Il diritto di non preoccuparsi

di Amira Hass – 1 ottobre 2012

 

Una petizione presso l’Alta Corte di Giustizia rappresenta il desiderio nascosto di vedere il film proiettato al contrario. La speranza che la palla di neve non rotoli giù dalla collina. E che invece vada verso l’alto diventando sempre più piccola.
Qualcosa che ci dica che quanto vediamo sia solo un incidente discriminatorio isolato e non razzismo istituzionalizzato.
Negligenza e non volontà di espulsione.

Solo che poi realizziamo con forza che non ci troviamo in un film: le persone in uniforme convincono sempre i giudici che gli strumenti utilizzati siano ragionevoli e la politica giusta.

Una petizione presso l’Alta Corte è una sorta di invocazione.
Una volta la gente pregava il dio sole e lui non li tradiva mai.
Adesso la fede viene riposta nell’abilità degli individui di pensare e fare domande.

Cinque donne palestinesi si sono appellate presso l’Alta Corte per avere il permesso di lasciare la Striscia di Gaza e studiare all’Università di Birzeit (N.d.T. vicino Ramallah nella Cisgiordania).
Dal 1991 mezzi di ogni natura (burocratici, tecnici, chiaramente temporanei) hanno ridotto il numero di persone che potevano lasciare Gaza.
Due giorni prima dello Yom Kippur, i giudici Miriam Naor e Zvi Zylbertal hanno deliberato che la corte non deve intervenire nelle decisioni prese dallo stato per impedire agli studenti di studiare in Cisgiordania.
Il loro collega, Elyakim Rubinstein, non ha sollevato obiezioni rispetto a questo politica di separazione – la disconnessione politica, sociale ed economica di Gaza dalla Cisgiordania.
Ma, con una considerazione a margine, ha proposto di creare un comitato per le eccezioni che discuta i singoli casi.

Le centinaia di precedenti petizioni dovrebbero rammentare ai giudici che la politica di separazione è cominciata prima che Hamas andasse al potere a Gaza, prima che i razzi Qassam cominciassero a cadere su Israele e prima degli attentati sucidi.
Dovrebbero ricordarsi che rinchiudere un milione e mezzo di persone in un campo di prigionia non ha impedito ad Hamas di salire al potere, non ha evitato il lancio dei razzi e non ha prevenuto gli attentati.
I giudici non si chiedono se, forse, non ci sia qualcosa d’irrazionale in questa politica.
Possiamo solamente concludere che accettino cosa implichi tale politica.
Lasciamo che Gaza sprofondi in mare e tagli il nodo gordiano che unisce i suoi residenti con il resto del paese.

I palestinesi della Cisgiordania continuano ad appellarsi all’Alta Corte.
Lo fanno contro gli ordini di demolizione delle loro case, dei loro villaggi, delle loro tende.
Nel migliore dei casi i giudici rilasciano un’ingiunzione temporanea di congelamento della situazione.
Non si demolisce ma non si costruisce.
Non cercano di rendere difficili le cose allo stato. Ma non è forse la politica ad impedire ai palestinesi di fare ciò che gli ebrei sono incoraggiati a fare?

Due settimane addietro i giudici Esther Hayut, Uzi Vogelman e Isaac Amit hanno discusso un opposto tipo di appello, inoltrato dall’insediamento di Kfar Adumim, il quale chiedeva la demolizione della scuola Jahalin Bedouin nell’area di Khan al-Ahmar (zona nella quale sono stati costruiti i due insediamenti Ma’aleh Adumim e Kfar Adumim).
I giudici non si sono chiesti se avessero l’autorità per deliberare e non hanno respinto immediatamente la richiesta.
Non hanno messo in dubbio il diritto dei residenti di avere bellissime case circondate dal verde, con abbondanza di acqua e la possibilità di espandersi senza limiti.
La possibilità di chiedere, per la seconda o la terza volta, lo sradicamento di gente che viveva là molto prima di loro.
Una simile richiesta, che i giudici non si sono sentiti di respingere, è stata portata avanti qualche tempo prima dai residenti ebrei di Susya contro i residenti palestinesi di Susya.

Si potrebbe semplicemente concludere che l’Alta Corte adotti la sostanza della criterio che ritiene che gli ebrei abbiano maggiori diritti di tutti gli altri e che i palestinesi possano andare a vivere nelle zone A.
Se è così perché qualcuno dovrebbe compiere il solito pellegrinaggio presso la Corte?
Perché c’è ancora la convinzione che coloro che siedono in posizioni di prestigio ed conoscenza sappiano e vedano abbastanza bene da preoccuparsi del futuro di questo luogo affinché l’ideologia della superiorità ebraica non lo distrugga.

E questa è la vera sorpresa… il fatto che non siano preoccupati.
I giudici non sembrano neanche essere preoccupati di vedere i propri nomi associati con nomi di altri giudici che li hanno preceduti e che, come loro, hanno accettato la ragionevolezza degli strumenti e la giustizia della schiavitù, della segregazione raziale e del culto del partito e del capo.
Giudici che alla fine sono stati spediti in Siberia.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: Haaretz

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-right-not-to-worry-by-amira-hass

traduzione di Fabio Sallustro

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/7900

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