I pescatori di Gaza e il loro spirito di sopravvivenza

Scritto il 2011-05-24 in News

Gaza – Speciale InfoPal. Nella Striscia di Gaza assediata, la categoria dei pescatori resta quella più povera e la più esposta alle aggressioni fisiche delle forze d’occupazione israeliane. Sono tanti i pescatori locali che hanno perso la vita al lavoro, e numerosi coloro che ogni giorno la rischiano addentrandosi in mare, a pescare.

A Gaza il mestiere della pesca è in pericolo. Negli ultimi anni, la pesca a Gaza ha subito una grave battuta d’arresto, eppure è sempre stato un mestiere amato e rispettato in loco. Il blocco navale imposto dalle autorità d’occupazione israeliane e l’assedio via terra su tutta la Striscia di Gaza hanno già lasciato segni indelebili, da ormai cinque anni, da quando il caporale israeliano Gilad Shalit è stato catturato dalla resistenza palestinese.
In tanti sono stati costretti ad abbandonare questo lavoro e tra questi qualcuno è riuscito a ripiegare facendo il venditore ambulante.

Il nostro corrispondente dalla Striscia di Gaza ha incontrato Fayez Abu ‘Abdo, 45enne, uno delle centinaia di pescatori locali che non ha altra scelta all’infuori del continuare a pescare per dare da mangiare ai propri bambini.

Ma Abu ‘Abdo è anche un fiero pescatore, quando dice: “Io sono come un pesce, se mi mettessero fuori dall’acqua, morirei, quindi vi confermo che non ho nessuna intenzione di abbandonare il mio lavoro. Inoltre, non sarei in grado di resistere vivendo per mezzo di un altro mestiere, per non parlare della mia famiglia, che è composta da otto membri e ha bisogno di cibo, vestiario, altri beni di prima necessità”.

Vietato pescare a Gaza. La Marina israeliana fa di tutto per provocare e respingere i pescatori palestinesi e, sin dagli accordi di Oslo, pone gravi limiti alla distanza permessa in mare per la pesca.

Se negli accordi di Oslo Israele aveva “accordato” ai palestinesi di praticare l’attività ittica fino a 12miglia nautiche, di fatto, le forze d’occupazione israeliane permettono ai pescatori di Gaza di addentrarsi non oltre le 6 miglia. Poi, dall’Intifada di al-Aqsa (2000), sono diventate meno di 4.

Fayez ci racconta che, per poter pescare qualcosa, “molti pescatori locali si spingono in mare fino a raggiungere le acque territoriali egiziane. Solo di rado le autorità egiziane chiudono un occhio, ma il più delle volte li respingono”.

Una storia di pesca e di dolore. Mohammed Abu ‘Odeh ha 45 anni ed è un pescatore palestinese. La sua piccola barca da pesca è stata presa di mira e distrutta dai militari israeliani. In quella stessa occasione – era l’aprile 2008 – il figlio fu ferito al piede.

“Quel giorno – racconta – dovevo presentarmi in ospedale per sottopormi ad un visita allo stomaco, così chiesi a mio figlio Shadi di andare in mare al posto mio”.

Con la voce spezzata e gli occhi lucidi ha proseguito: “Quel giorno Shadi scese in mare con gli altri pescatori, aveva paura della profondità dell’acqua e delle gigantesche navi della Marina israeliana”.

La distruzione della sua barca e il ferimento di Shadi. “Dopo circa due ore che i pescatori erano in mare, sopraggiunsero due navi della Marina israeliana, tenendosi ad una distanza di appena 6 miglia. Circondarono più di 12 barche e aprirono il fuoco massicciamente per spaventare, ma anche per colpire. Le barche furono distrutte e fu allora che Shadi fu ferito al piede.

“I pescatori si affrettarono a soccorrere mio figlio e lo condussero in un ospedale. Nel frattempo, la mia barca affondò insieme alle altre. Per oltre un anno e mezzo, sono rimasto senza lavorare”.

Come quella di Abu ‘Odeh, sono centinaia le barche da pesca distrutte totalmente o in parte, e molte si possono vedere sulla spiaggia di Gaza. Da 5mila pescatori che si registravano a Gaza prima dell’Intifada di al-Aqsa, oggi ne restano appena 2mila.

Perdite per milioni di dollari. Il nostro corrispondente da Gaza ha incontrato anche Nazzar ‘Ayyash, a capo del sindacato dei pescatori, che ha sottolineato il “rischio di estinzione del mestiere di pescatore in un paese costiero come Gaza.

“Dallo scoppio dell’Intifada di al-Aqsa, dopo assedio e guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, le perdite ammontano a 22milioni di dollari.

“Gli aiuti da parte del governo locale sono migliorati: dalla consegna di barche nuove ai lavori di riparazione di quelle danneggiate parzialmente”.

Ma ‘Ayyash sa bene che l’occupazione israeliana non si arresta in questo modo e continuerà ancora a prendere di mira la categoria che rappresenta, per questo si è appellato alle istituzioni internazionali, “perché siano consapevoli del reale grado di pericolosità in cui i pescatori di Gaza vivono – dalla minaccia rappresentata dall’occupazione israeliana alla morte che ogni giorno in mare incombe su di essi – e, soprattutto, perché si pronuncino e intervengano per sanzionare queste forme di punizione collettiva che Israele infligge alla categoria dei pescatori palestinesi di Gaza”.

© Agenzia stampa Infopal
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