Il 1915 degli Armeni: la controversia sul genocidio

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REDAZIONE 27 APRILE 2015

genocidio_armeno

di Richard Falk

24 aprile 2015

Delle attuali preoccupazioni associate agli errori storici, nessuna è più saliente  in questi giorni delle tensioni che covavano da lungo tempo  tra la Turchia moderna e la diaspora armena  (e lo stato dell’Armenia). E nessuna  convalida  in modo così convincente l’affermazione del grande romanziere americano William Faulkner. “Il passato non è mai morto. Non è neanche passato.” Il fatto che quest’anno sia il centenario dei discussi eventi del 1915, rende comprensibile che ciò che stava covando da decenni sia ora arrivato all’ebollizione e  il giorno anniversario del 24 aprile è probabile che sia il punto culminante di questa recentissima fase del dramma non risolto.

La linea rossa armena per ogni mossa verso la riconciliazione, è stata per anni un riconoscimento formale da parte del governo turco che le uccisioni del 1915 dovrebbero essere considerate come ‘genocidio’ e che delle scuse ufficiali ai discendenti delle vittime armene dovrebbero essere espresse dai capi politici della Turchia. Non è chiaro se, una volta superata quella linea rossa, ne esista una seconda che coinvolga le aspettative armene di risarcimenti sotto qualche forma o anche il reintegro di proprietà e di territorio. Per ora il campo di battaglia va oltre il significato di garantire  o ritirare la parola G da questi avvenimenti epocali. La sola pronuncia di questa parola sembra l’unica chiave in grado di aprire le porte che conducono a una risoluzione del conflitto, ma è una chiave che i turchi  da una parte all’altra dello spettro politico si rifiutano di usare.

Ciò che ha fatto di recente alzare la temperatura su entrambe le parti è il chiaro allineamento di Papa Francesco alle richieste armene. Durante una messa solenne nella Basilica di San Pietro a Roma, il 12 aprile, che era dedicata al centenario delle uccisioni di cristiani armeni per mano degli Ottomani, Francesco ha fatto una  citazione,  approvandola,  della dichiarazione congiunta del 2001 fatta da Papa Giovanni Paolo II e dal leader religioso armeno Karenkin II, secondo cui questi massacri “erano ampiamente considerati il primo genocidio del 20° secolo.” L’affidamento fatto dal Papa su una antecedente dichiarazione di un pontefice suo predecessore, è stata interpretata da alcuni osservatori vaticani come una sottile indicazione di moderazione,  che dimostra una continuità di punto di vista nella Chiesa Cattolica piuttosto che l’enunciazione di una nuova posizione provocatoria. Altri commentatori ugualmente affidabili hanno pensato che applicare l’etichetta di genocidio all’interno di una messa solenne dava maggiore autorità della precedente dichiarazione per i 1,1 miliardi di cattolici in tutto il mondo e con probabile maggiore impatto pubblico. L’insolita statura di cui gode questo Papa, che è ampiamente ammirato in tutto il mondo perché possiede la voce più influente di autorità morale, che esercita un potente impatto anche sui non-cattolici, dà un’importanza aggiuntiva alle sue dichiarazioni su argomenti sensibili di politica. Certamente ci sono delle persone nella comunità Cattolica che sono critiche rispetto a questa recente incursione in questo conflitto riguardante  l’impiego del termine genocidio in un momento delicato.

Per esempio, l’autorevole vaticanista Marco Politi, ha detto che l’osservazione di Papa Francesco è stata tipica di questo Papa che “usa le parole senza eccessiva attenzione diplomatica.”

Si suppone che proprio per queste ragioni di importanza, la replica turca è stata forte, e ha comportato una certa “ritirata” rispetto alle dichiarazioni più affabili  fatte proprio un anno fa dall’allora Primo ministro Recep Tayyp Erdoğan. Durante un discorso apologetico e conciliatorio, rivolto direttamente alla comunità armena, nel 2014, Erdoğan ha detto: “Molti armeni che hanno perso la vita agli inizi del ventesimo secolo riposino in pace: porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti.” Il suo linguaggio nel 2015 ritorna a un tono molto più duro, in opposizione  a Francesco, dichiarando che i capi religiosi commettono uno ‘sbaglio’ quando cercano di risolvere controversie storiche.” In uno sforzo costruttivo, Erdoğan riafferma la proposta turca di vecchia data di aprire gli archivi Ottomani e di permettere a una commissione internazionale congiunta di storici di risolvere il problema di come si dovrebbero definire nel  modo più preciso possibile gli avvenimento del 2015, e specificamente, se sia appropriato il termine genocidio. Sia Erdoğan che l’attuale  Primo ministro Ahmet Davutoğlu, continuano a considerare che il problema centrale sia la faccenda  storica  di stabilire la realtà basata sui fatti. La posizione turca è che ci sono state terribili uccisioni degli armeni, ma a un livello numerico molto minore del 1,5 milioni dichiarati dalle fonti armene e dalla maggior parte di quelle internazionali, e soprattutto che è stato un incidente nel corso della guerra e della battaglia civile in cui anche molti turchi hanno perduto la vita, e perciò è stata un’esperienza di perdita reciproca e non un ‘genocidio’.

La narrazione storica incontestata a livello internazionale è che le questioni essenziali di fatto sono state sistemate: i capi politici ottomani hanno intrapreso una politica deliberata di uccisioni di massa degli Armeni che vivono in quella che è ora la Turchia moderna. Da questo consenso internazionale gli Armeni sostengono che ne consegue che il massacro armeno del 1915 è stato ‘genocidio’,  cioè la posizione promossa e sostenuta da Papa Francesco, dal Parlamento Europeo e da circa 20 paesi, compresi Francia e Russia. Come ci si poteva aspettare, il NY Times è saltato sul carro del vincitore pubblicando un articolo di fondo con il titolo: “L’amnesia intenzionale della Turchia,” come se il problema fosse che Ankara dimenticava o di una dinamica di negazione, invece di un caso di percezione selettiva, di nazionalismo, e di paure circa la fragilità dell’equilibrio politico interno che spiega un’apparentemente ostinata aderenza a una narrativa screditata.

E tuttavia anche qui ci sono problemi pesanti. La conclusione di ‘genocidio’ è ambigua. Non soltanto nel 2015 non esisteva questo crimine etichettato con questo nome, ma non c’era neanche il concetto cristallizzato in questa maniera. In effetti la parola è stata coniata soltanto nel 1944 da Rafael Lemkin  nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe [Governo dell’Asse nell’Europa occupata], scritto in reazione ai crimini dei nazisti. Il testo di Lemkin fornisce  indirettamente sostegno all’insistenza degli Armeni che soltanto riconoscendo questi eventi come genocidio se ne comprende la loro vera realtà. Considerate questo passaggio spesso citato tratto dal libro di Lemkin. “Mi sono interessato al genocidio perché è avvenuto così tante volte nella storia. E’ accaduto agli Armeni e poi dopo gli Armeni, Hitler è entrato in azione.”

Da un punto di vista turco, è rilevante che il Processo di Norimberga che valutava la criminalità nazista,  abbia evitato  di definire l’Olocausto come genocidio, limitandosi a crimini contro la pace e a crimini contro l’umanità. Se nel 1945 non c’era nessun fondamento legale per accusare i capi nazisti sopravvissuti di genocidio, come può questo crimine essere attribuito ai Turchi Ottomani, e come ci si può aspettare che il governo turco lo riconosca? Sempre nel Processo di Norimberga c’è una chiara affermazione che in quanto tale la legge penale non può essere mai validamente applicata in maniera retroattiva (nulla poena sine lege). Tuttavia, da una prospettiva armena, questo problema di criminalità è marginale  e non è la base su cui poggia la narrazione turca. Entrambe le parti sembra che essere d’accordo che quello che c’è in ballo è se definire gli eventi come ‘genocidio,’ a prescindere dal fatto che nel 1915 il genocidio fosse un crimine definito.

Ma in questo caso l’ambiguità abbonda sul problema della criminalità. L’introduzione alla Convenzione sul Genocidio (1950) comprende un linguaggio compatibile con la più vasta importanza delle dispute armene: “Si riconosce che in tutti i periodi della storia il genocidio ha inflitto grosse perdite all’umanità.” In effetti,  la realtà del genocidio ha preceduto di molto tempo la conclusione del trattato e anche la premessa di criminalità precedente è rafforzata dall’Articolo 1:”Le parti contraenti confermano che il genocidio, sia commesso in tempo di pace, o in tempo di guerra, è un crimine in base alla legge internazionale che si impegnano  a impedire e punire.” Usando la parola ‘confermano’ sembrerebbe che il crimine del genocidio fosse preesistente all’uso del termine ‘genocidio’ inventato per descrivere il fenomeno, e quindi non è presente alcuna persuasiva ragione legale per essere contrari a descrivere di nuovo gli eventi del 1915 come un esempio di genocidio.

Una simile discussione dei pro e dei contro delle legalità è lungi dalla fine del dibattuto. La pressione fatta per chiamare genocidio ciò che è accaduto agli Armeni, è meglio inteso come campagna psico-politica per ottenere un riconoscimento e delle scuse commensurate all’enormità dello sbaglio storico, e probabilmente per gettare le basi per una successiva richiesta di risarcimento. L’insistenza sulla denominazione ‘genocidio’ cerca di catturare il controllo totale della superiorità morale in relazione agli eventi, associando in modo autoritario la tragica esperienza degli Armeni con gli eventi più orribili sperimentati da altri, e più in particolare dalle vittime ebree del nazismo. In questo senso, anche se i nazisti a Norimberga  non sono stati  incriminati   per genocidio, l’intero tentativo politico di penalizzare il genocidio come crimine è stato in reazione all’Olocausto, dando un’iniziale credibilità alla promessa di ‘mai di nuovo’. In altre parole, soltanto chiamando genocidio gli eventi del 1915, i problemi di colpa e di responsabilità possono essere risolti in accordo con il racconto armeno con sufficiente  serietà.  Non dobbiamo quindi considerare che la rivendicazione  degli Armeni primariamente esprima la prospettiva di una legge penale, ma che riflette la fondamentale affermazione che ciò che è avvenuto somigliava a quello che è proibito dalla Convenzione sul Genocidio, e quindi in questo senso extra-legale è adeguatamente denominato ‘genocidio,’ e questo funziona come modo di concludere che gli Armeni sono stati perseguitati dal peggior tipo possibile di comportamento umano. Riflette inoltre il fatto che nessuna altra parola trasmette questa valutazione   in modo così definitivo come la trasmette il termine ‘genocidio,’ e quindi l’insistenza armena non è negoziabile. Qualsiasi passo indietro rispetto a questa posizione sarebbe interpretato come un’ulteriore umiliazione che perciò disonora la memoria di coloro che hanno sofferto e apre ulteriormente le ferite del passato.

Attualmente, entrambe le parti sono bloccate in queste posizioni contradditorie. Al momento non si vede alcuna strada da percorrere. Ogni parte si sta irrigidendo sulle sue posizioni, in parte per ritorsione per ciò che percepiscono essere la provocazione del loro avversario nella controversia. Il tono relativamente conciliante di  Erdoğan   nel 2014 è stato sostituito dalla parte turca da una ricaduta sulla difensiva e sulla negazione, e da un ritorno della versione nazionalista in gran parte screditata degli eventi del 2015 come reciproco calvario.  La campagna armena, a sua volta, si è intensificata, traendo vantaggio dall’umore del centenario  e dal fatto che ora le viene dati il più forte incoraggiamento possibile da Papa Francesco. In questa situazione, ci si deve aspettare che gli armeni aumenteranno ulteriormente la pressione sul governo statunitense, considerato un protagonista fondamentale da entrambe le parti, perché abbandoni la sua riluttanza verso la NATO, per inimicarsi la Turchia, avallando ufficialmente l’idea che quello che è accaduto nel 1915 dovrebbe essere riconosciuto dalla Turchia come genocidio. Barack Obama aveva assicurato la comunità armena durante la sua campagna presidenziale che credeva che gli Armeni fossero state vittime di genocidio nel 1915, ma finora ha dovuto astenersi dal reiterare questa posizione nel suo ruolo di presidente.

Anche contestualizzare questa tensione associata con la compensazione di un reclamo storico è un elemento dello svolgersi della storia. Sembra ci sia un ruolo di Israele di evitare dure critiche della Turchia per il proprio comportamento a Gaza, mostrando un forte appoggio alla campagna armena. C’è poi il pericolo nella regione affrontato specialmente dai Cristiani, dagli Yazidi (che praticano un’antica religione sincretista che trae elementi dallo Zoroastrismo, dal Giudaismo, dal Cristianesimo Nestoriano e dall’Islam e che molti iracheni pensano siano adoratori del demonio) e dai non-musulmani a rischio a causa dell’ISIS e di altri gruppi estremisti che cercano di ‘purificare’ le zone sotto il loro controllo in Medio Oriente. In questo quadro c’è anche l’’ascesa dell’Islamofobia in Europa e anche il panico morale creato dall’incidente di Charlie Hebdo e da altri segnali post 11 settembre che indicano che la violenza indotta da motivi religiosi continua a espandersi verso occidente. Quando Papa Francesco ha visitato la Turchia lo scorso novembre, si è avuta notizia di un accordo raggiunto con Erdoğan per cui il Vaticano combatterebbe l’Islamofobia in Europa, mentre la Turchia si opporrebbe a qualsiasi persecuzione delle minoranze cristiane in Medio Oriente.

Ho conosciuto personalità molto preminenti in entrambe le parti di questa divisione armeno/turca. Più di 20 anni fa ho appoggiato  la posizione degli Armeni in conferenze e in alcuni miei scritti. In anni più recenti, in parte in seguito a un soggiorno di vari mesi  in Turchia ogni anno, capisco di più la riluttanza dei turchi a chiedere scusa e ad accettare la responsabilità del ‘genocidio’. Tra altre preoccupazioni, c’è la plausibile ansia che qualsiasi ammissione di genocidio da parte dei leader turchi scatenerebbe nel paese  una furiosa reazione della destra, mettendo in pericolo l’ordine sociale e la stabilità politica. A parte queste prudenti inibizioni, ci sono, su entrambi i lati della divisione problemi profondi e genuini di percezione selettiva e di politica di identità che aiutano a mantenere per anni le cose a un punto morto, senza alcuna svolta in vista. Aumentare la pressione sulla Turchia come succede attualmente è probabile che sia controproducente perché renderebbe la linea dura turca  più diffusa  e inflessibile. Indicativa di questo è la posizione del leader dell’opposizione, Kemal Kiliçdaroğlu (capo del CHP, Partito Popolare Repubblicano) che raramente perde un’occasione di opporsi al partito di governo su quasi ogni argomento, ma che quando si tratta della questione armena è solidale in maniera ferrea con  Erdoğan.

Non vedo via di uscita da questa impasse debilitante senza trovare un modo di cambiare il discorso. Non è utile né agli Armeni né ai Turchi continuare questo pubblico scontro sulla strada attuale. La proposta turca di una commissione storica congiunta è un ponte che non porta da nessuna parte, dato che o rafforzerebbe il consenso esistente e sarebbe inaccettabile o lo stallo e sarebbe inaccettabile. Ciò che potrebbe essere più promettente, sarebbe un consiglio di ‘persone sagge’ prese da contesti sia etnici che religiosi, e comprendente magari anche delle terze parti, che si dovrebbero incontrare in privato per cercare di comprendersi vicendevolmente e di trovare un terreno comune. Un giornalista turco, che scrive nello stesso spirito, propone di rinnovare l’approccio di Erdoğan del 2014, spostandosi dall’atteggiamento di condividere il dolore, a quello di fare delle scuse, unito a offerte di cittadinanza turca ai discendenti degli Armeni uccisi o esiliati nel 1915. [Vedere:  Verda Özer, “Beyond the Genocide Debate,”  (Oltre il dibattito sul genocidio) Hürriet Daily News, April 17, 2015]. Una possibile formula che potrebbe avere una certa trazione è di essere d’accordo che se quello che è accaduto nel 2015 dovesse accadere ora, si qualificherebbe ora come ‘genocidio’, e quello che è stato fatto cento anni fa era chiaramente genocida come portata e intento. Forse con la buona volontà e la consapevolezza che entrambe le parti guadagnerebbero in autostima da un esito vantaggioso per tutti,  si potrebbero fare progressi. Almeno  sembra valga la pena di tentare di usare le risorse dell’immaginazione morale per esaminare  con tutta la possibile buona volontà un groviglio di problemi che così a lungo sono sembrati impossibili da trattare.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/armenians-1915-the-genocide-controversy

Originale: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

Il 1915 degli Armeni: la controversia sul genocidio

http://znetitaly.altervista.org/art/17377

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