Il boicottaggio contagia gli israeliani

14 feb 2014

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Israele, cresce il malcontento nei confronti della politica degli insediamenti nei Territori occupati e in tanti non comprano più i prodotti delle colonie. Nel 2013 sono stati presentati progetti edili per oltre 14.000 nuove case

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della redazione

Roma, 14 febbraio 2014, Nena News – Il boicottaggio contagia anche gli israeliani e, seppure in maniera non organizzata e silenziosa, comincia a emergere il malcontento verso la politica degli insediamenti messa in atto con determinazione dal governo di Benjamin Netanyahu. Una politica che oltre a mandare all’aria un negoziato finora inconcludente, rischia di isolare Israele a livello internazionale e porta alla luce le divisioni interne alla stessa società israeliana.

Nei ristoranti di Tel Aviv i vini prodotti nelle colonie sono “off-limits”, ha raccontato all’agenzia stampa Associated Press il viticoltore israeliano Yaakov Berg, “Abbiamo un grosso problema. In realtà è praticamente impossibile vendere”. Non si tratta di una campagna di boicottaggio organizzata e diffusa come quella internazionale (DBS- Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) che preoccupa non poco il governo israeliano, perché ha provocato una serie di defezioni dal giro di investimenti nello Stato ebraico per il timore di contravvenire alle leggi internazionali sui diritti umani e alla Quarta Convenzione di Ginevra. È piuttosto il segno di un malcontento verso la politica aggressiva dell’esecutivo Netanyahu, accusato da alcuni cittadini di preoccuparsi troppo degli investimenti nella costruzione di nuovi  insediamenti e poco dei problemi abitativi, economici e sociali degli israeliani che non vivono nelle colonie.

Un’insofferenza che, secondo l’AP, è espressa anche da chi considera la Cisgiordania occupata un territorio di diritto israeliano. E ci sono anche coloro che invece sono impensieriti per le reazioni internazionali, temono l’isolamento, visto il crescente e inusuale consenso intorno alla campagna di boicottaggio, e il danno d’immagine. Così i beni prodotti nelle colonie, dal vino ai cosmetici fatti con Sali del mar Morto, sono entrati nel mirino dei boicottatori israeliani: un dissenso silenzioso ma palese nei confronti dell’amministrazione. Tanti produttori delle colonie, però, ritengono il fenomeno in diffusione tra i loro concittadini marginale e limitato, non una reale minaccia.

In Cisgiordania e a Gerusalemme Est vivono oltre 550.000 israeliani e 2.5 milioni di palestinesi. Nel 2013 sono stati presentati progetti edili per oltre 14.000 nuove case negli insediamenti, secondo l’organizzazione israeliana Peace Now. Nuove abitazioni nei territori che dovrebbero rientrare sotto la sovranità del futuro Stato di Palestina, assieme alla Striscia di Gaza, e che invece continuano a essere occupati, rendendo così impossibile la soluzione ‘due popoli, due Stati’ cui dovrebbero giungere i negoziati. Ma questa politica del fatto compiuto, in barba alle rimostranze non soltanto dei palestinesi, ma anche di Washington che sponsorizza la trattativa, inizia a infastidire gli stessi israeliani.

Alcuni accademici hanno rifiutato di collaborare con i colleghi che vivono nelle colonie, attori hanno declinato gli inviti a esibirsi e ci sono stati anche casi di soldati che non hanno voluto prestare servizio di guardia negli insediamenti. E anche tra i politici si levano voci dissidenti. La stoccata più amara l’ha lanciata Tzipi Livni, ministro della Giustizia e capo negoziatore israeliano. Pochi giorni fa ha avvisato la compagine di governo: se il dialogo con i palestinesi fallirà, Israele sarà isolato dalla comunità internazionale e collasserà come il regime d’apartheid sudafricano”.

“Il mondo non comprende le colonie”, ha detto Livni, e adesso il silenzio mediatico sull’occupazione israeliana è stata rotto da una campagna di boicottaggio che fa molto rumore, anche grazie al chiasso provocato dall’attrice Usa Scarlett Johansson. La diva ha abbandonato l’organizzazione umanitaria Oxfam per sottoscrivere un contratto pubblicitario con l’azienda israeliana Sodastream, produttrice di apparecchi per fare bibite gassate con 25 stabilimenti, tra cui uno a Maaleh Adumim, immenso insediamento colonico nella Cisgiordania palestinese occupata.

In realtà, non ci sono dati su questo “movimento” di boicottatori israeliani, anche perché i ristoratori e gli esercenti non ne vogliono parlare. Una legge del 2011, infatti, potrebbe esporli a multe salate se il boicottaggio diventasse una cosa ufficiale. Nena News

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