Ieri, oggi e domani…

admin | September 23rd, 2011 – 10:32 am

E allora, eccolo, il giorno. Che qui – come si dice in gergo – sul terreno, sembra uguale a un giorno qualsiasi di questi ultimi anni a Gerusalemme. Stamattina, che è venerdì e c’è la grande preghiera sulla Spianata delle Moschee, l’elicottero non volteggia neanche in maniera regolare, come succede sempre, quasi ogni venerdì. In genere, comincia a volteggiare dalla mattina, molto presto. E non c’è neanche il pallone d’osservazione, quella strana mongolfiera bianca che quasi ogni venerdì controlla i movimenti a Gerusalemme est. Cosa significa? Che poi di tensione non ce n’è così tanta, almeno a Gerusalemme est? Oppure che la sicurezza, da parte di Israele, viene gestita in modo diverso dall’usuale? Non lo so.

E’ una giornata delicata, è fuor di dubbio. In Cisgiordania, dove dalle sei del pomeriggio – per esempio a Piazza al Manara, a Ramallah – molti palestinesi si riuniranno di fronte a un maxischermo per seguire il discorso di Abu Mazen al Palazzo di Vetro dell’Onu. Ed è una giornata delicata in alcuni dei quartieri più a rischio a Gerusalemme est, i quartieri palestinesi in cui la presenza dei coloni israeliani (più radicali) è aumentata in misura consistente negli anni più recenti. Più di oggi, però, saranno delicati i prossimi giorni, quelli in cui si capirà meglio la reazione sia dei palestinesi, ma soprattutto dei coloni israeliani in Cisgiordania, che da settimane si preparano a quelli che chiamano gli “eventi di settembre”. I coloni più radicali, quelli che occupano le colline con qualche caravan negli avamposti illegali, temono di essere attaccati dai palestinesi, e gli esponenti della destra estrema hanno chiesto alle forze armate di proteggerli. I coloni (che sostengono loro stessi di essere armati, anche dentro Gerusalemme est) si preparano a difendersi, dice la stampa israeliana, ma nel frattempo – dicono le agenzie di stampa palestinesi – hanno continuato a bruciare campi e a tagliare olivi, proprio nelle settimane che precedono la raccolta.

Cosa succederà, insomma, da domani in poi? Chi attaccherà e perché? Questa è la domanda che ci si fa, qui a Gerusalemme. E poi, che succederà, dopo quella che i politici israeliani della destra considerano una vera e propria “provocazione” palestinese, e cioè la richiesta di riconoscimento all’Onu? Si procederà con decisioni unilaterali? Si decideranno – da parte israeliana – confini che non sono quelli del 1967 e che, peraltro, rispecchiano sia la realtà sul terreno sia la linea del Muro di Separazione? E i coloni? Continueranno a costruire, senza sosta, come fanno da anni, e come il consolato americano a Gerusalemme diligentemente comunica con estrema precisione al Dipartimento di Stato?

Spazio alla playlist: il Trio Joubran, ancora, ma stavolta suona sulla poesia più…palestinese di Mahmoud Darwish. E’ il giorno adatto.

Non ci sono risposte, non ci sono neanche previsioni, per ora. E chi le fa non conosce la situazione sul terreno. Perché i palestinesi sono molto divisi, sulla questione dello Stato. Non solo frustrati e demoralizzati. Non solo per nulla stupiti dalla performance di Barack Obama, che tutti si attendevano. Il nodo di fondo, com’è da oltre sei anni, è la leadership. Chi rappresenta chi. L’Autorità Palestinese di Abu Mazen, così come il governo di Hamas a Gaza, non hanno il consenso della ‘strada’. Non si intravvede nessun leader capace di raccogliere un consenso tanto ampio da far da guida, e in una fase nella quale le Rivoluzioni Arabe hanno avuto come bersaglio principale soprattutto il leaderismo, non c’è da stupirsi più di tanto. La richiesta di uno Stato di Palestina sui confini del 1967 e con Gerusalemme capitale stride così tanto con i bantustan in cui è divisa la Cisgiordania che molti palestinesi si chiedono che senso abbia chiedere il riconoscimento di un’”isola che non c’è”. E poi la rabbia dei rifugiati, che si ritengono buttati fuori dalla fotografia della Palestina 2011… Le critiche ad Abu Mazen, dunque, arrivano da tutte le parti, dai laici in particolare, più che da Hamas.

Eppure. Eppure, nonostante tutto, la mossa probabilmente poco idealistica e molto diplomatica di Abu Mazen è andata oltre gli stessi giochi politici, fatti – in sostanza – per riaprire i negoziati. La Palestina è di nuovo al centro della discussione, come non lo era mai stata, ha detto per esempio un acuto analista come Mouin Rabbani. Chiude definitivamente il capitolo di Oslo, e riporta la questione nel suo alveo: la comunità internazionale. Lo può essere, certo, se dietro questa mossa si crea un consenso nazionale, dice ancora Rabbani, che invece non è stato costruito nell’ultimo anno. Perché? Per lo stesso nodo irrisolto che ha scatenato le rivoluzioni, oltre i confini di questo posto: per un iato profondissimo tra le diverse società palestinesi e la leadership, le elite dirigenti. Ora, dunque, viene il bello: come le (diverse) società palestinesi, divise tra Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme est, rifugiati, palestinesi di Israele, premeranno su elite ormai svilite e stanche…

La foto, storica, è della seconda metà degli anni Trenta. I britannici perquisivano alla Porta di Damasco, a Gerusalemme.

http://invisiblearabs.com/?p=3567

 

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