Il complesso di Sansone

REDAZIONE 13 MAGGIO 2013

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Israele rifiuta di nuovo la pace con il mondo arabo

 

 Di Jonathan Cook

 

11 maggio 2013

La reputazione di Washington come “mediatore onesto” nel conflitto Israelo-palestinese è a brandelli dopo che per  quattro anni si è assecondata l’ intransigenza  del Primo ministro Benjamin Netanyahu. L’amministrazione Obama ha un bisogno disperato  di risuscitare  un processo di pace credibile.

Dovendo affrontare un impasse diplomatica tra Israele e l’Autorità Palestinese di Mahomoud Abbas, John Kerry, il Segretario di stato americano,  la settimana scorsa ha colto l’occasione.  Ha strappato alla lega Araba un accordo per rispolverare un piano regionale di un decennio fa, l’Iniziativa Araba di pace, dichiarando questa mossa “un grandissimo passo avanti”.

Rivelato dall’Arabia Saudita nel 2002, il piano promette relazioni normali con tutto il mondo arabo in cambio della sua accettazione di uno stato palestinese basato sui confini esistenti prima del 1967, cioè il 22% della Palestina storica.

La nuova apertura araba, come quella antecedente, ha sollevato a mala pena un baluginio di interesse da parte di Israele. Tzipi Livini, l’unico alleato di Washington nel governo di Netanyahu, prevedibilmente non ha perduto tempo a lodare il piano, ma il Primo ministro stesso ha evitato con zelo di nominarlo, lasciando ai suoi assistenti il compito di liquidare l’iniziative come un “inganno” designato a intrappolare Israele in dannosi colloqui di pace.

La sua replica indiretta serve  a replicare  a uno dei miti più durevoli del conflitto. Anche prima che Israele occupasse la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, nel 1967, è apparso desideroso di essere accettato dagli stati arabi. Questa storia, che continua a influenzare le percezioni occidentali, poggia su due pilastri.

Il primo ipotizza l’entusiasmo di Israele di impegnarsi con mezzi diplomatici con il mondo arabo. Cioè, come notoriamente aveva detto alla BBC l’allora ministro alla Difesa  Moshe Dayan appena pochi giorni dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni: “Aspettiamo la telefonata degli Arabi.”

Il secondo, espresso in modo chiarissimo da Abba Eban, quando era ministro degli Esteri all’inizio degli anni ’70, castiga gli Arabi per “non avere mai perduto l’occasione di perdere un occasione” di fare pace con Israele.

E, tuttavia, i documenti storici ci indicano l’esatto opposto. Dopo la loro umiliazione nel 1967, gli stati arabi hanno rapidamente ammesso -almeno privatamente – che Israele era qui per rimanere e hanno iniziato a considerare dei modi di soddisfarlo.

Come ha osservato Shlomo Ben-Ami, uno storico israeliano che è stato ministro degli Esteri durante i colloqui di pace a Camp David nel 2000: “quando gli stati arabi telefonavano, la linea di Israele era occupata, oppure non c’era nessuno che sollevasse la cornetta da quella parte.”

Questa ostinazione è stata confermata dalla nel mese scorso dalla divulgazione di WikiLeaks dei dispacci diplomatici riservati di quel periodo. Alla fine del 1973, poche settimane dopo la fine della Guerra dello Yom Kippur, la lega araba ha tranquillamente offerto a Israele un trattato di pace regionale che avrebbe riconosciuto i confini precedenti al 1967. Gli stati arabi sono però stati rifiutati.

Secondo un dispaccio del gennaio 1975, i diplomatici statunitensi in Medio Oriente hanno concluso che i leader di Israele dimostravano “una straordinaria mancanza di comprensione” delle intenzioni arabe, preferendo invece  “cingersi i fianchi per la quinta, sesta, settima guerra arabo-israeliana”. I dispacci descrivono Israele come determinato ad autodistruggersi, a soffrire, “per un complesso di Manada * o di Sansone”, come dicevano i funzionari degli Stati Uniti.

Bisognerebbe tenere a mente questo contesto, dato che l’attuale opposizione di Israele ai colloqui di pace va ascritta unicamente alla linea dura del governo di Netanyahu.  In verità, questo è un modello di comportamento esibito da Israele per molti decenni o, come lo ha definito l’ex Primo ministro palestinese Salam Fayyad la settimana scorsa, “il gene dell’occupazione”.

L’iniziativa di pace saudita del 2002 è arrivata all’inizio della seconda Intifada quando gli Israeliani erano terrorizzati da un’ondata di attentati suicidi e l’economia israeliana sembrava vicina al collasso. Nonostante ciò, l’allora Capo di stato maggiore – oggi Ministro della difesa – Moshe Yaloon, ha consigliato che la priorità più importante di  Israele non erano i negoziati ma ma una campagna militare per ” bruciare la  sconfitta nel più profondo della consapevolezza palestinese”.

Almeno, l’iniziativa araba di pace di recente resuscitata ha il vantaggio che,  – al contrario di quella precedente, sembra avere l’entusiastico appoggio della Casa Bianca.

Un’altra differenza – indubbiamente dovuta alla pressione da parte di Kerry, è una concessione degli stati arabi che un accordo sul fatto che la Palestina sia uno stato, non richiederà che Israele ritorni ai confini del 1967. L’approvazione di scambi territoriali “minori” ed “equivalenti”, porta la Lega Araba in linea con le posizioni diplomatiche di Abbas, del presidente degli Stati Uniti Obama, e, almeno verosimilmente, di vari precedenti primi ministri israeliani.

Netanyahu sembra però opporsi perfino “testare” la sincerità dell’iniziativa araba. La sua principale obiezione  – oltre una generale antipatia per ogni proposta di condizione di stato della Palestina – è, a quanto si dice,  che scambi “minori” di terre non saranno abbastanza generosi da assicurare che Israele mantenga tutti i suoi insediamenti.

E’ stata preannunciata l’inflessibilità di Netanyahu  anche dato che  lui insiste che non ci devono essere pre-condizioni  per i colloqui e avverte che, senza un accordo di pace, Israele affronta un futuro di stato binazionale.

Nel frattempo Kerry ha pronunciato il suo avvertimento: c’è una termine ultimo di due anni per trovare una soluzione del conflitto. Poi inizia il periodo in cui l’Amministrazione Obama starà per scadere.

Ciò che segue resta taciuto. Presumibilmente, però, una volta che gli Stati Uniti abbandoneranno formalmente il processo di pace, l’attuale status quo si accentuerà: un solo stato dominato da Israele in stile apartheid e un’autorità palestinese destinata all’irrilevanza o all’oblio.

Qualunque siano le sue proteste, nessuna di esse preoccuperà troppo il Signor Netanyahu. Dopo tutto, questo è un governo che la settimana scorsa ha trovato motivi di lamentarsi per la decisione di Google di conferire il nome “Palestina” all’intestazione del motore di ricerca. (www.google.ps).

La realtà è che un’altra fase di mancata cessazione delle ostilità, farà più danni alla reputazione palestinese e a quella di Washington più che  a un Israele che non ha mai tentato, in primo luogo,  di prendere in mano il telefono.

*http://archiviostorico.corriere.it/1994/giugno/02/mito_Masada_assurdita_suicidio_massa_co_0_9406029191.shtml

Una versione di questo articolo è stato pubblicata la prima volta su The National, di Abu Dhabi.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e  Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare:gli esperimenti di Israele di disperazione umana](Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.net.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-samson-complez-by-jonathan-cook

Originale: Jonathan Cook’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/10851

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