Il boicottaggio spaventa Israele

Altri tre fondi pensionistici europei pensano di ritirare le partecipazioni in banche israeliane. Media e ministri alzano al voce: “Il mondo è stanco e ci isolerà”.

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martedì 21 gennaio 2014 10:46

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di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 21 gennaio 2014, Nena News – Il boicottaggio inizia a far paura ad Israele. Ai media, al governo, alle fazioni politiche. Le piccole e grandi battaglie vinte dalla campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) si accompagnano alle nuove linee guida europee entrate in vigore a gennaio che vietano – tra gli altri – investimenti finanziari a favore di società pubbliche o private che operano nei territori occupati da Israele nel 1967 (Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza e Alture del Golan).

Ultima defezione in ordine di tempo dal giro di investimenti in Israele è quella di tre grandi fondi pensionistici europei che, secondo quanto riportato dal Financial Times, hanno deciso di “rivedere le loro partecipazioni nelle banche israeliane per il timore che questi istituti finanzino gli insediamenti illegali nei Territori Palestinesi Occupati”.Partecipazioni dal valore di 500 miliardi di dollari. Un colpo durissimo al sistema bancario israeliano, non solo in termini di denaro ma anche di immagine.

Ai tre investitori – Dutch ABP, Nordea Investment Management (che incontrerà i partner israeliani a marzo) e DNB Asset Management – si aggiunge anche la norvegese KLP che ha dichiarato nei giorni scorsi di voler andare a fondo del “dilemma di finanziare le colonie illegali”.In tutti i casi, il timore è “contravvenire alle leggi internazionali sui diritti umani e alla Quarta Convenzione di Ginevra”.

Una serie di disinvestimenti a catena, che seguono alla decisione di due settimane fa di PGGM, il secondo più grande fondo pensionistico olandese, di ritirare le azioni da cinque banche israeliane: “Data la realtà quotidiana e il contesto legale interno in cui operano – si legge nella dichiarazione ufficiale di PGGM – le banche [israeliane] non intendono interrompere il loro coinvolgimento nel sostegno finanziario nei TPO”. Per cui se ne vanno loro.

La preoccupazione comune degli investitori – a seguito di studi e analisi del diritto internazionale – è di venir considerati complici della violazione dei diritti umani al di là della Linea Verde, attraverso sia investimenti in compagnie e società attive nelle colonie, sia mutui e prestiti ai coloni. Ai timori europei, fanno da contraltare quelli delle compagnie israeliane e di alcuni parlamentari e ministri israeliani. Al di là del danno economico, a colpire più duramente è quello di immagine, su cui le autorità di Tel Aviv investono ogni anno milioni di dollari, al fine di ripulire l’immagine di Israele nel mondo.

La stoccata più amara l’ha lanciata Tzipi Livni, ministro della Giustizia e capo negoziatore israeliano. Pochi giorni fa la Livni ha avvisato la compagine di governo: se il dialogo con i palestinesi fallirà, Israele sarà isolato dalla comunità internazionale e collasserà come il regime d’apartheid sudafricano.

“Il mondo non comprende le colonie – ha detto il ministro all’emittente tv Channel 2 – I negoziati di pace sono il muro che sta fermando l’onda della pressione del boicottaggio internazionale. Per questo urlo: Svegliatevi! Non imponeteci l’isolamento. Ogni nuovo annuncio di piano per le colonie è un altro mattone nel muro dell’isolamento che viene costruito intorno a noi“. Un appello che giunge dopo l’apertura di due nuovi bandi di gara per la costruzione di oltre 3mila nuove unità abitative per coloni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, lanciati per placare le ire di parte della coalizione di governo scatenate dal rilascio di altri 26 prigionieri politici palestinesi, alla fine di dicembre.

Le colonie vengono utilizzate dal governo Netanyahu per tenere insieme una compagine poco affiatata: Casa Ebraica, voce del movimento dei coloni, non cede di un passo scontrandosi con le ali più moderate del Likud e con il partito della Livni Hatnua. In mezzo sta Yair Lapid, ministro delle Finanze e leader del neonato partito Yesh Atid. Lapid si è detto negli ultimi giorni estremamente preoccupato per la fulminea crescita della campagna BDS: “Sembra che il mondo stia perdendo la pazienza con noi. Se non faremo progressi con i palestinesi, perderemo il sostegno del mondo e la nostra legittimità”.

“Abbiamo formulato scenari completi di quello che potrebbe accadere se il boicottaggio continuasse e le esportazioni venissero danneggiate – ha proseguito Lapid – In tutti i casi, la situazione non è buona. Lo status quo ci colpirà al portafogli, danneggerà ogni israeliano”.

La politica israeliana si trova di fronte ad un dilemma inatteso: il movimento del boicottaggio cresce e, al di là delle piccole vittorie ottenute, a spaventare è soprattutto l’impatto mediatico di una simile campagna e quello sulle compagnie private internazionali, oggi più consapevoli dei pericoli nascosti dietro il finanziamento di un Paese colonizzatore.

Il governo Netanyahu per ora prosegue per la sua strada, cieco e sordo ai tanti campanelli d’allarme. Certo è che fino a quando Tel Aviv godrà del sostegno di Stati Uniti e Paesi europei, appare difficile una reale svolta politica frutto di pressioni dall’esterno. L’esistenza di Israele in quanto Stato ebraico conviene a molti – elemento di rottura all’interno della regione mediorientale, strategico punto di controllo dell’area – e per ora l’unica opportunità per danneggiare il progetto sionista è colpirlo al portafogli. Nena News

 

Il boicottaggio spaventa Israele

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