Il checkpoint*

Scritto da Associazione  Creato Domenica, 10 Marzo 2013 09:56

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Internazionale N.988

22/28 febbraio 2013-03-08

Il checkpoint*

 

di Oded Na’aman

 

Una mattina, avrò avuto quattro anni, dal sedile posteriore della macchina di famiglia annunciai tutto fiero: “Mamma, volevo dirti che sono il primo bambino di tutto l’asilo che pensa nella testa e non ad alta voce”. La macchina rallentò e poi si fermò, in attesa che il semaforo diventasse verde. Mia madre si girò verso di me, sorrise e con dolcezza mi disse. “Come fai a pensare che sei il primo?”.

Rimasi senza parole. Con una semplice domanda, era riuscita a fare del mondo un posto sconosciuto, e di me uno straniero in quel mondo. Mi aveva rivelato un universo di eventi, una tipologia del tutto nuova di attività umane in cui tutti quelli che conoscevo erano coinvolti, e alla quale io non potevo avere accesso.

Quel giorno all’asilo mi sedetti sulle scale e osservai gli altri bambini che giocavano. Usando la mia nuova capacità, in silenzio e con trepidazione, mi domandai: “Chissà cosa stanno pensando?”. Presto trovai la fiducia e crescendo imparai a credere anche alle persone che avevo intorno. Sapevo che i pericoli esistevano ma avevo la certezza di non essere solo, e quindi non completamente inerme. Quattordici anni dopo quella grande scoperta fatta all’asilo, fui arruolato nell’esercito israeliano: Ai checkpoint della Cisgiordania il terrore di quello che potevano pensare gli altri riprese il sopravvento.

 

Descrizione del lavoro

Quando presti servizio a un checkpoint, devi costantemente riflettere sui modi in cui potresti essere attaccato. Da dove arriveranno? Quale sarà la loro strategia? Quel bambino è innocuo come sembra, o nasconde un’arma? Quell’ambulanza sta veramente portando u7na donna a partorire all’ospedale, o è carica di nemici? Quello che vedi è un vecchietto indifeso o uno che sta cercando di distogliere la tua attenzione da qualcosa che succede alle tue spalle? Devi entrare nelle loro teste. Sono creativi, e in passato hanno già sfruttato la nostra ingenuità e la nostra benevolenza. Sono in grado d’inventarsi qualsiasi cosa, e tu devi inventarla prima di loro. Ecco quali sono le istruzioni che ricevono i soldati israeliani prima di intraprendere la loro principale missione: applicare la legge militare in Cisgiordania.

In Cisgiordania l’esercito non deve né conquistare territori né impedire ai nemici di conquistare i loro. E’ impegnato in un “conflitto a bassa intensità”, formula che riassume la natura precaria dell’occupazione. Il nemico si trova all’interno di un territorio che è già controllato dai militari. Dal momento che l’esercito occupa il territorio in cui il nemico risiede, non può conquistarlo ulteriormente. E finché il nemico non ha una terra, non ha neppure l’indipendenza politica e tanto meno la capacità di condurre una vita civile. Ne consegue che per Israele è impossibile “entrare in guerra” con i palestinesi della Cisgiordania: i singoli palestinesi possono soffrire in misura maggiore o minore, ma il popolo palestinese in quanto tale non può essere ulteriormente sconfitto.

Allo stesso tempo i palestinesi della Cisgiordania sono degli stranieri. Non sono cittadini di Israele e per loro non si applica il diritto civile israeliano. Neppure la legge marziale israeliana riguarda i palestinesi anche se incide profondamente sulle loro vite. Non è la legge a governare i rapporti tra lo stato di Israele e la popolazione civile della Palestina in Cisgiordania. A differenza dei cittadini, che obbediscono alla polizia sia perché potente sia perché è investita d’autorità, i palestinesi obbediscono agli ordini dei soldati israeliani solo perché sono potenti. Perciò le leggi militari in Cisgiordania non sono leggi, ma semplicemente quelli che il filosofo del diritto H.L.A. Hart definisce “ordini sostenuti da minacce”.

Quando un palestinese disobbedisce agli ordini di Israele in Cisgiordania la disobbedienza è, per il fatto stesso che si verifica, un errore nell’occupazione. L’esercito deve eliminare ogni forma di disobbedienza per mantenere saldamente il controllo sul territorio e sul suo popolo. La violenza non può eliminare la possibilità della resistenza palestinese, ma finché la resistenza è possibile, le forze militari, il cui unico strumento a disposizione è la violenza, non possono stare tranquille. Si può dire che l’occupazione consiste nel combattere la guerra prima che cominci, rimandando all’infinito il successivo atto di resistenza.

L’idea è affermare la presenza, dicono i comandanti ai loro soldati. Dare ai palestinesi la sensazione di sorvegliare ogni loro mossa e prevedere ogni loro azione. Ecco la soluzione degli occupanti: l’esercito israeliano fa credere ai palestinesi che nulla sfugge al suo pugno di ferro. I soldati dimostrano la loro presenza in modo che i palestinesi ne abbiano paura anche quando sono assenti. L’esercito mostra la sua presenza in vari modi. Disseminando la Cisgiordania di posti di sorveglianza, pattuglie, jeep, veicoli militari e carri armati. Conducendo retate nelle case, e perquisendo auto e pedoni. Imponendo il coprifuoco. Ma la forma di presenza più tristemente famosa è il checkpoint.

I confini precedenti al 1967 sono punteggiati da barriere e checkpoint, ma la maggior parte si trova all’interno della Cisgiordania: tra un villaggio e l’altro, alla periferia delle città, su strade di montagna deserte. I checkpoint sorgono in punti evidenti e strategici, o dove meno te li aspetti. Alcuni sono permanenti e controllati da molto personale, altri sono temporanei e formati da tre soldati e due cartelli di stop. Altri ancora sono semplici barriere non sorvegliate. A settembre del 2012, secondo le Nazioni Unite, i checkpoint e le barriere in Cisgiordania erano 522.

Ufficialmente, lo scopo dei checkpoint è regolare il passaggio dei palestinesi. A seconda del tipo di checkpoint, un palestinese deve mostrare un permesso per passare, oppure può passare senza permesso dopo un’ispezione. Ma l’obiettivo principale è affermare la presenza, esibire la sorveglianza costante e la forza schiacciante dell’esercito israeliano. I checkpoint sono diventati l’espressione più nitida del doppio messaggio che l’esercito invia ai palestinesi: non potete nascondervi e non potete combattere, Israele è onnipresente e allo stesso tempo onnipotente.

“I soldati devono sempre obbedire agli ordini e alle regole”, dice il colonnello, cominciando il suo discorso davanti a centinaia di reclute. Cammina avanti e indietro sul palco. I suoi anfibi militari scandiscono sul pavimento di legno le pause tra una frase e l’altra. “Nonostante questo”, prosegue girandosi verso il pubblico e alzando un dito, “bisogna essere sempre lucidi nel giudizio. Non si può mai sapere cosa possono inventarsi. Gli ordini e le regole sono sacri, ma non esauriscono il ventaglio delle possibilità. Dovete usare la vostra capacità di giudizio per stabilire se fare un’eccezione alla regola. Nulla è più preziosa della capacità di un soldato di giudicare con lucidità”.

Le reclute in sala probabilmente non danno un peso particolare a quest’ultima istruzione. Innanzitutto perché gli annunci a effetto sulle responsabilità dei soldati sono molto comuni in fase di addestramento e con il tempo perdono di incisività. E poi perché, contrariamente alle tante direttive inutili che hanno ricevuto fino a quel momento, quella sua capacità di giudicare lucidamente sembra rispondere al semplice buon senso.

Solo ai checkpoint i soldati capiranno il vero significato della lucidità di giudizio. In una testimonianza resa a Breaking the silence – un’organizzazione creata da veterani dell’esercito israeliano che raccoglie le testimonianze anonime di altri militari – un soldato che ha prestato servizio a Hebron spiega. “Quando di colpo qualcuno ti dice “no”, tu pensi: “Che cosa significa no?”. Dove trovi il fegato di dire di “no” a me? Lascia stare per un attimo il fatto che secondo me tutti quegli ebrei che si sono insediati in Cisgiordania sono pazzi, e che in realtà io vorrei la pace, e penso che dai Territori ce ne dovremmo andare, ma come ossi, tu, dire di no a me. Io sono la legge: Qui la legge sono io!”.

Un soldato non solo ha l’autorità di fare eccezioni. Ha la responsabilità di fare eccezioni. Al checkpoint l’onnipotenza coincide con il potere di dare ordini, non solo quello di applicarli. Quando qualcuno sfida l’ordine di un soldato, a essere sfidati sono il soldato e il suo giudizio. Quindi la disobbedienza a un checkpoint è sempre una questione personale, così come le punizioni che ne seguono. Per un palestinese una mossa sbagliata può fare la differenza tra l’arrivare in ufficio, a scuola o a casa, e farsi umiliare, fermare o aggredire fisicamente. Può fare perfino la differenza tra aspettare un paio d’ore sotto il sole e finire ammazzati.

Ma non è tutto: la responsabilità di un soldato d’interpretare ogni singolo caso come un’eccezione alla regola fa parte della più ampia strategia dell’esercito per mettere in dubbio i suoi stessi schemi. L’esercito non vuole che i palestinesi siano in grado di prevedere in che modo potranno superare il checkpoint velocemente e senza rischi. La clausola della “lucidità di giudizio” previene l’emergere di schemi comportamentali che possano essere sfruttati.

Qualsiasi azione di un palestinese può provocare una punizione. Una donna può aver fatto la stessa cosa innumerevoli volte, nel passato, ma quella successiva, in circostanze apparentemente identiche, perfino davanti agli stessi soldati, potrebbe essere considerata un’eccezione. Un soldato racconta di essersi sentito dire dal comandante di una pattuglia che ai checkpoint uno può fare quello che vuole. Se ritieni che un palestinese crei dei problemi, se ti sembra che ci sia qualcosa di sbagliato, anche una cosa minima, puoi trattenerlo per tutto il tempo che vuoi.

Non esiste una nozione definita di disobbedienza al checkpoint né, per un palestinese, un comportamento corretto da tenere. L’unico modo che ha per prevedere quale sarà il prossimo ordine di un soldato è tentare, in ogni istante, di prevederne il successivo pensiero. E’ irritato? E’ accomodante?Ha semplicemente voglia di fare qualcosa? Si sente solo e spera di fare due chiacchiere? Vuole che tu lo faccia divertire? Ha fretta? E’ pieno di dolore e rabbia? Lo stato d’animo del soldato diventa la maggiore preoccupazione del palestinese, una questione di vita o di morte. Come racconta un soldato: Credetemi, si accumula una quantità di frustrazione tremenda. C’è da avere paura. Io la sfogherei tutta sul primo che capita”. Un altro racconta di palestinesi lasciati senza documenti e cellulari, picchiati e tenuti in custodia anche per dodici ore per il semplice fatto che stavano parlando al telefono in modo sospetto. Un gesto sbagliato al checkpoint è un gesto che spinge il soldato a infliggere una punizione. Per evitare d’incorrere in un atto di disobbedienza, al checkpoint, i palestinesi devono costantemente considerare e riconsiderare ciò che potrebbe farli punire.

Queste circostanze instillano nei soldati e nei palestinesi un profondo interesse per la mente dell’altro. E’ questo interesse a sovvertire la loro capacità di riconoscersi. Al checkpoint non si può dire la verità e neppure mentire. Non esistono obblighi, gesti sorrisi o insulti. Non esistono il rispetto e la mancanza di rispetto, la vergogna né l’onore. I palestinesi dicono e fanno quello che secondo loro potrebbe fargli superare il checkpoint. I soldati dicono e fanno qualsiasi cosa possa mantenere i palestinesi sufficientemente impauriti da limitarsi a obbedire.

La miriade di stati mentali possibili per essere umano è importante soprattutto quando la persona che li prova può uccidere. Quando evitare la morte rappresenta l’unica costante non c’è spazio per l’individualità. Come possono degli esseri umani fare un lavoro che impone di mantenere la propria presenza fisica a scapito di quella che Jean-Jacques Rousseau definiva presenza morale? Come si verifica questo compromesso.

Al lavoro

Per un buon numero di soldati non è difficile avere i “requisiti professionali” richiesti. Alcuni hanno trascorsi violenti. Per loro l’arbitrarietà e il rischio di dover fronteggiare un’ostilità estrema non sono una novità. Quello che è insolito è avere il coltello dalla parte del manico. Invece, tra i soldati che entrano nell’esercito convinti che l’uso della forza debba essere giustificato e che le sofferenze si possano infliggere solo in base a dei principi, lo smarrimento della presenza morale di Rousseau può essere difficile da sopportare.

Di solito un soldato si rende conto della vera natura della sua missione poco dopo essere giunto sul posto. Può capitare che gli sia detto, come fu detto a me durante uno dei miei primi turni, di chiudere un checkpoint. Arriva un bambino palestinese e chiede di poter passare per tornare a casa da scuola. Scoprendo che il checkpoint è chiuso, il bambino si mette a piangere. Ricordandosi della libertà e della responsabilità di esercitare il suo giudizio in modo lucido, il soldato lo lascia passare. Poco dopo arrivano altri dieci bambini in lacrime. Hanno sentito dire che c’è un nuovo modo per superare il checkpoint anche quando è chiuso.

A questo punto il soldato si rende conto di aver commesso un errore: non può farsi fregare da dei bambini di dieci anni. Non può esistere un modo efficace per superare il suo checkpoint. Se esistesse, potrebbe essere usato contro di lui, contro la missione che gli hanno assegnato. Non è in grado di distinguere tra i bambini di dieci anni innocenti e quelli mandati per ingannarlo. E tutti quanti devono sapere che al checkpoint spetta al soldato e a lui solo decidere del loro destino.

Il soldato si rende conto di non poter agire con empatia, perché l’empatia può essere manipolata. Ma può sopprimere un sentimento naturale? Ci vuole tempo. La volta successiva che si verifica una situazione simile, non lasciapassare il bambino. Si limita a sorridergli o a farlo ridere. Ma anche questi sono segni di debolezza. La sua indulgenza nei confronti dei bambini potrebbe essere usata contro di lui. Il soldato si sforza ulteriormente di reprimere l’empatia.

Se sentimenti come l’empatia non sono criteri appropriati per giudicare il modo lucido, quali lo sono? Anche seguire rigidamente gli ordini non funziona. A qualsiasi regola che abbia come scopo quello di individuare le eccezioni andrà applicata una regola superiore che permetta di riconoscere le eccezioni alla regola stessa, generando una regressione infinita. Gradualmente il soldato si rende conto che la sua missione è destinata al fallimento. Non esistono princìpi né regole che lo aiutino a distinguere un terrorista da un innocuo cittadino.

Un soldato racconta di un tassista che continuava a passare per il suo checkpoint per portare dei bambini feriti all’ospedale. Al ritorno aveva sempre a bordo dei passeggeri paganti. Quando al checkpoint si sono accorti del trucco hanno smesso di lasciarlo passare. Da quel momento i bambini feriti dovevano aspettare al checkpoint l’arrivo di un’ambulanza.

“Se lasci passare uno che si presenta portando un bambino con un braccio rotto, nel giro di un attimo ti ritrovi a far passare i terroristi. Non hanno inibizioni. Non si fermano davanti a niente”, spiega il soldato.

Tutti i malintenzionati che può aver lasciato passare. Tutti gli innocenti che hanno sofferto per colpa sua. Il soldato continua così, senza prendere una posizione su quello che ha fatto, cosa che gli procura più sofferenza di quanta ne abbiano vista i suoi occhi.

I filosofi Edna Ullmann-Margalit e Sidney Morgensen distinguono tra scelte consapevoli e inconsapevoli. Facciamo una scelta consapevole quando riteniamo che tra due possibilità ci sia una differenza che rende una preferibile all’altra: Facciamo una scelta inconsapevole quando siamo indifferenti a quello che le distingue. Nel caso delle scelte inconsapevoli, Ullmann-Margalit e Morgenbesser fanno un’ulteriore distinzione: Esistono scelte inconsapevoli pure, in cui chi decide non pensa che tra le varie opzioni esistano differenze rilevanti. Ed esistono scelte inconsapevoli per difetto, in cui chi sceglie è convinto che tra le opzioni esista una differenza rilevante ma non è in grado di riconoscerla. E’ il caso del concorrente di un gioco a premi messo di fronte a due scatole identiche, una delle quali contiene mille dollari, mentre l’altra è vuota.

La clausola della lucidità di giudizio fa sì che non esista un criterio per distinguere tra i palestinesi che tentano di superare il chekpoint. Quindi il checkpoint non è una di quelle situarlo ni in cui è possibile fare una scelta consapevole. Tuttavia, i soldati possono considerare la situazione in cui si trovano come una situazione di scelta consapevole pura (in cui tra le persone che hanno davanti non esistono delle vere differenze) o una situazione di scelta per difetto (nella quale le differenze sono inaccessibili).

Un soldato del checkpoint convinto che ci sia una differenza importante tra trattare qualcuno come un pericoloso sospetto o come un civile innocente deve scegliere per difetto. E’ come il concorrente del gioco a premi che vuole la scatola con mille dollari ma può scegliere solo a caso: Tra il caso del gioco a premi e quello del checkpoint esiste una differenza cruciale: nel caso del gioco a premi la tensione si dissolve nel momento in cui le conseguenze dell’azione vengono rivelate. Al checkpoint raramente il soldato scopre se le sue azioni hanno salvato delle vite o le hanno danneggiate. Operando centinaia di scelte per difetto durante ogni turno da otto ore, il soldato accumula una gran tensione. La maggior parte delle sue azioni ha pesanti implicazioni morali. Lui lo sa, ma ne rimane all’oscuro. La tensione diventa insostenibile, insondabile.

Il fatto che il potere di ogni soldato oltrepassi ogni regola, invece di renderlo effettivamente potente lo distrugge. Trovarsi “al di sopra della legge” lo prosciuga dei princìpi che definiscono il suo ruolo. Talvolta può avere l’impressione di osservare passivamente la persona che è diventato: le sue mani che in modo arbitrario fanno cenno di “venire avanti”, “aspettare lì”, “tacere”, “mostrare questo”, “mostrare quello”, la sua voce che pronuncia le parole “questa patente è scaduta”, “buona giornata”, “dove credi di andare?”. Può trascorrere un po’ di tempo prima che si renda conto che, fallendo nel compito di distinguere tra ostili e innocenti, rischia non solo di fallire nella missione di difendere il paese, ma anche di tradire i valori e i sentimenti che gli hanno insegnato a difendere. Pur non riuscendo ad agire secondo i suoi valori, il soldato li possiede ancora. Decide quindi di non cedere all’indifferenza, di non permettere che i suoi sentimenti morali si affievoliscano. Si aggrappa al senso di colpa come un naufrago si aggrapperebbe a un tronco per non affogare.

Ma non gli resta più nulla a cui aggrapparsi. Il senso di colpa per lui non ha più senso. O sta infliggendo inutilmente sofferenze a persone innocenti, nel qual caso dovrebbe smettere, oppure sta facendo il necessario per salvare delle vite, nel qual caso non ha nessuna colpa. Il senso di colpa si è ormai trasformato in ipocrisia: non ha senso. Man mano che il tempo passa, il soldato provoca una quantità di sofferenze crescente e aumenta il numero di cose per le quali dovrebbe sentirsi in colpa. Eppure il suo senso di colpa rifiuta di crescere di pari passo. Il soldato non è più in grado di percepire lo shock morale che percepiva appena arrivato al checkpoint.

Minacce. Per tutto il giorno e tutta la notte, il soldato non fa altro che rivolgere minacce: minaccia le persone per cancellarne la volontà. Ignora in che cosa consista davvero la loro volontà. Riesce a rendersi conto che alcuni lo vorrebbero morto.”Se non avevi con te l’arma e altri soldati al tuo fianco, ti saltavano addosso”, racconta un soldato, “ti pestavano a sangue, ti ammazzavano a coltellate”. Il soldato li immagina prendere d’assalto il suo checkpoint a centinaia: falegnami, medici, insegnanti, contadini, madri, zii, bambini, nonni e fidanzate. Come può tanta gente, gente che ogni giorno lo guarda negli occhi, volerlo morto? Come lo vedono i palestinesi? Non riesce più a riconoscere il suo sguardo riflesso dai finestrini delle auto che ispeziona o sequestra. Non è più padrone di se stesso.

Ora che il senso di colpa è diventato impossibile, il soldato si rende conto che una parte di lui sta morendo. Comincia a pensare di essere lui la vittima, soprattutto perché nessuno si rende conto che è destinato a fallire. Nessuno sa che, da quando è arrivato lì, non ha fatto neanche una scelta. Certo, sono impotenti anche i palestinesi, ma per loro è più facile essere riconosciuti come vittime, si dice il soldato. Lui, invece, è un potentissimo nessuno. Ecco la sua tragedia.

Per tutto il giorno, uno dopo l’altro, i palestinesi vengono da lui e lo implorano di lasciarli passare. Gli dicono che devono andare a scuola, all’università, all’ospedale, al lavoro. Hanno bisogno di cibo. Vogliono vedere i figli, i genitori. Devono andare a funerali e matrimoni, devono partorire. Ma lui come fa a saperlo? Perché pensano che lui sappia se devono superare il checkpoint o no? Non riesce a distinguerli. Si comportano tutti nello stesso modo, da persone terrorizzate.

A quel pensiero cerca di opporsi: sa che non sono tutti uguali. Sono individui, esseri umani. Decide che deve dimostrargli che li vede come tali. Al checkpoint, si sforza di essere educato e rispettoso. Regala caramelle ai bambini, ogni tanto fa qualche battuta. Loro rimangono tutti uguali. Non emerge nessun segno di individualità. Quand’ero nell’esercito, a volte pensavo a fare battute brutte, per vedere se reagivano diversamente a cose che non facevano ridere. Ridevano lo stesso. Delle mie battute non gli importava niente. Ridevano quando pensavano che io volessi vederli ridere.

Quando qualcuno, una volta ogni tanto, rideva sinceramente, lo zittivo all’istante. Un soldato non può permettere che i palestinesi si comportino come gli pare. La responsabilità era mia: soffocavo le loro risate e così facendo diventavo la causa della loro uniformità.

I tentativi dei soldati di entrare in relazione con l’individualità dei palestinesi che incontrano possono assumere diverse forme. Un esempio: nel 2001 il checkpoint di Jalame era presidiato da una squadra della brigata Golani. I soldati imponevano ai veicoli di fermarsi a quindici metri dal punto d’ispezione. C’erano dei segnali di stop, ma quando nessun veicolo era fermo al punto d’ispezione, molti conducenti andavano dritti dai soldati.

A dicembre del 2001 fu mandata una squadra dei corpi di artiglieria a sostituire i soldati della Golani. Nel breve periodo in cui entrambi i gruppi prestarono servizio insieme, i soldati della Golani spiegarono che di solito, quando una vettura non rispetta il segnale di stop, loro lanciavano una granata stordente. Pensavano che fosse un modo efficace per chiarire agli abitanti che l’indicazione di fermarsi andava rispettata in qualunque circostanza. Le granate stordenti sembrano granate vere e fanno altrettanto rumore, ma senza provocare danni. I conducenti si vedevano lanciare addosso una granata, senza sapere che faceva solo rumore. Una volta sperimentato il terrore, non avrebbero più oltrepassato il limite senza un preciso ordine.

Io e i miei compagni della squadra di sostituzione trovavamo questa procedura crudele. Attribuendola alla “mancanza di valori” dei soldati della Golani,decidemmo di provare a ottenere lo stesso risultato “educando” la gente del posto. Ogni volta che un veicolo oltrepassava il limite senza un preciso ordine, punivamo il conducente orinandogli di ritornare indietro e di venire di nuovo avanti alcune volte, dal punto d’ispezione alla linea di stop.

Il nuovo sistema non fu efficace. Il numero di macchine che si avvicinavano direttamente al punto d’ispezione aumentava. La nuova procedura non funzionava perché partiva dal presupposto che, punendo chi sbagliava, non solo avremmo fatto perdere tempo ai conducenti, ma anche ferito il loro orgoglio. Ma la punizione non funzionava perché i palestinesi consideravano la procedura dell’avanti indietro esattamente come quella della granata stordente: una prevedibile conseguenza delle loro azioni da tenere presente la volta successiva che fossero passati. Nient’altro.

Avevamo pensato di poter sostituire alla “ferita” delle granate stordente l’”insulto” della punizione, decidendo che il prezzo della disobbedienza sarebbe stato l’umiliazione. Ma l’esistenza stessa del checkpoint aveva già privato chi transitava della sua dignità. Vedersi puntare addosso un’arma faceva sì che l’unica loro preoccupazione fosse sopravvivere. Quelle persone avevano già perso la loro dignità molto prima di trovarsi costrette di fare avanti e indietro in macchina senza ragione. Non avevamo capito che non restava più nulla da umiliare.

Non che i palestinesi che raggiungevano il checkpoint di Jalame si rifiutassero di riconoscere la nostra superiorità. Anzi. Facevano grandi sforzi per adeguarsi a qualsiasi cosa gli venisse chiesta. Ma non riuscivano a considerarci persone, la cui esistenza andasse riconosciuta. Come nel caso delle brutte battute, i palestinesi non reagiscono ai soldati in quanto individui, ma in base alla previsione di quale potrà essere il loro gesto successivo. L’assenza di regole nell’uso della forza ai checkpoint mina la possibilità stessa dell’autorità. Per quanto il soldato al checkpoint possa essere efficiente, i palestinesi non vedranno mai in lui una persona potente. Come nel caso del signore e del servo di Hegel, i soldati dei checkpoint possono desiderare il riconoscimento dei palestinesi, ma possono ottenere soltanto la loro obbedienza.

(mc)

*Questo articolo è uscito sulla Boston Review con il titolo “The checkpoint 

Oded Na’aman ha servito nell’esercito israeliano dal 2000 al 2003. Studioso di filosofia è uno dei fondatori della Ong  Breaking the silence che raccoglie le testimonianze di altri soldati.

 

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