I veri architetti e realizzatori del regime di supremazia ebraica di Israele

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Articolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto dall’inglese da Assopace Palestina

di Hagai El-Ad,

La grande maggioranza di coloro che sono così sprezzanti nei confronti di Ben-Gvir convivono benissimo con l’apartheid israeliano, solo che non lo gridano dai tetti.

Nei mesi trascorsi da quando il deputato Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit/Sionismo Religioso) è stato nominato ministro della sicurezza nazionale israeliana, non c’è stata quasi settimana in cui un maggiore generale dell’esercito o della polizia in pensione non abbia espresso il proprio disprezzo nei confronti del “ministro della distruzione”, di una nullità che non capisce nulla e ha ancora meno esperienza, della “persona di rilievo” dello Shin Bet che è diventata il “ministro delle piadine” [allude al divieto imposto ai prigionieri palestinesi di cuocersi le piadine, NdT] e così via. La rabbia è così pervasiva che viene da soffermarsi un momento e chiedersi: cosa sta cercando di coprire tutto questo?

Perché, dopo tutto, è appropriato, e persino logico, disprezzare Ben-Gvir per le politiche violente, cariche di odio e razzismo che promuove. Ma qual è il significato di questo profondo disprezzo? Anni fa (ai bei tempi, quando era solo una “persona di rilievo”), il servizio di sicurezza Shin Bet lo valutava come una “persona acuta, brillante e astuta”. Verso la fine del 2022, dopo le elezioni per l’attuale 25esima Knesset, Ben-Gvir è riuscito a far leva sulla forza politica della sua piccola fazione alla Knesset (i sei parlamentari di Otzma Yehudit) e ha ottenuto il portafoglio ministeriale che chiedeva.

Da allora il ministro delle piadine ha rimpastato il commissariato di polizia e i suoi vertici come se fossero palline di pasta a temperatura ambiente.

Per non parlare della traiettoria che questa nullità ha seguito, da persona con cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di farsi fotografare, a persona che non molto tempo fa è stata complice delle manovre di Netanyahu per annullare lo standard di ragionevolezza dell’Alta Corte. Tutto ciò sembrerebbe indicare l’esistenza di una certa misura di saggezza pratica e di acume politico. Forse è il caso di non essere così istintivamente sprezzanti nei confronti di qualcuno che ha ottenuto tutto questo?

Invece di occuparsi seriamente di questa figura politica e dell’agenda che persegue, molti preferiscono storcere la bocca e compiacersi del fatto che il gabinetto di sicurezza non venga convocato (per il timore che Ben-Gvir ne faccia trapelare le informazioni) e che le decisioni importanti vengano prese sopra la sua testa (perché è una superflua nullità). Una nullità talmente superflua che sta guidando un movimento profondamente radicato per dare forma a un discorso pubblico che normalizza la supremazia ebraica e la grida dai tetti – e sono proprio quei tetti l’essenza della questione.

Infatti, la grande maggioranza di coloro che sono così sprezzanti nei confronti di Ben-Gvir convivono benissimo con un Israele di supremazia ebraica – solo che non lo gridano dai tetti, Dio ce ne scampi. Questo è il metodo che sta alla base del regime israeliano: garantire “l’assoluta uguaglianza dei diritti”, come da Dichiarazione d’Indipendenza (per poi imporre un regime militare ai cittadini palestinesi e saccheggiare le loro terre); consentire ai sudditi palestinesi nei Territori di presentare una petizione all’Alta Corte di Giustizia (che a sua volta convalida la tortura, la demolizione di case, l’incarcerazione senza processo e il furto di terre); avviare un’indagine quando i soldati uccidono i palestinesi (e poi chiudere il caso senza incriminazioni); essere una “nazione startup” (e utilizzare la tecnologia avanzata sviluppata nel paese per potenziare il dominio sui palestinesi); parlare quando necessario del “processo di pace” (e continuare a costruire insediamenti).

In breve: la supremazia ebraica? Una benedizione. Ma Otzma Yehudit (Potere Ebraico) nel governo? Un orrore. Tutto bene – uccidere, espropriare, opprimere – ma non gridarlo dai tetti, in modo da mantenere la legittimità internazionale, per non diventare come il Sudafrica durante il regime di apartheid – ma continuare una giudiziosa attuazione dell’apartheid. Sebbene questa tecnica richieda più tempo, pazienza e una certa abilità, se si guarda al bilancio di 100 anni di sionismo, è impossibile contestare il fatto che, almeno finora, ha avuto successo. Il trucco è: praticare l’apartheid ed essere considerati, agli occhi del mondo – e anche ai nostri stessi occhi – una democrazia.

Affinché l’impresa funzioni, ogni istituzione statale deve svolgere il proprio compito: Knesset ed esercito, ministeri e tribunali. Questi ultimi – i tribunali, che sono stati al centro del discorso pubblico degli ultimi mesi, attaccati da destra e difesi da sinistra – hanno in realtà svolto un ruolo centrale nella convalida del regime di supremazia ebraica.

E non solo per quanto riguarda la situazione nei Territori Occupati, ma per l’intero territorio che Israele governa: basti ricordare la Legge sui Comitati di Ammissione, che consente alle comunità costruite sul suolo pubblico di rifiutare le richieste di residenza da parte di candidati “non idonei” (leggi “arabi”). (Nel 2014, l’Alta Corte si è rifiutata di intervenire sulla questione e proprio di recente la Knesset ha esteso l’applicazione della legge, con il sostegno dei membri dell’opposizione). Oppure ricordare la Legge Fondamentale su Israele come Stato-Nazione del Popolo Ebraico (nel 2021, l’Alta Corte ha respinto le petizioni contro la legge: 10 giudici ebrei contro l’unico dissenso del giudice arabo, George Karra). Chi non fosse ancora convinto, dovrebbe ascoltare quanto dichiarato pochi mesi fa dalla ex presidente della Corte Suprema, Dorit Beinisch, in merito al ruolo della Corte: “La Corte Suprema non ha mai deciso che gli insediamenti non sono legali, cosa che è fondamentale nel diritto internazionale. No, noi facciamo parte dell’establishment. Quando Israele combatte nell’arena internazionale, noi non causiamo danni, al contrario: passiamo alla difesa”.

Manifestanti a Tel Aviv. “Ma qui non c’è mai stata democrazia. Anche se potessimo tornare indietro al novembre 2022, senza Ben-Gvir e con lo standard di ragionevolezza per la Corte Suprema, saremmo ancora uno Stato di apartheid”. RONEN ZVULUN/ REUTERS

La Corte Suprema è lontana dal ministro delle piadine quanto l’est dall’ovest. Questo è ovvio. Ma chi dei due ha contribuito maggiormente all’avanzamento del progetto di insediamento e al suo successo? Dal punto di vista dei fatti, la risposta a questa domanda è banale: è la Corte Suprema, fin troppo facile. Ma dal punto di vista emotivo, questa risposta è insopportabile per la maggior parte dei sostenitori della “democrazia”.

È lo stesso quando si tratta di un elemento critico nella capacità di Israele di governare i palestinesi: la necessità di sbiancare tante uccisioni di palestinesi, ma al tempo stesso di preservare una facciata di legittimità per le violenze di Stato. Israele ci riesce da anni con grande abilità. Dopo le ultime elezioni, Ben-Gvir ha cercato di promuovere una “legge sull’immunità” per il personale delle forze di sicurezza, ma alla fine è stato convinto (per il momento) ad abbandonare l’idea. Presumibilmente perché ha capito che, in pratica, l’immunità che Israele concede ai membri delle sue forze di sicurezza è quasi assoluta e che è preferibile continuare ad arrivare fino a un certo punto, anche se questo a volte comporta lo svolgimento di quelle che a prima vista sembrano “indagini”.

Chi ha contribuito maggiormente alla creazione di questo stato di cose, in cui il futile teatro delle indagini serve a Israele con successo nell’arena internazionale e gli permette di continuare a uccidere i palestinesi senza alcuna responsabilità? L’avvocato generale militare, il procuratore generale, l’Alta Corte di Giustizia (ovvero l’élite giudiziaria) o Ben-Gvir? Ancora una volta, la risposta è banale: l’impresa dell’immunità è il frutto del lavoro di quegli stessi giuristi imparziali; Ben-Gvir non ne fa parte. Si potrebbero citare molti altri esempi, non ultimo il ricco campo delle modalità “legali” con cui la terra palestinese è stata depredata ai proprietari originari ed è passata nelle mani dello Stato, dal 1948 a oggi. Ma ormai il principio è chiaro.

Arriviamo così al 2023, e a ciò che si grida dai tetti. Molti ebrei in Israele hanno deciso che non vogliono più giocare a questo gioco, per quanto riuscito e intelligente possa essere. Vogliono di più, e più velocemente. Possono essere inquadrati come estremisti o messianici, ma questo non spiega nulla. Come è successo? Sul piano emotivo, è impossibile non scorgere la necessità di colmare il divario tra l’ideologia chiara che tutti capiscono e la sua attuazione troppo complessa. Perché se c’è la “supremazia ebraica”, perché non il “Piano di Vittoria” (di Bezalel Smotrich), “Che le Forze di Difesa Israeliane vincano” e tutto il resto? A livello pratico, secondo la loro valutazione, è possibile e auspicabile far avanzare il progetto di supremazia ebraica tra il fiume e il mare con più forza, con meno parole, con una dose maggiore di crudezza, dominio e violenza. Sì, in modo plateale, dai tetti.

La verità è che non c’è motivo di stupirsi se, a poco a poco, un numero sempre maggiore di ebrei ha deciso di seguire la strada spianata da tutte quelle persone sedicenti ragionevoli e di arrivare alle conclusioni che ora sconvolgono le persone davvero ragionevoli.

Ecco cosa sta succedendo ora: volenti o nolenti, lo sguardo si sposta sui tetti. Vediamo che qualcuno sta lassù e grida la supremazia ebraica in ogni direzione. In pratica, quella figura non è Ben-Gvir. Quella figura è il primo ministro (che ha telefonato al padre del sergente Elor Azaria che sparò a Hebron nel 2016), la presidente della Corte Suprema (che proclama che la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione non viola l’uguaglianza), il comandante dell’aeronautica (più di 500 minori palestinesi uccisi a Gaza nell’estate del 2014) e il capo dello Shin Bet (che invoca la “difesa della necessità” per la tortura con la quale, meraviglia delle meraviglie, ogni palestinese finisce per confessare). Gli architetti della supremazia ebraica e i suoi attuatori sono quelli che non solo sono d’accordo con Ben-Gvir sul principio della supremazia ebraica, ma sono anche quelli che ci hanno portato a questo passo e si stupiscono e si infuriano quando Ben-Gvir e i suoi simili vogliono andare oltre.

Questi sono i fatti. Ma emotivamente sono insopportabili. Cosa fare? Trasformare Ben-Gvir in una sorta di clown marginale, sminuirlo per non affrontare la figura che grida dal tetto, che è la figura di spicco. Bandire l’evidenza: Ben-Gvir è tutto ciò che non siamo. E poi possiamo gridare “De-mo-cra-zia” fino a perdere la voce.

Ma qui la democrazia non c’è mai stata. Anche se potessimo tornare al novembre 2022, senza Ben-Gvir e con lo standard di ragionevolezza per la Corte Suprema, saremmo ancora uno Stato di apartheid. È questo che si desidera ora? Le prossime elezioni forse rafforzeranno Ben-Gvir o forse, al contrario, lo metteranno da parte, ma la strada che è stata spianata dagli architetti della supremazia ebraica – la strada che è stata spianata dal sionismo così come è stato attuato in pratica – rimarrà aperta. Se non Ben-Gvir, altri la percorreranno.

E qui sta la vera difficoltà. Sebbene l’apartheid con il rossetto burocratico come trucco sia un abile stratagemma, a un certo punto smetterà di persuadere. Dopo tutto, c’è la realtà, ci sono i fatti, c’è la vita stessa. Il fatto è che, anche dopo 100 anni di sionismo, metà delle persone tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo sono palestinesi. Se siamo veramente intenzionati a vivere, dobbiamo trovare una risposta alla domanda logica: che tipo di vita costruiremo qui tutti insieme?

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