I GIOVANI PALESTINESI RIVENDICANO IL DIRITTO DI NON ESSERE SEMPLICI NUMERI

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

martedì 22 settembre 2020   12:37

Di Ramzy Baroud – 21 Settembre 2020

https://arab.news/cads5

La Palestina non può mai essere veramente compresa attraverso i numeri perché le statistiche sono disumanizzanti, anonime e inoltre, quando necessario, possono essere manipolate per cambiarne completamente il senso. I numeri non hanno lo scopo di raccontare la storia della condizione umana, né dovrebbero mai servire da sostituto delle emozioni.

Le storie di vita, morte e tutto ciò che sta nel mezzo non possono essere pienamente comprese attraverso grafici, valori e numeri. Le statistiche, anche se utili per molti scopi, sono semplici dati. L’angoscia, la gioia, le aspirazioni, la sfida, il coraggio, la perdita, la lotta collettiva, e così via possono essere realmente espressi solo attraverso le persone che li hanno vissuti.

I numeri, ad esempio, ci dicono che più di 2.200 palestinesi sono stati uccisi durante la guerra israeliana del 2014 nella Striscia di Gaza, di cui oltre 500 bambini. Più di 17.000 case sono state rase al suolo e migliaia di altri edifici, inclusi ospedali, scuole e fabbriche, sono stati distrutti o gravemente danneggiati durante gli attacchi israeliani. È tutto vero: il tipo di verità che può essere solo riassunto in una statistica accurata, aggiornata occasionalmente, ogni volta che si registra un maggior numero di vittime.

Ma un singolo grafico, o anche mille, non potranno mai descrivere veramente l’effettivo terrore provato da un milione di bambini che hanno rischiato di perdere la vita durante quei giorni orribili. Un grafico non ci può trasmettere l’esperienza di una famiglia di 10 persone rannicchiata nell’oscurità della propria casa, pregando per la misericordia di Dio mentre la terra trema, il cemento crolla e il vetro si frantuma tutto intorno a loro. Non può trasmettere lo strazio di una madre che stringe il corpo senza vita di suo figlio.

È facile, e giustificabile, ritenere i media responsabili della disumanizzazione dei palestinesi, o talvolta dell’ignorarli del tutto. Tuttavia, se la colpa deve essere attribuita, allora anche altri, compresi alcuni che si considerano “filo-palestinesi”, devono riconsiderare la loro posizione. Siamo tutti, in una certa misura, collettivamente colpevoli di vedere i palestinesi come semplici vittime, un popolo sfortunato, passivo, intellettualmente svantaggiato, sfortunato e disperatamente alla ricerca di “salvezza”.

Quando i numeri monopolizzano la narrativa storica di un popolo, fanno più danni che non limitarsi semplicemente a ridurre esseri umani complessi a dati: cancellando anche i vivi. Per quanto riguarda la Palestina, i palestinesi sono raramente considerati alla pari. Persistono nel ricevere beneficenza, aspettative politiche e suggerimenti non richiesti su cosa dire e come resistere. Spesso sono il pretesto per accordi politici da parte di fazioni o governi e raramente prendono l’iniziativa o decidono la propria linea politica.

Il dibattito politico palestinese ha, per anni, variato tra uno costruito intorno al tema del vittimismo, che è spesso soddisfatto dal numero di morti e feriti, e un altro relativo all’irraggiungibile unità tra Fatah e Hamas. Il primo emerge solo ogni volta che Israele decide di bombardare Gaza con un pretesto conveniente, mentre il secondo è una risposta alle accuse occidentali secondo cui le élite politiche palestinesi sono troppo frammentate per essere un potenziale “interlocutore di pace” per il primo ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu. Nel mondo molti possono comprendere o relazionarsi con i palestinesi solo attraverso la loro vittimizzazione o appartenenza a fazioni, che a sua volta acquisisce ulteriori, fuorvianti, significati rilevanti per “terrorismo”, “radicalismo”, o altro.

Tuttavia, la realtà è spesso diversa dalla riduttiva narrativa politica e mediatica. I palestinesi non sono solo numeri. Non sono semplici spettatori di una macchinazione politica che insiste nell’emarginarli. Subito dopo la guerra del 2014, un gruppo di giovani palestinesi, insieme a sostenitori di tutto il mondo, ha lanciato un’importante iniziativa volta a liberare dalla retorica i palestinesi, almeno a Gaza, dai confini delle statistiche e da altre interpretazioni sminuenti.

Il gruppo “We Are Not Numbers” [1] (Non Siamo Numeri) è stato fondato all’inizio del 2015. La dichiarazione di missione del gruppo recita: “Le statistiche non trasmettono le lotte e i trionfi personali quotidiani, le lacrime e le risate, le aspirazioni così universali che, se non fosse per il contesto, avrebbero avuto immediati benefici praticamente su tutta la popolazione.”

Recentemente ho parlato con diversi membri del gruppo, tra cui Issam Adwan, Capo Progetto per Gaza. È stato stimolante ascoltare giovani palestinesi, motivati e profondamente risoluti, usare un linguaggio che trascende tutti gli stereotipi sulla Palestina. Non erano né vittime né affiliati, e non erano consumati dal bisogno patologico di soddisfare le richieste e le aspettative occidentali. “Abbiamo talento. Siamo scrittori, siamo romanzieri, siamo poeti e abbiamo così tanto potenziale di cui il mondo non sa”, mi ha detto Adwan.

Khalid Dader, uno dei quasi 60 scrittori e blogger attivi dell’organizzazione a Gaza, contesta la definizione che li riduce a “cantastorie”. Mi ha detto: “Noi non raccontiamo storie, piuttosto le storie ci raccontano, le storie ci definiscono”. Per Dader, non si tratta di numeri o parole, ma delle vite che vengono vissute e delle storie che spesso non vengono raccontate.

Somaia Abu Nada vuole che il mondo sappia di suo zio perché “era una persona con una famiglia e persone che lo amavano”. È stato ucciso nella guerra israeliana del 2008 a Gaza e la sua morte ha avuto un impatto profondo sulla sua famiglia e nella sua comunità. In quella guerra furono uccisi anche più di 1.300 altri palestinesi. Ognuno di loro era lo zio, la zia, il figlio, la figlia, il marito o la moglie di qualcuno. Nessuno di loro era solo un numero.

“We Are Not Numbers’ mi ha fatto capire quanto siano necessarie le nostre voci,” mi ha detto Mohammed Rafik. Questa affermazione non è esagerata. Tanti parlano a nome dei palestinesi, ma raramente i palestinesi possono esprimersi. “Questi sono tempi di paura senza precedenti, quando la nostra terra appare distrutta e triste”, ha detto Rafik. “Ma non abbandoniamo mai il nostro senso di comunità.”

Adwan mi ha anche ricordato la famosa citazione di Arundhati Roy: “Non esiste davvero nulla di simile alla voce senza voce. Ci sono solo coloro che sono stati deliberatamente messi a tacere, o preferibilmente rimasti inascoltati”.

È stato gratificante parlare con giovani palestinesi che stanno compiendo il passo decisivo per rivendicare la propria esistenza, affermando di non essere solo numeri, perché è solo attraverso questa consapevolezza e determinazione che i giovani palestinesi possono competere con tutti noi e affermare la propria identità collettiva. I palestinesi hanno una voce, ed è una voce forte e risonante.

Note:

[1]

https://www.facebook.com/WeAreNotNumbers/
Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Trad: Beniamino Rocchetto
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