I giovani fanno paura?

admin | October 24th, 2011 – 10:07 am

La notizia arriva – e come poteva essere altrimenti? – via twitter. Alaa Abdel Fattah è stato convocato da un tribunale militare. Convocazione per domani, materdì, ma quello che è e rimane uno leader della rivoluzione egiziana è in questo momento a San Francisco. Perché domani è tra gli speaker della Silicon Valley Human Rights Conference, una conferenza con un parterre di tutto rispetto, e con sponsorizzazioni importanti (Google, Facebook, Twitter, Ford Foundation, Yahoo, etc etc). Non si sa per quale motivo Alaa Abdel Fattah sia stato convocato, se come accusato oppure come testimone. La comunità dei blogger egiziani, però, stamattina è impazzita. Alaa Abdel Fattah è uno dei suoi protagonisti, da almeno sette anni, il suo curriculum è la perfetta rappresentazione dello e-dissidente, del dissidente elettronico. Nel 2006, è stato ‘ospite’ delle patrie galere del regime di Hosni Mubarak per due mesi, proprio perché bloggava e partecipava ai movimenti di protesta. In più, durante la rivoluzione del 25 gennaio e sino a oggi, Abdel Fattah è riconosciuto da tutti come uno dei protagonisti non solo di Piazza Tahrir, ma della società civile egiziana che fa politica (la foto, di Hossam el Hamalawy, ritrae una ragazza a piazza Tahrir che porta, serenamente, un cartello col quale chiede a Mubarak di andarsene. Al shab yurid iskatak enta…).

Qualche giorno fa, il 20 ottobre, ha pubblicato su uno dei quotidiani non governativi, Al Shorouk, un lungo articolo sui fatti di Maspero, e in particolare sul lavoro che lui e altri ‘ragazzi di Tahrir’ hanno fatto la notte del 9 ottobre, dopo la strage dei copti. E’ stato grazie al loro lavoro e al lavoro delle associazioni per la difesa dei diritti civili se i familiari delle vittime di Maspero hanno acconsentito all’autopsia. Un passo obbligato, per avere prove da mostrare a un tribunale o a una commissione d’inchiesta. Tra le vittime, peraltro, c’era proprio uno dei ragazzi di Tahrir, Mina Daniel, diventato da allora una icona della rivoluzione.

Fino a domani, dunque, non si potrà sapere perché mai Alaa  Abdel Fattah, un civile, debba presentarsi davanti a un tribunale militare. Dalla rivoluzione in poi, sono le corti militari a processare i civili, e dall’Occidente non si alzano molte voci per bollare una pratica simile. Si tratta di una pressione del Consiglio Militare Supremo nei confronti dei ‘rivoluzionari’? Il dubbio c’è, perché – come potete leggere nel mio post precedente – la resa dei conti, a poco più di un mese dalle possibili elezioni politiche, sembra sempre più vicina. La vicenda di Akher Kalam, il talk show di ONTV, uno dei più seguiti d’Egitto, sospeso sino a data da destinarsi dal suo conduttore per le pressioni ricevute,  fa comprendere che le prossime settimane non saranno facili. E Alaa Abdel Fattah, assieme ad altri, è il promotore di una tv sganciata dallo Stato, tv su internet, tv che dovrebbe dire quello che succede per strada. L’ultimo episodio, dunque, di quel “giornalismo dei cittadini” che @alaa e gli altri sperimentano da oltre sei anni.

Non parlo di Tunisia, stamattina. Non perché non mi interessi. Al contrario. Le elezioni tunisine sono l’ennesima conferma della tempesta perfetta in corso nel mondo arabo. Le file ai seggi, la gioia, l’orgoglio, la dignità degli elettori mi ricordano altre file. Non solo quella al referendum di marzo in Egitto. Mi ricordano anche le file dei palestinesi alle elezioni politiche del 2006, considerate – sino alle rivoluzioni del 2011 – le più democratiche che si siano mai svolte nella regione.

Lascio ai cronisti sul campo la descrizione di quello che sta succedendo. Con una preghiera ai commentatori: lo sappiamo tutti quanti che una Elezione non fa Primavera. C’è bisogno di altro, oltre le elezioni. Per favore, però, non dite che i popoli arabi non sono pronti alla democrazia, come se fossero dei minus habens. E poi le elezioni, in ogni caso,  sono importanti. Lo erano anche prima, durante i regimi, quando nessuno andava a votare ed erano rese inutili dai brogli. Allora, nessuno – tra i commentatori – si è posto il problema né della democrazia, né dei diritti civili, né dei diritti delle donne. Lo sguardo era girato da un’altra parte, mentre Mubarak, Ben Ali, Gheddafi, Bashar el Assad mettevano in piedi consultazioni plebiscitarie, e i dissidenti e gli oppositori venivano zittiti, quando non si facevano anche la galera…

Le anime belle bisogna farle sempre.

Il brano di inizio settimana per la playlist è l’ultimo Ivano Fossati, da Decadancing… Nella terra del vento. Bellissima.

 

http://invisiblearabs.com/?p=3772

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