I Palestinesi sono i nativi americani non i pellerossa: è ora di sdoganare il linguaggio

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Articolo pubblicato originariamente su MEMO e tradotto dall’inglese da per Infopal

Di Ramzy Baroud

Un bambino tiene in mano delle bandiere palestinesi durante un evento a Rafah, Gaza, il 09 agosto 2022. [Abed Rahim Khatib – Agenzia Anadolu]

In occasione di una recente conferenza tenuta a Istanbul che ha visto la presenza di molti accademici e attivisti palestinesi per discutere la ricerca di una narrazione comune, un membro del pubblico ha dichiarato, al termine di un breve ma impetuoso intervento, “Noi non siamo pellerossa”.

Questa citazione è alquanto datata. Venne attribuita all’ex leader palestinese Yasser Arafat durante un’intervista effettuata all’interno del suo ufficio di Ramallah, dove era stato confinato con la forza, circondato dall’esercito israeliano che aveva invaso nuovamente la popolosa città palestinese. Il capo dell’OLP e presidente dell’Autorità Palestinese aveva affermato che, nonostante il tentativo di Israele di sradicare il popolo palestinese, esso rimaneva ben saldo. “Israele non è riuscito a spazzarci via”, disse Arafat. “Non siamo pellerossa”.

L’intenzione di Arafat non era, ovviamente, quella di degradare o insultare le comunità native americane. Tuttavia, questa dichiarazione, spesso estrapolata dal contesto, è sembrata non rappresentare la profonda solidarietà esistente tra i Palestinesi e le lotte di liberazione nazionale di tutto il mondo, comprese quelle indigene. Paradossalmente, Arafat, più di ogni altro leader palestinese, ha creato legami con numerose comunità del sud globale e nel resto del mondo. Una generazione di attivisti deve ad Arafat la propria iniziale consapevolezza e quindi il proprio coinvolgimento nei movimenti di solidarietà con la Palestina.

Ciò che mi ha sorpreso è che, a Istanbul, il commento sul fatto che i Palestinesi non sono “pellerossa” è stato ripetuto più volte provocando anche applausi da parte del pubblico. Il tutto si è interrotto solo quando il coordinatore della conferenza, uno stimato professore palestinese, ha dichiarato con frustrazione: “Non sono né rossi né indiani“. In effetti, non lo sono. In realtà, sono gli alleati naturali del popolo palestinese, così come anche altre numerose comunità indigene che hanno sostenuto attivamente la loro lotta per la libertà.

Questo episodio, apparentemente banale o con una scelta di parole inadeguate, rappresenta tuttavia una sfida molto più grande che i Palestinesi devono affrontare nel tentativo di rianimare un nuovo dibattito sulla liberazione palestinese che non sia più ostaggio del linguaggio autoreferenziale delle élite dell’Autorità Palestinese di Ramallah.

Per molti anni, una nuova generazione di Palestinesi ha dovuto combattere su due fronti diversi: contro l’occupazione militare e l’apartheid di Israele, da un lato, e la repressione dell’Autorità Palestinese, dall’altro. Affinché questa generazione riesca a rivendicare la lotta per la giustizia, deve anche chiedere a gran voce un dibattito che miri all’unificazione, non solo per ricollegare le proprie comunità frammentate in tutta la Palestina storica, ma anche per ristabilire linee di comunicazione solidali in tutto il mondo.

Dico ristabilire perché la Palestina è stata un denominatore comune per molte lotte nazionali e indigene del sud globale. E non è accaduto per caso. Nel corso degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 in tutti i continenti si sono combattute terribili guerre di liberazione, che nella maggior parte dei casi hanno portato alla sconfitta delle potenze coloniali tradizionali e, nei casi come Cuba, Vietnam e Algeria, ad una vera e propria decolonizzazione. Essendo la Palestina un caso particolare, un insieme di imperialismo occidentale e colonialismo sionista, la causa palestinese è stata abbracciata da numerosi conflitti nazionali. Era e rimane un esempio reale e crudele di pulizia etnica, genocidio, apartheid e ipocrisia sostenuto dall’Occidente, ma anche di una resistenza indigena incredibile.

Fazioni, intellettuali e attivisti dell’OLP erano conosciuti e rispettati in tutto il mondo in quanto ambasciatori della causa palestinese. Tre anni dopo il suo assassinio compiuto dal Mossad con un’autobomba a Beirut, il romanziere palestinese Ghassan Kanafani è stato insignito postumo del Premio annuale Lotus per la letteratura dall’Unione degli scrittori dell’Asia e dell’Africa, a testimonianza della lotta comune portata avanti dai popoli dei due continenti. La Palestina non è stata solo un collegamento fisico tra Asia e Africa, ma anche un collegamento intellettuale e di solidarietà.

I Paesi arabi, che hanno combattuto le loro dolorose ma eroiche guerre di liberazione nazionale, hanno svolto un ruolo importante favorendo la centralità della Palestina nei dibattiti politici dei Paesi africani e asiatici. Molti Paesi non arabi hanno sostenuto le cause collettive arabe, in particolare la Palestina, presso le Nazioni Unite; hanno spinto per attuare l’isolamento di Israele appoggiando i boicottaggi messi in atto da parte dei paesi arabi; hanno persino ospitato uffici e combattenti dell’OLP. Quando i governi arabi hanno iniziato a cambiare le loro priorità politiche, queste nazioni, purtroppo ma non sorprendentemente, hanno seguito il loro esempio.

I massicci cambiamenti geopolitici avvenuti dopo la guerra fredda, a favore dell’occidente guidato dagli Stati Uniti, hanno avuto un impatto profondo e negativo sulle relazioni della Palestina con gli Stati arabi e col resto del mondo. Ha anche diviso i Palestinesi, costringendo la lotta palestinese all’interno di un processo che sembrava essere determinato e definito principalmente dal solo Israele. Gaza è stata posta sotto un assedio permanente; la Cisgiordania è stata frammentata da numerosi insediamenti ebraici illegali, dal muro dell’apartheid e dai posti di blocco militari; Gerusalemme è stata fagocitata e i Palestinesi in Israele sono diventati vittime di uno Stato di polizia caratterizzato principalmente dalla apartheid razziale.

Abbandonati dal mondo e dalla loro stessa leadership, oppressi da Israele e frastornati da eventi straordinari che sfuggono al loro controllo, alcuni Palestinesi si sono rivoltati gli uni contro gli altri. Questa è stata l’epoca del settarismo. Tuttavia, la faziosità palestinese va oltre Fatah e Hamas, Ramallah e Gaza. Altrettanto pericolosi per la politica egoista sono i numerosi dibattiti preliminari che ha sposato, non governati da alcuna strategia collettiva né da una narrazione nazionale inclusiva.

Quando l’OLP fu estromessa dal Libano in seguito all’invasione israeliana e alla feroce guerra degli anni ’80, la natura della lotta palestinese si trasformò. Con sede in Tunisia, l’OLP non era più in grado di presentarsi come leader di un movimento di liberazione in senso pratico. Gli Accordi di Oslo del 1993 sono stati il risultato di questo esilio politico e della conseguente emarginazione. Inoltre, hanno accentuato la tendenza già esistente in cui una vera e propria guerra di liberazione si è trasformata in una forma di liberazione istituzionale, affamata di denaro, in un falso status e, peggio ancora, in una resa negoziata.

Questo aspetto è ormai noto e riconosciuto da molti Palestinesi. Meno discusso, tuttavia, è il fatto che quasi quarant’anni di questo processo hanno lasciato ai Palestinesi un dibattito politico diverso da quello che era esistito per decenni prima degli Accordi di Oslo.

Senza dubbio, i Palestinesi sono consapevoli della necessità di un nuovo linguaggio di liberazione – e liberato. Non si tratta di un compito facile, né di un processo casuale. L’indottrinamento derivante dalla cultura di Oslo, il linguaggio delle fazioni, il dibattito politico provinciale delle varie comunità palestinesi, hanno lasciato ai Palestinesi strumenti limitati attraverso i quali possono esprimere le priorità della nuova era. L’unità non è un documento politico. Né lo è la solidarietà internazionale. È un processo plasmato da un linguaggio che dovrebbe essere parlato collettivamente, senza sosta e con coraggio. In questo nuovo linguaggio, i Palestinesi sono i nativi americani, non i pellerossa; non per la loro presunta propensione ad essere “spazzati via”, ma per il loro orgoglio, la loro resilienza e la continua ricerca di uguaglianza e giustizia.

(Foto: un bambino tiene in mano delle bandiere palestinesi durante un evento a Rafah, Gaza, il 09 agosto 2022. [Abed Rahim Khatib – Agenzia Anadolu]).

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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2 Commenti

  1. Pellerossa. caso mai, sono gli ebrei, nella sua terra, Palestina, parecchi secoli prima della barbaie arabo-islamica. Ma, col tempo, molto tempo, forse capirete anche voi.

  2. In effetti il “non siamo pellerossa” che Arafat può aver detto, ed altri ripetuto con indignazione, non può considerarsi offensivo nei riguardi di coloro che gli europei hanno chiamato “indiani” o “pellerossa”, perché queste sono definizioni colonialiste. Essi non sono “indiani” o “pellerossa”, ma semplicemente sono come noi avremmo dovuto sempre chiamarli: cioè A M E R I C A N I. Infatti gli africani che gli Stati Uniti hanno importato come schiavi, oggi vengono chiamati correttamente “afroamericani” e gli europei che si sono trasferiti o sono nati là, sono “euroamericani” e noi così dovremmo sempre chiamare costoro, non “americani”.
    Dovremmo pure riferirci ai palestinesi che vivono nella colonia chiamata Israele, come “palestinesi” evitando la definizione imposta di “israelo palestinesi” e nemmeno, riduttivamente, “arabi”, cancellando così la loro eredità naturale palestinese. Quando ad un cittadino italiano viene chiesto “Cosa sei?” cioè a quale terra appartiene, egli risponde sono “italiano” non dice “europeo”. Le differenti definizioni (citate sopra) hanno un preciso intento colonialista. Sta a noi non adoperarle, come fanno gli americani, quelli veri, o gli stessi palestinesi.
    Giorgio Stern

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