Il caso Khalid, 18enne italiano respinto da Israele. Il console: “Succede a 50 italiani ogni anno”

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Fanpage.it ha parlato con Niccolò Manniello, console italiano a Tel Aviv, per avere un chiarimento sulla vicenda di Khalid, lo studente padovano interrogato, detenuto e infine espulso da Israele. “Ricordo benissimo il caso – afferma Manniello – purtroppo la nostra rappresentanza diplomatica può ben poco di fronte ai respingimenti della polizia di frontiera israeliana”. Come Khalid sono circa 50 gli italiani che ogni anno vengono rimpatriati. “Sono soprattutto membri di Ong”.

27 SETTEMBRE 2019

in foto: Il controllo passaporti all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv (Gettyimages)

Ricordo benissimo il caso di Khalid – afferma Niccolò Manniello, console italiano a Tel Aviv – purtroppo possiamo fare ben poco di fronte ai respingimenti della polizia di frontiera israeliana”. Fanpage.it ha contattato il diplomatico per avere un chiarimento sulla disavventura accaduta allo studente padovano di 18 anni interrogato, detenuto e infine espulso da Israele lo scorso febbraio.

Khalid ha chiamato al telefono d’emergenza dell’ambasciata – afferma Mannelli – circa alle 4 di mattina. Un nostro funzionario, Marco Graziosi, ha spiegato al giovane che la decisione di trattenerlo era a discrezione dell’autorità di frontiera. Dopo di che ha parlato con i nostri contatti israeliani chiedendo cosa stesse succedendo. La risposta è stata in linea con quanto accaduto in altre occasioni. In poche parole – prosegue il diplomatico – Israele può trattenere un cittadino o per problemi migratori – quando hanno il sospetto che voglia trasferirsi illegalmente nel Paese – o per questioni legate alla sicurezza. E’ il caso del giovane italiano. Certo, lo sappiamo che le persone fermate vengono messe in una saletta – spiega il console – una sorta di limbo, assieme ad altri che verranno respinti”. “Noi contempliamo tutta una serie di eventualità che potrebbero comportare degli interrogatori da parte della polizia israeliana nel momento in cui si arriva all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Interrogatori – chiarisce – che possono essere anche lunghi, effettuati con modalità poco cortesi e possono concludersi con il respingimento”. “Una cosa, tuttavia, deve essere chiara e vale in tutto il mondo – ci tiene a precisare Manniello – le autorità di frontiera sono quelle che stabiliscono se un individuo può o meno entrare nel Paese. A prescindere dall’eventuale intervento del consolato o dell’ambasciata”.

Prima di partire per qualsiasi Paese – sottolinea ancora il diplomatico – noi consigliamo sempre di visitare la pagina Viaggiare Sicuri disponibile sul sito del ministero degli esteri in cui ci sono tutte le informazioni utili”. Nel caso specifico di Israele, vengono date queste avvertenze: “La presenza di timbri o visti di alcuni Paesi arabi o islamici o considerati sensibili sul passaporto non costituisce, di per sé, motivo di respingimento alla frontiera israeliana ma può rappresentare un pregiudizio sfavorevole per la Polizia di frontiera, che può sottoporre il viaggiatore a lunghi ed approfonditi controlli con esito imprevedibile”. “E’ capitato anche a politici, giornalisti o amministratori delegati di essere interrogati per ore – continua il console – solo perché avevano il visto del Marocco o di un altro Paese arabo”.

Israele è un Paese che sconta delle particolari esigenze di sicurezza – ribadisce Manniello – e va valutato in un quadro più amplio”. Ecco perché dall’ambasciata avvertono: “All’arrivo, in alcune circostanze, i controlli possono includere lunghi interrogatori e perquisizioni e concludersi – per motivazioni anche non immediatamente esplicitate all’interessato – con un diniego di ingresso nel Paese”. E ancora: “La persona fermata è trattenuta in stato di detenzione amministrativa in stanze condivise, con limitate possibilità di contatto con l’esterno ed in condizioni di potenziale disagio”. “Nel caso di Khalid, le autorità ci hanno assicurato che lo avrebbero rimpatriato con il primo volo disponibile. Per esperienza posso dire che Israele vuole risolvere quanto prima la pratica di espulsione proprio per evitare l’intervento delle ambasciate o l’accusa di violare i diritti umani”.

Insomma la brutta esperienza dello studente 18enne, non rappresenta un’eccezione. E’ difficile stabilire quanti italiani vengano respinti al loro arrivo in Israele. Manniello afferma che sono circa una cinquantina all’anno. Ma si tratta solo di casi in cui è intervenuto il personale dell’ambasciata. In alcune circostanze, invece, i nostri connazionali preferiscono prendere il primo aereo per l’Italia senza neppure scomodare il consolato. “Di solito per quanto riguarda gli italiani sono attivisti di Ong – prosegue il diplomatico – soprattutto quelle legate al movimento Bds (Boycott, Divestment, Sanctions è un movimento impegnato a porre fine al sostegno internazionale a Israele dovuto all’oppressione sul popolo palestinese, ndr)”.

Con Khalid siamo stati in contatto per mesi dopo il suo ritorno in Italia per cercare di risolvere il problema legato al bagaglio. Da quanto mi risulta dovrebbe averlo ricevuto”. Non è stato così, purtroppo, perché lo studente padovano sostiene che è stato inviato all’aeroporto di Belgrado, dove rimane tuttora. “L’unico consiglio che mi sento di dargli –  conclude il diplomatico – è di rivolgersi all’ambasciata israeliana in Italia e sono sicuro che faranno il possibile per trovare una soluzione”.

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