Il caso al Zubaida riaccende i riflettori sulle carceri israeliane. Ma l’Occidente sta a guardare

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Articlo originariamente pubblicato sul Fatto Quotidiano

Di Fabio Marcelli

Il fratello e del detenuto palestinese Zakaria al Zubaida, che era evaso con altri cinque compagni dalle carceri israeliane, ha rivelato che al Zubaida è stato assoggettato, dopo essere stato catturato, a torture, in particolare l’applicazione di corrente elettrica. L’avvocato israeliano Avigdor Feldman, che difende al Zubaida, ha denunciato l’effettuazione di umiliazioni e pestaggi nei suoi confronti. La drammatica situazione di al-Zubaida ha suscitato un’ampia e intensa campagna di mobilitazione sui social media, che è tuttora in corso. Maltrattamenti e vere e proprie torture nei confronti dei detenuti palestinesi costituiscono del resto la regola e la detenzione dei Palestinesi risulta quasi sempre illegittima e rappresenta di per sé una grave violazione del diritto internazionale umanitario.

Il trattamento riservato a al-Zubaida è quindi per un verso espressione di una prassi seguita dalle autorità israeliane, mentre per un altro costituisce il risultato di una volontà di rivalsa da parte di chi si era sentito beffato dall’evasione e ha inteso infliggere ai suoi protagonisti una punizione esemplare.

In ogni caso esso costituisce una condotta vietata dall’art. 1 della Convenzione in materia, secondo il quale “il termine ‘tortura’ designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate”.

Negli ultimi vent’anni il blocco occidentale capeggiato dagli Stati Uniti ha distrutto almeno quattro Stati (Iraq, Siria, Afghanistan, Libia), provocando danni enormi all’intera comunità internazionale e la morte di milioni di persone, civili e militari, compresi i propri soldati. Anche le violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani dei Palestinesi compiute dallo Stato di Israele costituiscono una tragica e vergognosa pagina dell’Occidente, che ha sempre protetto il governo di Tel Aviv qualunque cosa esso facesse. Tale atteggiamento di complicità a mio avviso omertosa è il risultato di molteplici fattori.

Esiste a mio avviso un profondo, e in buona parte giustificato senso di colpa dei governi europei, protagonisti o comunque corresponsabili dello sterminio di milioni di ebrei da parte del nazismo hitleriano e dei regimi ad esso collegati, compreso il fascismo italiano, senso di colpa che rivive di fronte a uno Stato che accoglie oggi molti degli eredi dei superstiti di tale sterminio. Esiste l’abituale inettitudine della politica estera europea, ammesso e non concesso che di una politica estera europea si possa parlare, dato che siamo in realtà da sempre di fronte a varie politiche estere nazionali che solo superficialmente ed occasionalmente convergono. Ed esiste, soprattutto, l’interesse strategico dell’Occidente, così come incarnato e interpretato dai vari presidenti statunitensi che si sono succeduti, a garantire sempre e comunque quella che io considero un’impunità di Israele da essi intesa, sicuramente a torto, come unica garanzia di sopravvivenza dello stesso.

Questa impunità, che viene fornita mediante l’esercizio del diritto di veto in Consiglio di sicurezza, non viene meno quale che sia la gravità dei crimini commessi. La relativa pervicace volontà è emersa nettamente nella volontà statunitense, espressa colla massima violenza e determinazione da Trump, di impedire il giudizio della Corte penale internazionale in merito.

Lunga e la lista di situazioni criminose sulla quale si viene ora svolgendo, sia pure in sordina, l’istruttoria della Corte penale internazionale. Quest’ultima, in conformità al suo Statuto, è chiamata a giudicare sui crimini di guerra, sui crimini contro l’umanità e sul crimine di genocidio. Tra i crimini contro l’umanità quello di tortura, richiamato espressamente alla lettera f dell’art. 7 dello Statuto.

Sarebbe ora che la comunità internazionale riuscisse a por fine a questo scempio, ennesimo grave motivo di discredito e di vergogna per tutti e soprattutto per l’Occidente e in particolare per l’Europa, oggi imbelle o addirittura complice di fronte alle gravi violazioni dei diritti dei Palestinesi come lo fu a suo tempo di fronte alla Shoah.

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