I ribelli libici e Israele


06/06/2011

Original Version: ثوار ليبيا.. واسرائيل

La notizia che il filosofo francese filoisraeliano Bernard-Henri Lévy ha portato al primo ministro israeliano Netanyahu un messaggio di amicizia da parte del Consiglio nazionale transitorio libico indica fino a che punto la rivoluzione libica è stata presa in ostaggio da forze che vogliono riportare la Libia all’epoca coloniale – scrive il giornalista palestinese Abdel Bari Atwan

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Personalmente non sono rimasto sorpreso dall’annuncio dello scrittore e filosofo francese Bernard-Henri Lévy secondo cui egli avrebbe trasmesso un messaggio del Consiglio nazionale transitorio (CNT), che rappresenta i “ribelli” libici, al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante il suo incontro con quest’ultimo giovedì scorso a Gerusalemme. La sostanza di tale messaggio è che il futuro regime libico sosterrà la “giustizia per i palestinesi e la sicurezza di Israele”, e che instaurerà normali rapporti con Tel Aviv.

La ragione per cui non sono sorpreso è che conosco bene la storia di Lévy e dei suoi stretti rapporti con Israele, e la sua strenua difesa dei crimini e dei massacri israeliani contro gli arabi palestinesi. E fin dal primo momento ero stato colto da dubbi riguardo alla natura del CNT e dei suoi obiettivi, quando avevo visto il sionista Lévy fare della città di Bengasi il proprio quartier generale e diventare il rappresentante dei suoi nuovi governanti.

Circa quaranta giorni fa, sono stato ospite di “Newsnight”, la famosa trasmissione della BBC in lingua inglese, per parlare della rivoluzione in Libia. Come controparte, in collegamento satellitare, c’era il filosofo Lévy. Ci siamo trovati d’accordo sulla natura sanguinaria del regime del colonnello Gheddafi, sui suoi piani di commettere un massacro contro i civili a Bengasi, e sulla necessità di proteggerli in tutti i modi. Ciò su cui ci siamo trovati ad esprimere posizioni divergenti sono state le ragioni reali alla base dell’intervento della NATO: io ho affermato che quest’ultima non è un’istituzione di beneficienza, e che impadronirsi del petrolio libico e cercare di riportare la Libia all’epoca del colonialismo occidentale sono i principali obiettivi di questo intervento.

Il filosofo Lévy si è mostrato aspramente in disaccordo con me, spiegando che fu lui a telefonare al presidente francese Sarkozy da Bengasi chiedendogli di intervenire militarmente, e con urgenza, per proteggere gli abitanti di Bengasi; e che Sarkozy accolse immediatamente il suo appello inviando i suoi aerei a bombardare le forze di Gheddafi che marciavano verso la città.

Ho risposto a Lévy che ero rimasto sorpreso dalla sua presenza a Bengasi pochissimi giorni dopo lo scoppio della rivoluzione e la sua immediata trasformazione in ribellione armata, e gli ho chiesto perché non era andato nella Striscia di Gaza quando gli aerei israeliani hanno bombardato la sua popolazione pacifica e inerme con il fosforo bianco e con bombe di ogni dimensione uccidendo 1.400 persone, circa la metà delle quali erano bambini. A quel punto egli ha ringhiato furiosamente che la Striscia di Gaza è governata da Hamas, che è un’organizzazione estremista e terroristica – dal che devo dedurre che, stando così le cose a Gaza, massacrare quei bambini secondo lui è giustificato.

Su questo giornale, fin dal primo giorno ci siamo schierati con la rivoluzione in Libia ed abbiamo appoggiato la sua legittima richiesta di un cambio di regime – e non solo di una “riforma” di tale regime – poiché esso ha umiliato e calpestato il popolo libico, privandolo delle basi più elementari di una vita dignitosa, sperperando le enormi ricchezze della Libia, e trasformando il paese in un possedimento privato per Gheddafi e per i propri figli, oltre che per i membri del suo entourage. Ma dopo che la rivoluzione del popolo libico è stata presa in ostaggio da alcuni personaggi bramosi di potere appartenenti al vecchio regime, e dall’intervento della NATO, dei suoi aerei e dei suoi missili, che uccidono i libici appartenenti alla parte avversa sfruttando la copertura del mandato internazionale, abbiamo cominciato a rivedere la nostra posizione ed a guardare con sospetto e diffidenza le intenzioni di coloro che vogliono far deviare la rivoluzione libica dal suo cammino iniziale.

Siamo stati oggetto di numerosi attacchi ingiusti e volgari da parte di persone che si sono fatte trarre in inganno, o di provocatori al servizio di elementi sionisti, poiché abbiamo detto che il paese viene trascinato verso la guerra civile, che ci opponiamo all’intervento straniero, e che le organizzazioni terroristiche saranno quelle che trarranno maggior profitto dalla trasformazione della Libia in uno Stato fallito.

Ma quando gli Stati Uniti, che sono il principale sostenitore dei ribelli libici, hanno dichiarato di temere che delle armi possano cadere nelle mani di al-Qaeda; quando il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha affermato che entrambe le parti coinvolte nel conflitto in Libia stanno commettendo crimini di guerra; e quando la Reuters ha rivelato che mercenari britannici e francesi combattono al fianco dei ribelli a Misurata, allora le penne e i giornali dei nostri detrattori hanno taciuto.

L’impiego delle forze della NATO contro un regime brutale e ingiusto è giustificato agli occhi di molti, in Libia e altrove, nella misura in cui tali forze sono intervenute per proteggere persone innocenti dai massacri pianificati dal regime di Gheddafi e dalle milizie dei suoi figli. Ma cosa diranno costoro, vedendo che il CNT fa ricorso a Netanyahu ed apre canali di comunicazione con lui, e gli promette la normalizzazione dei rapporti quando il CNT sarà giunto al potere?

Il popolo libico – il popolo del combattente Omar al-Mukhtar – che si è ribellato contro la tirannia interna offrendo centinaia di martiri, non può accettare la tirannia straniera, il ritorno del colonialismo occidentale, e la depredazione delle sue ricchezze, così come non accetterà in nessun modo alcun regime che instauri rapporti con Israele – un paese che occupa i territori arabi e palestinesi ed i luoghi santi dei musulmani.

La Libia che era giunta al potere con il colonnello Gheddafi ed i suoi compagni era una Libia patriottica, dedita alle questioni della nazione araba, desiderosa di difendere la propria reputazione a livello arabo e la propria identità nazionale islamica. Ma la Libia che oggi vuole sbarazzarsi del regime corrotto di Gheddafi per fondare un nuovo regime basato sulla giustizia, l’uguaglianza, le libertà politiche, l’indipendenza della magistratura e la democrazia reale, è anch’essa una Libia patriottica.

Il regime pluralistico di re Idris al-Sanusi non cadde a causa della corruzione o dell’ingiustizia, ma del nazionalismo arabo e dell’isolamento in cui tale regime si trovava rispetto alle rivoluzioni arabe che chiedevano di opporsi all’usurpazione sionista di una porzione amata della nazione araba e islamica.

Re Idris restituì 30.000 dollari che erano in suo possesso all’ambasciata libica in Turchia, dove si trovava in visita ufficiale, dopo che il golpe contro il suo regime era stato coronato dal successo. Egli partì per il Cairo senza avere i soldi per pagare la cena per sé e il suo entourage, mentre i figli del colonnello Gheddafi ed i ministri del suo governo che sono passati dalla parte dei ribelli possiedono miliardi.

I ribelli libici non possono certamente fare ricorso ai mercenari, ed alle società europee che li impiegano, per vincere la loro battaglia contro l’ingiustizia e la corruzione. Semmai sono i regimi dittatoriali repressivi a fare una cosa del genere. E quando l’agenzia Reuters afferma che società francesi, britanniche e americane di “pubbliche relazioni” arruolano mercenari per combattere al fianco dei ribelli (o in loro vece) a Misurata – una cosa confermata dal rispettato quotidiano britannico Guardian – diventa per noi un obbligo rivedere le nostre considerazioni, anche se questo non significa certamente schierarsi con il regime libico criminale e corrotto di Gheddafi.

Crediamo che sia doveroso ricordare ai “ribelli” libici che tutti coloro che hanno fatto ricorso a Israele, e stabilito normali relazioni con questo paese, hanno fatto una fine tragica e vergognosa, dal presidente egiziano Anwar Sadat al suo successore Hosni Mubarak, dal presidente mauritano Maaouya Ould Taya a quello tunisino Zine el-Abidine Ben Ali. Con una differenza fondamentale, e cioè che costoro sedevano su poltrone di governo, ed erano alla testa di regimi saldi che possedevano un esercito e potenti servizi di sicurezza, mentre il CNT è ancora in una fase embrionale nel migliore dei casi, e gode del riconoscimento di appena due paesi arabi, oltre ad essere una struttura temporanea.

Ricorrendo a un’amicizia con Israele, esso condanna se stesso a non svilupparsi affatto, o al massimo a svilupparsi in maniera illegittima.

Non basta negare che Lévy abbia portato un vostro messaggio a Netanyahu. Espellete questo sionista, rompete ogni rapporto con lui e con i suoi pari, se siete onesti; tornate alle origini pure ed incontaminate della vostra rivoluzione, e saremo con voi.

Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”

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