I palestinesi di Gerusalemme Est: una miniera d’oro

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Articolo originariamente pubblicato su Haaretz e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto per Frammenti Vocali
Di Amira Hass
Un ragazzo si arrampica sulle rovine di un edificio residenziale nel quartiere di A-Tur, Gerusalemme Est. Credito: Reuters
Israele guadagna due volte dai palestinesi che vivono nella capitale: una volta dalle multe che pagano per le trasgressioni nella città, e un’altra quando la comunità è costretta a una vita di lavori sottopagati e povertà assoluta.
Il denaro, e molto, è alla base del continuo rifiuto israeliano di sviluppare e costruire per i residenti palestinesi di Gerusalemme Est. Soldi, e non solo la chiara intenzione di limitare il numero di palestinesi in città.
Sindaci, responsabili dei servizi di pianificazione e costruzione, funzionari comunali e successivi Ministri degli Interni dello “Stato democratico ebraico” hanno cospirato insieme per creare un sistema sofisticato che sfrutta al massimo i palestinesi locali. Il talento e l’entusiasmo per spremere soldi dai palestinesi sono stati creati e accresciuti dalla natura stessa delle loro funzioni chiave in un paese la cui essenza è l’occupazione e l’espulsione di un altro popolo dalla sua terra.
Quindi va così: i palestinesi pagano multe per le case che sono costretti a costruire a Gerusalemme Est senza permessi su terreni privati ​​che hanno ereditato o acquistato. Pagano multe giornaliere per la mancata demolizione delle proprie case. Pagano il comune per la demolizione delle loro case, o lo fanno con le proprie mani. Pagano un avvocato per farsi assistere quando affrontano funzionari e giudici indifferenti a due fatti fondamentali: 1. Il comune non si è preso la briga di adattare i piani generali ai bisogni dei suoi abitanti palestinesi e, 2. Le persone hanno bisogno di un avere tetto sopra la testa.
I palestinesi stanno pagando urbanisti e architetti per preparare un piano generale per il quartiere in cui vivono, dal momento che il comune si rifiuta di farlo. Sperano che i giudici tornino in sé e si scrollino di dosso la loro pigrizia morale e si rendano conto che circa 200.000 dei 360.000 palestinesi della città vengono etichettati come “trasgressori edili”, ma il problema non sono loro, ma piuttosto le istituzioni che hanno portato a questa situazione scandalosa e la perpetuano.
Ogni famiglia dedica una buona parte del suo limitato reddito ogni mese, da centinaia a migliaia di shekel, al pagamento di multe per avere un tetto sulla testa. Non per sottoscrivere un mutuo, perché i palestinesi che non sono cittadini non ne hanno diritto, ma come pagamento extra, in aggiunta ai normali pagamenti fatti a un appaltatore, a un negozio di elettrodomestici, per coprire le bollette di luce e acqua e le tasse comunali. La multa è la tassa che circa la metà dei palestinesi di Gerusalemme paga come sanzione per non aver fatto ciò che ci si aspetta da loro: sparire nel nulla.
Ed è così che Israele guadagna due volte: incanala milioni di shekel extra nelle sue casse, denaro che non proviene da dazi doganali o tasse, ma da errori calcolati e intenzionali nelle sue politiche di pianificazione per molti anni. Il peccato originale è la politica della non pianificazione. Il peccatore: il Ministero dell’Interno e il Comune di Gerusalemme. E chi viene sanzionato e multato? I residenti palestinesi.
Questa politica condanna inoltre ogni famiglia palestinese non solo a un sovraffollamento intollerabile e umiliante nelle loro attuali abitazioni, ma la costringe anche a rinunciare ad altre attività vitali per il proprio benessere, per il proprio futuro: ad esempio, maggiori attività didattiche per i propri figli o l’insegnamento di una scuola migliore, vacanze e viaggi nel paese e all’estero, istruzione superiore. E questo dopo che Israele ha già espropriato la sua terra disponibile (il 38% dell’area della Cisgiordania, che ha annesso a Gerusalemme), e l’ha destinata alla costruzione per gli ebrei.
È così che, per decenni, Israele ha creato un sistema che condanna, presumibilmente involontariamente, i palestinesi di Gerusalemme ad una vita di povertà, bisogno e mortificanti lavori sottopagati nei lussuosi quartieri ebraici della città.
La quantificazione delle suddette somme nel passato e nel presente va oltre le capacità e le aspirazioni di questo articolo. Diremo solo che almeno 20.000 ordini di demolizione sono pendenti contro le strutture costruite dai palestinesi a Gerusalemme, che si tratti di case per nuclei familiari, edifici che ospitano famiglie allargate, locali commerciali o condomini che ospitano un numero di famiglie diverse, come quella della sezione Khalat al-Ayn del grande quartiere di A-Tur*. Gli ordini di demolizione contro di essa sono stati ritardati più volte in tribunale per motivi tecnici, non per considerazioni morali.
VITE CHE NON CONTANO
È stato l’avvocato Daniel Seidemann che la scorsa settimana ha condiviso con me questa stima, di 200.000 palestinesi di Gerusalemme le cui case sono state costruite senza permesso. Seidmann non solo rappresentava i palestinesi di fronte alla durezza burocratica della municipalità e dei giudici, ma 25 anni fa, ha anche avviato un’attività di patrocinio per denunciare la politica metodica e intenzionale di non pianificazione e non costruzione per i palestinesi a Gerusalemme, in contrasto con la pianificazione e costruzione intensiva per gli ebrei.
Questo è ciò che ha detto Seidemann quando abbiamo discusso di 182 edifici nel quartiere di Silwan, dove ogni possibile azione legale contro la loro demolizione è stata esaurita: “Ciò che caratterizza la disgregazione forzata di Gerusalemme Est palestinese è una politica coerente in tutti i settori tranne che nel risolvere. La vita dei palestinesi non conta molto, e a volte non importa affatto”.
Questo è un dato quantificabile: il 59% delle famiglie palestinesi e il 66% dei bambini palestinesi a Gerusalemme Est (a partire dal 2018, secondo l’Istituto di Ricerca Politica di Gerusalemme) vive al di sotto della soglia di povertà. La mancata pianificazione per i palestinesi costa loro cara ed è intenzionale. L’impoverimento che urla da ogni vicolo e strada dei quartieri palestinesi, ne è un sottoprodotto fondamentale. L’impoverimento economico di una popolazione di sudditi e la compromissione delle loro possibilità di istruzione superiore e di una professione che tale istruzione consente, è un altro elemento collaudato nell’arsenale del colonizzatore.
La raffinatezza e l’entusiasmo con cui gli ebrei israeliani utilizzano questo arsenale derivano direttamente dalla loro posizione di oppressori. Il talento di opprimere, estorcere denaro e impoverire gli altri non è genetico, ma acquisito, da qualsiasi gruppo che nel corso degli anni crea i suoi privilegi e si sforza di preservarli.

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