“I rapitori, le partite di calcio, i disegni”. Gilad Shalit racconta la prigionia in tv

13 OTT 2012

L’arrivo in elicottero di Gilad Shalit, libero da poche ore

La pazzia. C’è stato un momento in cui, ai piani alti di Gerusalemme, più di qualcuno – un anno fa – s’è chiesto se avesse senso quello scambio appena concordato con il nemico: 1.027 carcerati palestinesi da liberare in cambio di un soldato israeliano, ostaggio da più di cinque anni nella Striscia di Gaza. Un giovane che, per le sue condizioni di detenzione, poteva aver perso la testa. E chissà cos’altro.

Un anno dopo quell’elemento viene a galla. Ma stavolta a parlarne è il diretto interessato: Gilad Shalit. Il protagonista del più drammatico – e positivo – caso di rapimento sul suolo israeliano da parte dei miliziani di Hamas s’è concesso in una lunga intervista – la prima volta – per la tv Channel 10 che verrà trasmessa i prossimi giorni.

Il soldato ha raccontato molti dettagli – anticipati in parte dal quotidiano Yedioth Ahronoth ­– sulla sua prigionia. Ha detto, Gilad, che i militanti l’hanno trattato sostanzialmente bene per la maggior parte del tempo. Ma ha anche rivelato di quando, a un certo punto, ha iniziato a pensare che non sarebbe mai stato liberato. «Pensavo di fare la fine di Ron Arad, il pilota abbattuto nel 1986 con il suo jet in Libano e non ancora tornato a casa», dice il giovane 26enne. Ma «cercavo anche di essere ottimista, mi concentravo sulle piccole, belle cose che avevo lì davanti a me».

L’incontro con papà Noam e il premier Benjamin Netanyahu (foto Idf)

I militanti, svela Gilad nell’intervista, giocavano con lui a scacchi e domino. «Mi permettevano anche di guardare le notizie sulla tv araba. È così che ho imparato anche un po’ la loro lingua». Poi dice che gli è stato data anche una radiolina. «Così potevo sentire quello che succedeva a casa mia e in ebraico».

«Spesso ho anche riso insieme ai miei rapitori», continua il soldato. «Soprattutto quando guardavamo un film o una partita di calcio». «Una volta i miliziani sono rimasti letteralmente a bocca aperta quando un israeliano, Eran Zahavi, ha fatto gol nella partita di Champions League Hapoel Tel Aviv – O. Lione. Non potevano credere che una squadra israeliana potesse giocare in quel modo. Fu una delle cose che mi aiutarono a restare sano di mente».

Un’altra cosa che, dice, l’avrebbe aiutato a non impazzire sarebbe stato anche il suo Paese. «Ho fatto spesso schizzi sulla mia città, per non dimenticarla. Anche se ho cercato sempre di nascondere quei disegni per non indispettirli». Perché la prigionia è sempre prigionia. E tempo – e modo – di tenere un diario, di quelli buoni per farci poi un libro e un film e una serie televisiva, ecco, tempo – e modo – per quello proprio non c’era. L’unica cosa che resta, ancora, un mistero è il posto in cui è stato rinchiuso.

«All’inizio – ha ricordato Gilad – è stato difficile, ma poi ho sviluppato una sorta di routine giornaliera: mi svegliavo e andavo a dormire praticamente alle stesse ore». Così, per 1.941 giorni di fila. Fino a quando non ha toccato il suolo israeliano. Fino a quando non ha abbracciato papà e mamma, i fratelli, i nonni, gli amici. Fino a quando non ha messo piede a casa sua, a Mitzpe Hila, nell’Alta Galilea. Fino a quando non s’è addormentato nel suo letto, in quella camera – la sua – che mamma Aviva aveva lasciata intatta perché, ne era convinta, «il mio Gilad prima o poi tornerà».

© Leonard Berberi

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