I DUE VOLTI DI ISRAELE

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Il Sole-24 Ore, 30/8/2015

I DUE VOLTI DI ISRAELE

di Ugo Tramballi

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Il padiglione israeliano è uno dei più belli e visitati dell’Expo. La sua attrazione principale è il “giardino verticale, un muro di 12 metri per 70 che rappresenta due caratteristiche del paese: la sua geniale ingegneria agricola iniziata più di mezzo secolo fa con l’irrigazione a goccia, e la mancanza di spazio: poco più di 22mila chilometri quadrati. Metro più metro meno, quanto l’Emilia Romagna.

C’è anche, all’Expo, una selezione dei vini d’Israele, da qualche millennio non solo terra del latte e del miele. I grandi produttori ma soprattutto le aziende “boutique” (da circa 80mila bottiglie l’anno) e le “garage wineries” (meno di 10mila): un fenomeno d’innovazione, passione, piccola impresa e capacità di accedere al credito. Come le startup dell’hi-tech, molte delle quali nate anche loro nei garage di casa. Proporzionato alla sua popolazione, Israele ha il più alto numero di startup al mondo e attrae la maggiore quantità di “angels”, i finanziatori.

Ma questo miracolo di dinamismo e modernità, la cui capitale morale è quella che molti giovani israeliani chiamano “La repubblica di Tel Aviv”, contrasta con la capitale reale, Gerusalemme, sulle colline di Giudea. Come è noto, oltre che per il “giardino verticale”, Israele è famoso anche per un altro muro: quello di separazione in Cigiordania che ha drasticamente ridotto gli attacchi terroristici e contemporaneamente, lungo il suo percorso, rubato altra terra ai palestinesi.

Tutti i paesi hanno le loro contraddizioni. L’Italia organizza una magnifica esposizione universale dedicata al cibo e non ha ancora sradicato il fenomeno del caporalato, puro schiavismo agricolo. Ma in Israele c’è qualcosa di più stridente: mentre l’economia cresce e tutte le multinazionali dei semiconduttori hanno i loro centri di ricerca in questo paese, le cronache quotidiane raccontano dell’ennesimo un razzo lanciato da Hamas, sempre incerto se cercare una tregua o riprendere la sua guerra insensata, e la risposta dell’aviazione israeliana.

L’epitome, il simbolo assoluto di questa dicotomia della quotidianità tra futuro e passato che si ostina a farsi presente (“Israele contro ebrei”, aveva sintetizzato una volta Shimon Peres), è Bibi Netanyahu. In visita a Expo e a passeggio nel padiglione per magnificare lo sviluppo tecnologico del suo paese, e contemporaneamente a fare lobbying contro l’accordo sul nucleare iraniano a favore del quale è tutto il mondo, ad eccezione d’Israele, dei repubblicani americani e dei conservatori iraniani. Con Renzi, ieri sera a Firenze, Bibi ha descritto una volta di più il catastrofico futuro che attende Israele, l’Italia e l’Occidente ora che, secondo lui, l’Iran avrà mano libera per promuovere il terrorismo. Ma ha anche parlato di mutue e reali opportunità economiche fra Israele e Italia.

Bibi Netanyahu è stato un riformatore importante del sistema economico israeliano: anche se gli strumenti del suo fenomenale successo li fornirono le grandi riforme di Shimon Peres; e da politico è il capo della tribù degli ebrei. Uno dei suoi ministri di estrema destra, quello dell’Agricoltura che Bibi non ha portato con se all’Expo, vuole costruire un’accademia militar-religiosa affinché i giovani coloni preghino e combattano con più fervore. E’ difficile immaginare se per Netanyahu sia più importante che Israele aumenti il numero di imprese quotate al Nasdaq di New York o conquisti un’altra collina per un altro insediamento in Cisgiordania. Probabilmente entrambi, anche se molti le troveranno ambizioni incompatibili.

 

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