Il coraggio più difficile

Giovedì 02 Maggio 2013 11:38    Palestina/Israele

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Scegliere di vivere a Tuwani è un atto di coraggio. Porsi in una posizione di conflitto aperto, senza armi, scegliendo dichiaratamente la nonviolenza, richiede forza. Quello che spesso passa in secondo piano tuttavia è la vera natura della sfida, che non è solo contro le regole aggressive dell’occupazione militare israeliana, bensì contro la parte più intima di noi stessi, il nostro pozzo profondo e scuro. Il nostro essere, dannatamente, amabilmente umani.

Spesso durante le testimonianze in Italia, nelle scuole, mi viene posta la domanda “Ma tu non hai paura?”. Nel mio inconscio iniziano quindi turbini di pensieri riguardanti questa questione: paura di chi? Paura di cosa? Di che cosa è che noi giovani europei, cresciuti in una situazione di relativo benessere abbiamo paura? Della guerra? Della violenza? 
Faccio fatica ad accettare che possa essere solo quella la radice delle nostre ansie quotidiane, non è di perdere la vita che abbiamo paura, ma di viverla nella pienezza. Abbiamo paura di essere fedeli a noi stessi. Facciamo fatica ad accettare fino in fondo la strada che abbiamo di fronte.

Non è della guerra che abbiamo paura, siamo cresciuti con immagini di battaglie alla televisione, siamo la generazione che ha visto in diretta TV il crollo delle Torri Gemelle e la gente che si gettava dalle finestre. Abbiamo sentito le cronache delle varie invasioni in nome della libertà. Non è di tutto ciò che abbiamo paura. Temiamo il conflitto perché risveglia parti di noi che preferiremmo tenere nascoste, emozioni di cui ci vergogniamo, il lato buio che si cela in ogni essere umano.

Respingendo questo ramo della nostra anima tuttavia non facciamo che alimentare questo cerchio infinito. Ecco perché vivere a Tuwani è un atto di profondo coraggio, perché viene richiesta una forza particolare, quella di guardarsi allo specchio ed accettare la nostra immagine riflessa.

La forza di guardare nello specchio del soldato che ti urla addosso e del colono religioso con lo sguardo smarrito, perso e al tempo stesso aggressivo, che ti punta il dito contro. La forza di riconoscere le nostre debolezze nelle loro.

In questa settimana ho avuto modo di constatare come un luogo possa essere vissuto diversamente, a volte come luogo di resistenza altre come luogo di fatica.

In una ventosa giornata di inizio Aprile siamo nella Valle di Khelly, in due internazionali, scorgiamo con la coda dell’occhio un pastore particolarmente ardimentoso che si spinge con le sue greggi sulla collina sotto la colonia di Ma’on, sono tutti ragazzini. Mentre ci prepariamo a raggiungerli un auto blu si ferma lungo la strada, un colono scende, fa alcuni passi e poi inizia a correre verso le pecore.
Tutto è molto veloce, inizio a correre anche io verso il gruppo e nel frattempo cerco con la mano di estrarre la telecamera dalla borsa. Il colono mi precede e arriva addosso agli adolescenti scaraventandogli addosso tutta la sua frustrazione, la sua stanchezza, la sua rabbia. Cerco di parlargli ma non mi ascolta, è troppo impegnato a confrontarsi con i palestinesi, prova a raggiungerne un paio, mi sposto vicino a loro e provo a impormi di comunicare con lui. Nel frattempo arriva uno dei genitori dei giovani che oramai hanno tutti le pietre in mano, in un disperato tentativo di difendersi dal colono. Sento la mia voce dire vari “No”, in arabo verso i pastori e in ebraico verso il colono. Il padre palestinese arriva sul posto e il colono gli arriva in faccia; volano spintoni, a quel punto provo a mettermi tra i due. Gli insulti non si contano.

Dopo qualche minuto di delirio il colono rallenta, mi guarda e urla: “Perché riprendi solo gli Ebrei? Tu sei uno dei cristiani che vivono a Tuwani vero? Perché riprendi solo me?”. Ho davanti l’ombra di un essere umano, non sento rancore verso di lui, l’unica frase che mi esce è: “Io non ti odio”. Lui si allontana verso l’auto lasciandomi con le parole in bocca.

Due giorni dopo nella stessa valle, qualche centinaio di metri più in là, la Border Police arresta Hafez, del Comitato Popolare delle colline a sud di Hebron, un uomo che ha dato tutto se stesso per la causa della nonviolenza, per salvare il suo villaggio dalla distruzione. Viene arrestato perché si è rifiutato di allontanarsi dalla terra che la sua famiglia ha lavorato per decenni. 
Prima di essere caricato sulla camionetta alza i pugni ammanettati e urla in ebraico: “Libertà”. I suoi figli iniziano a piangere, anche il più grande ha gli occhi rossi e lo sguardo sfuggente.

Ho fatto molta fatica in questo giorno, ho fatto fatica ad accettare che i soldati potessero portare via un padre di famiglia dai loro figli con tanta leggerezza, tanto menefreghismo nei confronti dell’umanità. Ho fatto fatica ad accettare un’accusa ridicola nei suoi confronti. A differenza di altre occasioni ho avuto anche io le lacrime agli occhi. Giro tra i palestinesi sconcertati e tra i soldati israeliani che ridono, saltuariamente si danno le pacche sulle spalle. L’unica cosa che mi viene dal di dentro è: “Per cosa? Cosa c’è di sbagliato in voi?” e di conseguenza: “Cosa c’è di sbagliato in me?”.

Le nostre storie hanno dell’incredibile, riusciamo a passare da momenti di dialogo costruttivo a momenti di grande stanchezza e fatica, momenti in cui non riusciamo a trovare il nostro prossimo nei volti sbarbati dei giovani soldati. Ma se non riusciremo a trovarlo in loro, non lo troveremo neanche in noi. Ci siamo noi davanti a quello specchio, con tutti i nostri limiti e la nostra buona volontà, se non c’è speranza per loro, non c’è neanche per noi.

Mi rendo conto che in fondo è sempre stata questa la mia sfida, il mio atto di coraggio: non farmi cambiare dal conflitto, non ammalarmi di occupazione militare. Non perdere la speranza in un cambiamento. Dicono che la violenza prima di tutto ci separa da noi stessi, dalla nostra anima. Ricucirci è il passo fondamentale per tornare in piedi, per tornare sulla strada.

In certi giorni sentiamo di essere in grado di non odiare, in altri lottiamo contro noi stessi per non cadere nella trappola. 
Ogni giorno tuttavia abbiamo delle persone che vivono questo cammino insieme a noi: i pastori palestinesi, gli attivisti israeliani, i volontari della Colomba. Persone che ci aiutano a portare il peso, che al momento giusto sanno dirci: “Ale, se vuoi il cambio sto io per un po’ davanti ai soldati”. “Grazie Nick, penso di averne bisogno”.

Ale

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1536-il-coraggio-piu-difficile.html

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