I REGALI NON GRADITI DI MIKE POMPEO – di Paola Caridi

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tratto da: https://www.invisiblearabs.com/2021/01/16/i-regali-non-graditi-di-mike-pompeo/#more-8549

Se l’account Twitter di Donald J. Trump tace da giorni, da quando è stato chiuso ‘d’imperio’ per volere della società di @jack (Jack Dorsey), altrettanto non si può dire dell’account di Mike Pompeo. Il segretario di Stato uscente ha, infatti, prodotto negli ultimi giorni un numero impressionante di tweet, una sequenza di cinguettii per raccontare ciò che di buono avrebbe fatto l’amministrazione Trump nel mondo. Si va dagli aiuti finanziari nella pandemia al recupero degli americani fuori dai confini nazionali per rimpatriarli nel più breve tempo possibile, dalla politica mediorientale a quella verso la Cina o l’America Latina.

Fino a decine di tweet al giorno, una vera e propria summa della politica estera trumpiana, una narrazione ovviamente a senso unico da cui sono espunti i trattati internazionali ed è invece sottolineato il ruolo di un Paese, gli Stati Uniti, dipinto come una barca che veleggia solitaria in un mare infestato di pericoli. Gli hashtag dicono molto, forse tutto: #AmericaFirst e #MaximumPressure sintetizzano non solo le decine di hashatag di simile tenore, raccontano anche un modo di pensare (e di escludere). In sintesi, un rigetto totale del multilateralismo e dei propri impegni nelle organizzazioni internazionali, a favore di una politica muscolosa e solitaria.

L’iperattività di Pompeo su Twitter non poteva certo passare inosservata. Né, soprattutto, potevano passare inosservata le ultime decisioni prese o paventate dal segretario di Stato proprio alla venticinquesima ora del suo mandato, mentre l’inquilino della Casa Bianca sta già preparando i bagagli. Il New York Times ha persino dedicato un editoriale senza firma, dunque a nome del quotidiano, alla politica estera al fotofinish perseguita da Pompeo. E il titolo sintetizza l’interpretazione del giornale newyorchese: Secretary of State Pompeo Leaves No Bridges Unburned“non ha lasciato neanche un ponte in piedi”. Tradotto: l’amministrazione Trump ha fatto di tutto per lasciare – come dicono alcuni osservatori – mine inesplose lungo il cammino del governo di Joe Biden. Prima ancora di insediarsi, cioè, la nuova amministrazione dovrà passare il tempo a togliere dalla sua strada, fuori dai confini nazionali, i numerosi ostacoli frapposti a tempo di record da Mike Pompeo.

Un primo elenco la dice già tutta delle difficoltà che avrà non solo il nuovo segretario di Stato Antony “Tony” Blinken, ma tutta l’amministrazione Biden, per smontare le ultime decisioni di Pompeo senza apparire prona a Paesi con i quali non è né alleata né amica. Il catalogo, solo parziale, è questo: Pompeo ha reinserito Cuba nell’elenco di Paesi sponsor del terrorismo, per frenare il tentativo – evidente – della prossima amministrazione democratica di riannodare i fili allora tessuti da Barack Obama con l’Avana. Un’altra bandierina del suo personale risiko l’ha poi apposta su Taiwan, con un sasso nello stagno che non sarà facile recuperare: Pompeo ha annullato le restrizioni autoimposte dal protocollo diplomatico statunitense verso Taipei, un modus operandi che ha consentito agli Stati Uniti negli scorsi decenni di migliorare i suoi rapporti con Pechino senza tagliare i ponti con Taiwan. Un bel mal di testa, per la squadra di Biden, soprattutto perché il dossier cinese della prossima amministrazione comprenderà anche la questione delle violazioni dei diritti umani.

È però sul quadrante mediorientale che si è concentrato l’attivismo last-minute di Pompeo, con decisioni che impegneranno i diplomatici americani per mesi. La prima: l’inserimento dei ribelli yemeniti Houthi nella lista nera delle organizzazioni terroristiche con la loro sigla, Ansar Allah, e la designazione con tre dei suoi leader di entità “Specially Designated Global Terrorist”. È l’altra faccia della medaglia di quello che negli scorsi giorni è successo nel Golfo. Se da una parte l’amministrazione Trump si è fregiata di un ruolo non si sa quanto rilevante nella soluzione della crisi che ha opposto l’Arabia Saudita (e alleati) al Qatar, dall’altra ha pagato pegno confermando il suo sostegno a sauditi ed emiratini sul fronte yemenita. L’inserimento degli Houthi nella lista nera, però, non solo irrigidisce una situazione già intricatissima. A pagare il prezzo sarà ancora una volta la popolazione civile, per l’80% nel territorio controllato dagli Houthi. La reazione dell’Onu è stata chiara: la decisione di Pompeo condurrà a una crisi umanitaria e alla fame, in uno Yemen prostrato da quella che già oggi è la peggiore crisi umanitaria del pianeta. Le previsioni, al Palazzo di Vetro, sono a dir poco fosche: la bomba a orologeria di una crisi umanitaria ancora più diffusa scoppierà entro pochissimi mesi, e cioè proprio ai primi vagiti dell’amministrazione Biden dal punto di vista dell’agire diplomatico.

Non è tutto. Perché l’attivismo di Pompeo ha come obiettivo principale quello di rendere impossibile una riapertura del dossier nucleare con l’Iran per ricucire un negoziato che già, durante la presidenza Obama, era stato ben difficile. Ci vorrà tempo, dunque, per rimuovere ostacoli giganteschi come la guerra in Yemen e punture di spillo come l’ultima accusa di Pompeo all’Iran, di ospitare sedi di Al Qaeda.

Della politica di contenimento dell’Iran fanno ovviamente parte anche gli accordi di Abramo, con gli Stati autocratici del Golfo in prima fila in una normalizzazione senza condizioni delle relazioni con Israele. Della politica anti-iraniana fa parte anche, ovviamente, il sostegno pieno dell’amministrazione Trump al governo di destra di Bibi Netanyahu in Israele e le decisioni di contravvenire alle decine di risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu, agli accordi di Oslo, al diritto internazionale. Sono decisioni che si riassumono a) nel riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele prima dello status finale tra israeliani e palestinesi; b) nel conseguente spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme; c) nel riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture siriane occupate del Golan; d) nel sostegno ai coloni in quella che Pompeo (sempre su twitter pochissimi giorni fa) non chiama Cisgiordania o Palestina occupata, ma Giudea e Samaria.

In Medio Oriente, operazioni di questo genere si definiscono “facts on the ground”, azioni reali, fisiche che rendono difficile se non impossibile tornare indietro sui propri passi e ricostruire su altre basi un negoziato e una narrazione degli eventi. Le trasformazioni in Medio Oriente sono andate avanti così, per decenni, sulla testa delle società, dei veri attori sociali e politici, con quel tipico atteggiamento verticistico  che ha solo prodotto frutti avvelenati. Sempre più avvelenati. Come i pozzi che sta lasciando la vecchia amministrazione a quella che, tra pochissimi giorni, si insedierà a Washington.

I regali non graditi di Mike Pompeo

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