I ripensamenti di Ramallah e i “trasferimenti legali” di Tel Aviv

25 mar 2014

Per mesi Ramallah ha sostenuto di non voler prolungare le trattative di pace con Tel Aviv. Ma ieri il Presidente Abbas ha dichiarato che l’estensione è possibile sotto “determinate circostanze”. Intanto un “parere legale” di un consigliere del Ministro degli Esteri Lieberman sostiene che “lo scambio di popolazione” è consentito dal diritto internazionale.

Palestinian authority President Mahmoud Abbas

di Roberto Prinzi

Roma, 25 marzo 2014, Nena News – Una cosa ci hanno insegnato 20 anni post Oslo: mai credere completamente alle parole dell’Autorità Palestinese. Dopo mesi in cui i principali esponenti di Fatah avevano dimostrato un profondo senso di frustrazione per l’atteggiamento di Israele “poco propositivo alla pace”, avevano denunciato la costruzione di nuove unità abitative coloniali in Cisgiordania e dopo che, con grande orgoglio, il Presidente Abbas aveva ribadito la sua volontà di non riconoscere l’“ebraicità” di Israele, tutto sembrava far credere che i negoziati di pace, qualora fossero mai veramente iniziati, fossero arrivati ad un punto morto. Il capo negoziatore palestinese Erakat aveva ribadito con tono sprezzante in più di un’occasione che non si sarebbe mai andati oltre la data di fine aprile per raggiungere l’ “accordo quadro” così voluto da Washington.

E invece ieri il colpo di scena (scontato): Abbas concorda ad estendere i colloqui di pace sotto “determinate circostanze”. A rivelarlo all’agenzia di stampa palestinese Maan è stato un ufficiale palestinese che ha preferito restare anonimo. L’ufficiale ha raccontato che, durante un incontro con il Presidente Usa Barack Obama, Abbas (Abu Mazen) ha concordato a prolungare i negoziati di pace a patto che Israele si impegni a congelare la costruzione degli insediamenti e a rilasciare più prigionieri.

Al momento – come condizione prevista per iniziare i negoziati – ne sono stati liberati in tre fasi 78. Mancano all’appello gli ultimi 26 che dovrebbero essere rilasciati il 29 marzo. Il condizionale è quanto mai d’obbligo. Qualche giorno fa, alcuni ministri israeliani hanno dichiarato che se i palestinesi non continueranno gli “incontri di pace” oltre il tempo-limite del 29 aprile, Tel Aviv si riserverà il diritto di interrompere la liberazione dell’ultima tranche di prigionieri. Una dichirazione shock per gli statunitensi che, consci dell’ostinazione israeliana, hanno provato a rianimare il moribondo processo di pace con una controfferta clamorosa: Jonathan Pollar libero [all’ergastolo negli USA dal 1985 per spionaggio a favore di Israele, ndr], in cambio degli ultimi detenuti palestinesi.

Uno scambio nettamente favorevole per Israele che non solo avrebbe un suo “figlio di nuovo a casa”, ma potrebbe continuare a infrangere senza problemi le leggi internazionali. Tel Aviv, in fondo, ha ragione: negoziati di pace o meno, in questi otto mesi ha continuato a costruire migliaia di unità abitative nella Cisgiordania palestinese e ha ucciso 60 palestinesi tra Gaza e Cisgiordania. Niente male se si considera che in questa fase stia trattando la “pace”.

Che l’Autorità Palestinese sia abilissima a mantenere in vita il processo di pace che è – dati alla mano – solo causa di ulteriore furto di terra araba è difficile da negare. Ma bisogna sottolineare come questa sua abilità derivi principalmente dalla scaltrezza con cui sventola – a suo piacimento – il tema dei prigionieri, sentitissimo da ciascun palestinese. Poco importa a Ramallah che, durante questo periodo di “trattative”, il numero dei nuovi detenuti palestinesi sia altissimo. Poco importa che propria questo clima ovattato (perché si “lavora per la pace”) ha permesso a Tel Aviv di continuare le sue attività quotidiane suscitando debolissime proteste. Se già normalmente la risposta delle “democrazie” occidentali è flebile in tempo di guerra figurarsi quando finalmente a dominare gli incontri sono sorrisetti e flash.

Ma sul tema prigionieri Ramallah sa che tocca tra la sua gente un tema sentitissimo. Un sondaggio pubblicato ieri ha dimostrato che la maggioranza dei palestinesi sostiene l’estensione dei colloqui di pace oltre la data di fine aprile a patto che vengano rilasciati altri prigionieri. I dati del “Center for Policy and Survey research” non lasciano spazio a dubbi: il 65% dei 1.200 intervistati sostiene il prolungamento delle trattative se la liberazione ha luogo.

Ma se i palestinesi sostengono il rilascio dei loro “eroi”, in Israele si fa di tutto per ostacolare la libertà dei “terroristi”. Ieri tre partiti di “centro” HaTnu’a, il Labour e Yesh ‘Atid hanno protestato contro l’eventuale rilascio di ulteriori “criminali”. Secondo le forze “moderate” israeliane bisogna prolungare le trattative di pace ma fermando la costruzione delle colonie non liberando gli “assassini”. Come biasimarli se si considera che, secondo un sondaggio del Canale 7 israeliano, il 70% degli israeliani ritiene che Abbas (persino lui!) non sia un potenziale partner per la pace.

Se i “moderati” parlano in questo modo, gli “estremisti” sostengono il trasferimento di persone. Secondo un articolo pubblicato oggi dal quotidiano HaAretz, il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha ricevuto alcune settimane fa un “parere legale” che permette lo scambio di popolazione secondo la legge internazionale. Trasferire la popolazione è, infatti, legale secondo il diritto internazionale a patto che i palestinesi siano favorevoli, se nessun cittadino rimane privo di cittadinanza e se viene offerta una compensazione simile a quella ricevuta dai coloni evacuati dalla Striscia di Gaza da Sharon nel 2005.

In un incontro con i rappresentanti dei Ministri degli Esteri a gennaio Lieberman, secondo quanto riportato da HaAretz, avrebbe detto che “un accordo totale con i palestinesi dovrebbe includere un accordo con gli arabi-israeliani”. Avrebbe poi aggiunto che il suo piano di scambio di terra e popolazione non è un “trasferimento” ma mira solo a spostare la linea di confine per includere le zone di Israele dove è maggiore la presenza palestinese. In pratica dare al futuro Stato di Palestina l’area del “Triangolo” e di Wadi Ara nel nord d’Israele in cambio di un accordo di pace duraturo.

Il consigliere legale del Ministro, Ehud Keinan, ha affermato che “trasferire aree popolate da uno stato sovrano ad un altro come soluzione per un accordo perfino senza il consenso esplicito della popolazione o tramite referendum è valido per la legge internazionale finché offre a chi è stato trasferito una cittadinanza certa”.

Il precedente legale sarebbe la decisione della Corte Internazionale dell’Aia sul confine tra Honduras e San Salvador nel 1992. Allora la legge internazionale permise il trasferimento di popolazione da un paese all’altro ma sottolineò la necessità di applicare il trasferimento “in un modo umano e ordinato” e invitò tutte le parti a trovare soluzioni appropriate per le persone. HaAretz ha anche aggiunto che Lieberman ha posto la questione dello scambio di terra e persone in ogni incontro che ha avuto negli ultimi due mesi con gli Ministri degli Esteri. Ecco dunque a cosa servirà l’estensione delle negoziazioni: oltre ad espandere le colonie in Cisgiordania, il prolungamento permetterà un “trasferimento” dei palestinesi ben pianificato, “umano e ordinato” per carità, così da rafforzare l’ebraicità di Israele a cui Ramallah dice ancora di opporsi. Nena News

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