Il debito si fa largo in Africa

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tratto da: https://www.nigrizia.it/notizia/il-debito-si-fa-largo-in-africa

Pandemia e crisi economica globale

Il 2020 segnato dal Covid-19 si chiuderà in recessione. Più colpite le economie legate all’export. Necessario, da parte dei singoli stati, continuare a tenere sotto controllo l’indebitamento. Le misure di Fmi e G20

Armand Djoualeu

L’Africa sembra essere un continente fortemente indebitato. E, in epoca di pandemia, gli osservatori economici internazionali si chiedono se, e in che modo, i 54 stati africani sapranno far fronte alle difficoltà economiche legate al dopo Covid-19 e con quali modalità sapranno gestire il loro debito.

Soffermiamoci sul debito. Secondo i dati elaborati dall’Agenzia francese di sviluppo, nel 2018 il debito del continente era pari a 1.330 miliardi di dollari (1.060 dollari per abitante), cioè il 60% del Prodotto interno lordo (Pil). Se paragonata a paesi Francia, Italia o Giappone, il cui debito è ben oltre il 100% del Pil, l’intera Africa è relativamente poco indebitata. Tuttavia se andiamo a vedere la progressione dell’indebitamento, qualche preoccupazione è giustificata: nel 2010, il debito era il 35% del Pil…

Quattro fattori

Facciamo un passo indietro. Al momento della loro indipendenza, negli anni ’60, molti paesi africani hanno ereditato il debito coloniale e si sono ulteriormente indebitati per costruire i loro stati. «Era possibile farlo perché i tassi d’interesse erano prossimi allo zero. Ma rifondere il debito è diventato difficile perché la maggior parte si sono indebitati a dei tassi d’interesse variabili», spiega l’economista togolese Kako Nubukpo. Nella seconda metà degli anni ’70, a causa dello shock petrolifero, i tassi d’interesse hanno cominciato a salire velocemente e sono cominciati i guai.

Un secondo fattore che spiega l’indebitamento è il tasso di pressione fiscale, cioè il rapporto tra le entrate fiscali e la ricchezza creata nel corso dell’anno. In Africa subsahariana è inferiore al 20%, mentre nei paesi industrializzati è oltre il 40%. Il terzo fattore è legato al livello elevato dei tassi di interesse reale praticato dal sistema bancario in Africa: significa difficoltà a finanziare investimenti. Il quarto fattore è la limitatezza della base produttiva: l’Africa non è in grado di produrre da sé quello che consuma.

Queste problematiche hanno innescato in circolo vizioso per cui – spiega il filosofo camerunese Achill Mbembe, studioso del postcolonialismo – «si toglie a un paese una piccola parte di debito a patto che chieda un altro prestito. E così la Cina ha preso al laccio parecchi paesi con il meccanismo dei debiti praticamente non rimborsabili e in questo modo mette le mani sulle risorse naturali».

Alleggerimento

Lo scorso aprile, la direttrice del Fondo monetario internazionale (Fmi), Kristalina Georgieva, ha annunciato una riduzione immediata del servizio del debito (interessi e rate) per questi paesi: Benin, Burkina Faso, Comore, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Rwanda, São Tomé e Principe, Sierra Leone, Ciad, Togo.

Il G20, il gruppo dei paesi maggiormente industrializzati, ha deciso a sua volta di adottare, sempre in aprile, una moratoria di 6 mesi (poi prolungata fino a giugno 2021). Non solo: ha deciso di andare oltre studiando «caso per caso» le domande «di scaglionamento, di riduzione o addirittura di annullamento del debito». Ciò ha consentito a 46 paesi di rimandare i pagamenti per 5,3 miliardi di dollari alla scadenza 2022-2024. Secondo la Banca mondiale questi paesi hanno un debito di 71,5 miliardi di dollari, un quarto dei quali dovuti alla Cina.

L’iniziativa del G20 di sospendere il servizio del debito tra giugno e dicembre 2020 ha diviso il continente in due parti principali: i paesi che hanno sottoscritto (23) e quelli che non lo hanno fatto (13). Questi secondi, hanno valutato che la misura di 12,1 miliardi di dollari non è sufficiente e li espone a un deprezzamento dei loro titoli di debito.

Per esempio, la Nigeria ha rinunciato a firmare, privandosi di 107 milioni di dollari che equivalgono a meno dell’0,1% del suo Pil. Lo stesso hanno fatto Sud Sudan, Guinea-Bissau e Liberia. Da segnalare anche l’Uganda che ha girato le spalle a 95,6 milioni di dollari (0,3% del Pil) e il Kenya che ha rinunciato a misure per 800 milioni di dollari (0,8% del Pil).

Tra coloro che hanno sottoscritto l’iniziativa G20 troviamo tra gli altri il Bukina Faso: con un risparmio di 23,3 milioni di dollari, 0,2% del Pil; Repubblica democratica del Congo: 104, 02% del Pil; Mali: 52,3, 0,3% del Pil; Ciad: 61, 0,5% del Pil; Camerun: 276, 0,7% del Pil; Senegal: 131, 0,5% del Pil; Mozambico: 292, 1,9% del Pil.

Parigi e Pechino

Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto un annullamento su larga scala dei debiti africani. Intendendo in questo modo mettere con le spalle al muro la Cina che è creditrice di punta. Per capirci: Parigi detiene 14 miliardi di euro di crediti nei confronti di 41 paesi africani, il che significa il 3% del debito estero pubblico bilaterale; secondo stime prudenti, Pechino ne detiene non meno del 20%. Anche se lo stato francese annullasse totalmente i suoi crediti – cosa auspicabile, sia chiaro – tale scelta avrebbe un effetto marginale sull’indebitamento del continente africano.

Mettere in campo un alleggerimento o una ristrutturazione del debito è un’operazione ben diversa. In genere, ad essere annullata è una parte minima. Il grosso viene mantenuto e riscaglionato. Significa differire (cioè sospendere) o allungare il periodo di rimborso; rinegoziare i tassi d’interesse; rifinanziare il debito attraverso operazioni di conversione di questo in investimenti (i creditori investono in diverse forme il debito che detengono in vari settori).

Recessione

Guardiamo ai prossimi mesi. Secondo la Banca mondiale, l’Africa conoscerà la sua recessione dopo più di 25 anni, con una crescita annuale che dovrebbe passare dal 2,4% al -2,1% o -5.1%. Per delle economie che sono largamente dipendenti dalle esportazioni, in particolare di prodotti minerari, l’abbassamento della produzione e la caduta dei prezzi delle materie prime non sono buone notizie. Fitch Solutions, impresa che si occupa di analisi finanziarie, in un recente rapporto ha rivisto al ribasso le previsioni della produzione mineraria per 15 paesi africani.

In effetti l’industria mineraria rappresenta una manna finanziaria per gli stati. Che si tratti di tasse mineraria, di entrate fiscali o di redditi di esportazione, molti paesi dipendono largamente, per i loro bilanci annuali, dai profitti tratti dal sottosuolo.

Due esempi. In Ghana, leader africano nella produzione di oro, le entrate fiscali generate dal settore nel 2018 sono state pari a 406,1 milioni di dollari, mentre i ricavi dell’export hanno toccato nel 2017 la cifra di 6 miliardi di dollari.

L’ Rd Congo, primo produttore di rame in Africa e leader mondiale nella produzione di cobalto, avrà un caduta drastica della produzione nel 2020: 15% per il rame e 10% del cobalto, soprattutto a causa della sospensione della produzione della miniera di Mutanda nella provincia del Katanga, di proprietà della Glencore.

Il debito si fa largo in Africa

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