui crimini di guerra”, hanno affermato i dipendenti.

In risposta alla lettera, un portavoce di Amazon Web Services ha detto a Middle East Eye che l’azienda è “concentrata a rendere i benefici della nostra tecnologia cloud leader mondiale disponibile a tutti i nostri clienti, ovunque si trovino”. Mentre Google non ha fornito alcun commento riguardo alla lettera.

Vale la pena notare che lo scorso maggio, durante l’offensiva di Israele sulla Striscia di Gaza, i dipendenti di Google hanno inviato una lettera aperta al CEO dell’azienda chiedendo la risoluzione dei contratti commerciali di Google che sostengono gli abusi israeliani dei diritti dei palestinesi, così come il rilascio di una dichiarazione che condanna gli attacchi e riconosce il danno fatto ai palestinesi dai militari israeliani. Inoltre, circa 600 dipendenti di Amazon hanno inviato una lettera all’amministratore delegato Jef Bezos, esortando l’azienda a impegnarsi a rivedere e interrompere i contratti commerciali con aziende attive o complici negli abusi dei diritti umani.

Le chiamate dei dipendenti di entrambe le aziende non hanno avuto risposta, mentre entrambe le aziende il 24 maggio hanno firmato il progetto Nimbus con Israele.

Mentre entrambe le aziende tecnologiche hanno adottato politiche e principi globali sui diritti umani, sostenendo di riconoscere la loro responsabilità di rispettare e sostenere i diritti umani riconosciuti a livello internazionale, guidati dai principi guida delle Nazioni Unite su affari e diritti umani, non può passare inosservato che tali impegni sono fuori dall’equazione quando sono in questione i diritti dei palestinesi.

È improbabile che l’occupazione di Israele finisca senza un’azione internazionale decisiva, fondata sul quadro dei diritti. Le imprese tecnologiche non possono più chiudere un occhio sui loro obblighi morali nei confronti del popolo palestinese, firmando contratti contaminati che permettono un’occupazione “più crudele e mortale” per i palestinesi.

 

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