I pellegrini di Al-Aqsa: “Stiamo mandando il messaggio che Gerusalemme è per noi”

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Alcuni fortunati palestinesi hanno avuto la possibilità di andare a pregare ad al-Aqsa nella notte santa di Laylat al-Qadr, mentre altri pagano ancora il prezzo dell’occupazione

 

Copertina: Persone pregano durante la santa notte di Laylat al-Qadr dentro il complesso della moschea di Al-Aqsa

Jacob Burns,  22 June 2017

Foto di Elia Ghorbiah e Alaa Daraghme

Gerusalemme- L’agitazione ha inizio da Ramallah, i suoi mercati sono più affollati del solito. Tutti i minibus gialli vengono assaliti, mentre l’autista grida “Per la traversata! Per la traversata!”.  Le persone caricano le borse preparate per i picnic e salgono sui mezzi – è il primo passo del viaggio verso Gerusalemme.

Una donna legge il Corano durante la notte santa di Laylat al-Qadr nelle vicinanze della moschea di Al-Aqsa (MEE / Elia Ghorbiah)

 

Mercoledì mattina. È la ventisettesima notte di Ramadan, chiamata Notte del Destino (o del Potere) Laylat al-Qadr: una delle più importanti notti sante del calendario islamico. Essa si riferisce alla notte in cui il Corano venne originariamente rivelato al Profeta Mohammad. Questa singola notte, dice il Corano “ è migliore di mille mesi”, nel suo valore.

Si crede che la preghiera durante la Laylat al-Qadr sia estremamente benefica, così centinaia di migliaia di persone si recano a Gerusalemme per pregare nella moschea di Al-Aqsa, uno dei principali luoghi sacri dell’Islam. Quest’anno, con tutte le restrizioni imposte dopo l’ attacco  avvenuto a Gerusalemme la scorsa settimana e il diffuso senso di paura che ha causato, sono pochi i palestinesi venuti a pregare.

Il Pellegrinaggio

Nei territori palestinesi il pellegrinaggio è ostacolato dall’occupazione. I palestinesi della West Bank generalmente necessitano di un permesso per entrare a Gerusalemme est, e oltrepassare Israele. Per il Ramadan, tuttavia, le autorità israeliane allentano alcune  restrizioni, concedendo  permessi per pregare ad un certo numero di  persone, e facendo entrare tutte le donne e tutti gli uomini oltre i quarant’anni.

 

Un soldato israeliano ordina alle donne  di mostrare i loro documenti di identità per attraversare il checkpoint vicino a Ramallah (MEE/Elia Ghorbiah)

 

Il checkpoint di Qalandia, sulla strada tra Ramallah e Gerusalemme, è più affollato che mai. Il traffico inizia kilometri e kilometri prima, con masse di persone che scendono dai taxi e dagli autobus. Quella che era solitamente la corsia dei veicoli è diventata l’ingresso delle donne, che stanno in fila con le loro lunghe vesti e i loro hijab. La polizia israeliana sul confine è appostata in alto su dei blocchi di cemento, all’erta e con i fucili spianati.

Vicino ad un murale di Yasser Arafat annerito dal fuoco, Harbi Abu Mazen, proveniente da Beita, vicino Nablus, riferisce al canale news Middle East Eye che quella è la prima volta, dopo diciassette anni, in cui riesce ad attraversare il confine. “Non sono sicuro di ciò che troverò lì”. “Sto portando con me mio figlio e mia figlia… questa sarà la loro prima volta nella città”-

Una donna di Tulkarem, che ha preferito rimanere anonima, racconta di non esser riuscita ad entrare a Gerusalemme per quattro anni, e le sue figlie, per dieci. “Non ho paura dei checkpoint”.

“Sto andando lì solamente con le mie figlie”.

Questo giorno, straordinariamente fresco per essere estate, rende meno pesante la giornata a quelli che stanno digiunando. Una brezza tagliente solleva la polvere e la spazzatura disseminata per il checkpoint.

Mowafaq Abu Khalil, 62 anni, è giunto da Tulkarem per attraversare il checkpoint di Qalandia vicino a Ramallah e pregare nella notte santa di Laylat al-Qadr all’interno della moschea di Al-Aqsa. (MEE/Alaa Daraghmeh)

Dall’entrata degli uomini, Mowafaq Abu Khalil, rivendica la presenza dei palestinesi a Gerusalemme, affermando: “Gerusalemme e Al-Aqsa sono anche nostre. Nonostante tutte le politiche, le uccisioni e gli insediamenti, proveremo sempre ad andarci”.

Misure disperate

Qui vi sono altri uomini a cui è stato negato l’ingresso. Vanno in giro lamentando con altri la propria sfortuna, inventandosi qualche altra maniera per entrare. Ahmed Qalaweh, di Jenin, è uno di quelli. “Ci ho provato tre volte”, dice. “Avevo un permesso per visitare la mia famiglia in Israele, ma mi dissero che era stato revocato.”

“Sono veramente triste che non mi sia possibile entrare. Proverò ancora, qualsiasi cosa ciò possa comportare”

Agli albori degli attacchi dello scorso venerdì a Gerusalemme, quando un ufficiale di polizia israeliano venne accoltellato a morte da tre attentatori palestinesi che vennero colpiti ed uccisi, il governo israeliano revocò  25.000 permessi per le visite ai familiari.

Questa mossa è vista dai palestinesi e i gruppi per i diritti umani come una punizione collettiva.

Circa 300.000 persone arrivano da tutta la Palestina per pregare durante la notte di Laylat al-Qadr (MEE/Alaa Daraghmeh)

La Waqf, una fondazione pia islamica che gestisce il complesso di Al-Aqsa, riferisce che in totale le persone venute a pregare ammontano a 270.000, molto meno rispetto alle 400.000 dell’anno scorso, e delle 300.000 che c’erano venerdì.

Il capo della fondazione ha riferito invece a  Palestinian news agency Maan che pensava che le persone venute fossero solo 220.000.

Per i pellegrini più agili e temerari esiste attualmente anche una via che non richiede permessi.

Al-Ram è un quartiere palestinese densamente abitato e lungo i suoi margini occidentali corre il confine municipale di Gerusalemme e il torreggiante muro israeliano.

È il punto preferito dai palestinesi che vogliono provare a scavalcare la barriera – nonostante gli otto metri di altezza, il filo spinato in cima e l’esercito e la polizia di confine che pattugliano.

Un uomo è saltato dall’altra parte appena le telecamere della Middle East Eye si sono spostate.  Il filo spinato è stato schiacciato in cima e la scala che ha usato è per terra, rotta. L’esercito se ne sta andando via in Jeep, delle luci arancioni lampeggiano.

La bandiera israeliana fluttua nell’aria. Non è ben chiaro cosa sia accaduto a quell’uomo dall’altro lato del muro.

Lì vicino, sotto il muro, alcune persone aspettano in macchina. Per 50 NIS (12 euro) trasportano i fedeli verso i punti più tranquilli, lontani dalla via principale, dove è più facile passare.

“Non attraversano in molti, oggi”, afferma uno di quelli alla Middle East Eye. Dicono che qui la polizia israeliana ha preso e picchiato alcune persone venerdì scorso. In seguito a questi fatti, gli uomini sono molto diffidenti per cui non vogliono indicare dove si trova l’altro punto di attraversamento e chiedono alla MEE di non filmare. “Quelli che attraversano non sono stupidi.” Dice la guida. “E sarebbero capaci di romperti la videocamera”

Destinazione Gerusalemme

A Qalandia, le persone stanno tentando da tutto il giorno di attraversare i checkpoint sperando di trascorrere a Gerusalemme la giornata in preparazione della  notte successiva di preghiera. Il sole del tramonto penetra attraverso le sbarre delle gabbie in cui aspettano coloro che vogliono passare il confine. Le persone sono ammucchiate, l’odore di sudore è forte. I tornelli lasciano passare occasionalmente le persone una ad una, o poche per volta e le borse vengono sottoposte ai raggi-x

Ad alcuni viene rifiutato l’ingresso: ritornano indietro passando per i tornelli, mentre si rimettono le cinture, abbattuti.   Un uomo mostra la sua carta di identità ad un soldato all’interno del checkpoint che la osserva con scrupolo.  Questo, dopo avergli rilevato le impronte, controlla il computer e dice: mamnooa! – vietato. “Perché?”chiede l’uomo, ma il soldato risponde solo a gesti e allarga le braccia alla maniera medio orientale intendendo “Non so” e “Non m’interessa”.

Tra quelli che stanno dall’altra parte del muro c’è invece un palpabile senso di sollievo. Donne e bambini aspettano gli uomini, bloccati ai controlli di sicurezza che durano troppo. La pista di decollo del vecchio aeroporto di Qalandia era stata requisita e trasformata in una stazione per autobus e da qui partivano nel traffico serale di Gerusalemme una fila continua di veicoli.

Con l’avvicinarsi del tramonto e con esso, quindi, il momento di rottura del digiuno, le persone iniziano a muoversi per andare a comprare il cibo. Un negozio di shawerma fuori dai muri della città vecchia comincia a riempirsi mentre i suoi commessi freneticamente preparano e arrotolano panini.

Un calo delle vendite

La città di Gerusalemme appare relativamente quieta. Nei venerdì di Ramadan precedenti all’attacco della scorsa settimana le strade erano affollate di fedeli. Un fedele all’interno della moschea riferisce che l’anno precedente, diversamente da questo, c’era talmente tanta gente che non era addirittura riuscito a piegarsi per pregare e che il cellulare non prendeva il segnale.

I proprietari dei negozi della città lamentano invece una diminuzione delle vendite, aggiungendo che questo calo esisteva già prima dell’attacco di venerdì.

“La causa non è solo legata all’attacco,” ci dice un giornalaio della città vecchia. “L’occupazione ha aumentato l’oppressione e gli affari calano”

Osama Risheq, un attivista per i diritti umani che gestisce anche un negozio di snack in Salah ad-Deen street, a Gerusalemme est, dice che gli affari sono calati del trenta per cento rispetto all’anno scorso. “Il periodo del Ramadan è stato pessimo”

“In ogni Ramadan dei tre anni passati ci son stati attacchi e guerre. Quando succedono queste cose gli israeliani chiudono tutto e le persone hanno paura a venire”.

Nonostante questo calo di numeri, ad Al-Aqsa prevale comunque un’atmosfera festosa. Sulla spianata della moschea una famiglia di Nablus che sta facendo picnic, scrive cartoline e fa foto da mandare ai parenti maschi che non sono stati abbastanza fortunati da poter attraversare i checkpoint, così come altre migliaia di persone.

Facendosi le foto di fronte alla gloriosa dorata cupola della roccia, mandano un messaggio a quelli che ancora una volta  Gerusalemme la possono vedere solo in cartolina: “Mancate ad Al-Aqsa”, scrivono.

 

trad. Miriam Zatari – Invictapalestina.org

Fonte: http://www.middleeasteye.net/in-depth/features/al-aqsa-pilgrims-we-are-sending-the-message-that-Jerusalem-is-for-us-1148162534

 

I pellegrini di Al-Aqsa: “Stiamo mandando il messaggio che Gerusalemme è per noi”

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