I genitori di Rachel: “Pretendiamo Giustizia”

adminSito           sabato 15 settembre 2012 13:47

 I genitori di Rachel Corrie, l’attivista americana travolta da un bulldozer nel 2003 a Gaza vogliono presentare appello.Perché la Giustizia non muoia.

IKA DANO

Beit Sahour, 15 Settembre 2012, Nena News – “La cosa più difficile in queste situazioni è mantenere un senso di umanità – dichiara Craig Corrie a Nena News – ed è per questo che stiamo pensando di presentare un appello. Tanti ci chiedono che cosa ci aspettassimo da questo processo. Non é che ci aspettassimo giustizia, ma la pretendiamo. Penso che ognuno debba pretenderla, altrimenti la Giustiza non ci sarà, e semplicemente morirà”. Così il padre di Rachel Corrie, uccisa da un buldozer israeliano il 16 marzo 2003 nel campo profughi di Rafah a Gaza, commenta il verdetto del tribunale distrettuale di Haifa dello scorso 28 agosto. Il giudice di Haifa archivia il caso dichiarandolo “uno spiacevole incidente”. Secondo le autorità giudiziare israeliane, si è trattato di un’azione militare, “un atto di guerra” per cui Israele non è tenuto a rispondere dell’accaduto.

“Uno dei capi d’accusa del pubblico ministero”- riporta Cindy Corrie, la mamma di Rachel – “E’ stata la presenza illegale di Rachel nella Striscia di Gaza”. “Ci tengo a precisare” – “continua con tono determinato – “che per entrare a Gaza, Rachel è passata dal checkpoint di Erez, controllata dall’esercito israeliano, e la sua presenza davanti a quella casa (dove, é stata travolta dal buldozer, ndr) era dunque legale”.

Rachel voleva essere qui perché gli Stati Uniti stavano iniziando la guerra in Iraq” – ricorda la madre – “e la sensazione generale era che le cose si sarebbero messe ancora peggio, in Palestina”.

Nel 2003, l’esecito israeliano era impegnato in una campagna di distruzione di case palestinesi nella zona a sud di Gaza, verso la frontiera con l’Egitto. Nel giro di un solo anno, 16 000 abitanti di Gaza erano sfollati. “Un giorno ci ha chiamato proprio dalla casa dove è stata uccisa” – continua Cindy Corrie – “la casa di Samer Nasrallah, per farci sentire al telefono i bombardamenti…Da allora, io e Craig non ci raccontiamo più nulla al telefono. Il giorno della sua morte, gli attivisti dell’International Solidarity Movement (ISM) erano stati richiamati sul campo di pomeriggio dal loro coordinatore, dopo che a fine mattinata i bulldozers se n’erano andati”. Davanti alla casa dei due fratelli Nasrallah, un farmacista e un contabile, che vi abitavano con il loro cinque piccoli figli, uno dei buldozer non si è fermato neppure dopo che Rachel era salita sul mucchio di terra spinto dalla draga e secondo le testimonianze dei suoi colleghi dell’ISM, aveva alzato le braccia.

“Sappiamo che il giorno dopo l’uccisione di Rachel” – ripercorre gli avvenimenti Craig Corrie – “l’allora presidente Bush aevva ricevuto al telefono la promessa dal premier israeliano Sharon che l’inchiesta sarebbe avvenuto in modo credibile e trasparente, con tanto di dossier che sarebbe stato consegnato al governo statunitense. Ma sei settimane dopo siamo venuti a sapere che Israele aveva già concluso e chiuso le investigazioni“.

La famiglia ha avuto il diritto di visionare – ma mai di copiare interamente – il dossier legale consegnato al consolato israeliano a San Francisco, e questo solo grazie all’intervento personlae del console generale. “Dopo ua serie di lettere scambiate tra di noi e il Dipartimento di Stato” – riporta Craig a Nena News -“l’11 giugno 2004 ci arrivò una dichiarazione a chiare lettere del responsabile del Dipartimento che diceva: “Se mi chiedete se le investigazioni fatte da Israele siano credibili e trasparenti, posso rispondervi senza ombra di dubbio, la risposta è no”.

Eravamo convinti che sarebbero state le vie diplomatiche ad intentare una causa per chiarire le circostanze dell’uccisione di Rachel” – continua il padre dell’attivista pacifista -“ma dopo due anni che non succedeva nulla, allo scadere del termine, abbiamo intentato noi, come famiglia, un causa legale, a nostre spese”. Capo d’accusa contro l’esercito israeliano: omicidio volontario, o atto di negligenza.

L’odissea di udienze è finita lo scorso 28 agosto, con il verdetto che ha declassato il caso a semplice “incidente”, sollevando l’esercito delle sue responsabilità. Nel verdetto, che non è stato consegnato integralmente alla famiglia se non due settimane dopo il giudizio, il giudice ha ripreso esattamente parola per parola le dichiarazioni del pubblico ministero, supportandole per intero.

“Le testimonianze che ci sono pervenute sin dal primo giorno dagli amici e colleghi di Rachel non sono cambiate di una virgola e sono coerenti l’una con l’altra” – ricorda Craig. Per la testimonianza depositata dal soldato israeliana invece è andata un pó diversamente: all’inizio dell’inchiesta uno dei due soldati sul bulldozzer ha dichiarato prima di aver visto Rachel, poi di averla notata solo quando ormai si trovava a terra, tra la pala della draga e il mucchio di terra che prima spingeva. Il suo ufficiale, con lui sul buldozer, avrebbe invece visto la ragazza solo una volta sdraiata – dai suoi comapgni dell’ISM – dietro il cumulo di terra alto due metri. Alla domanda sul come fosse possibile che non l’avesse vista approciandosi mentre lei era in piedi sul cumulo ma solo dopo, a terra dietro il cumulo, l’ufficiale non ha saputo dare risposta.

“Vogliamo andare in appello” – conclude il padre di Rachel – “Non chiediamo altro, se non che la promessia fatta allora all’ex presidente Bush venga mantenuta”. Nena News.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34715&typeb=0&I-genitori-di-Rachel–Pretendiamo-Giustizia

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