Il discorso di Obama a Gerusalemme

REDAZIONE 26 MARZO 2013

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di  Richard Falk – 26 marzo 2013

E’ stato un discorso ossequioso e preparato con maestria da parte del più importante leader del mondo e del governo che più costantemente è stato campione nei decenni della causa israeliana.  Accolto con entusiasmo dal pubblico della gioventù israeliana, e specialmente dagli ebrei liberali di tutto il mondo. Nonostante la sede, le parole di Obama a Gerusalemme il 21 marzo sono sembrate principalmente mirate a rischiarare in qualche modo l’aria a Washington. Obama può avere ora una possibilità leggermente migliore di riuscire a costruirsi un’eredità nel suo secondo mandato presidenziale, nonostante un Congresso statunitense profondamente polarizzato e un’economia USA in lotta, se vista dalla prospettiva delle sofferenze dei lavoratori piuttosto che in base ai robusti profitti dell’industria.

Quanto al discorso in sé, ha avuto, in effetti, numerose caratteristiche riscattanti. Ha riconosciuto che accanto alle preoccupazioni israeliane per la sicurezza “deve essere anche riconosciuto il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, il diritto alla giustizia.” Questa affermazione è stata seguita dall’affermazione più forte di tutte: “… mettetevi nei loro panni. Guardate il mondo con i loro occhi.” Considerare le realtà del conflitto con gli occhi dei palestinesi significa confrontarsi con le orribili realtà della prolungata occupazione, dei progetti annessionisti d’insediamento, dell’illegale muro di separazione, di generazioni confinati nella miseria dei campi profughi e dell’esilio, della cittadinanza di seconda classe in Israele, della pulizia etnica a Gerusalemme e della miriade di norme che rendono la vita quotidiana dei palestinesi una saga di umiliazioni e frustrazioni. Naturalmente Obama non ha osato farlo. Nessuna di queste realtà è stata specificata, essendo lasciate all’immaginazione del suo pubblico di giovani israeliani, ma almeno l’ingiunzione generale a vedere il conflitto con gli occhi degli altri ha indicato la via per l’empatia e la riconciliazione.

Obama ha anche utilmente incoraggia l’attivismo dei cittadini israeliani nell’interesse di una pace giusta basata su due stati per due popoli. Un po’ stranamente ha sollecitato a “mettere da parte, per il momento, i piani e i processi” attraverso i quali tale obiettivo potrebbe essere conseguito e “a costruire invece la fiducia tra i due popoli”.  Non è un consiglio un po’ strano? Sembra una forzatura sottolineare la fiducia quando le strutture e la pratica dell’occupazione sono per i palestinesi incessantemente crudeli, sfruttatrici e riducono giorno dopo giorno la realizzabilità di uno stato palestinese vitale. Ma questo appello un po’ tirato per i capelli è stato accompagnato da un altro più plausibile: “Posso garantirvi questo: i leader politici non si assumeranno mai rischi se il popolo non li costringe a prendersene alcuni. Dovete creare il cambiamento che volete vedere realizzato. La gente comune può realizzare cose straordinarie.” C’è della genuina speranza riscontrabile in queste parole ispiratrici, ma a qual fine, vista la presente situazione?

Secondo me il discorso è stato profondamente debole sotto tre aspetti fondamentali:

– parlando soltanto alla gioventù israeliana, e non organizzando un discorso parallelo alla gioventù palestinese a Ramallah, è stato smaccatamente confermato il ruolo di “intermediario disonesto” degli Stati Uniti; ha anche segnalato che la Casa Bianca è più interessata ad appellarsi alla gente di Washington che ai palestinesi intrappolati nella West Bank e a Gaza, un’interpretazione rafforzata dall’aver deposto una corona sulla tomba di Theodor Herzl ma rifiutandosi di farlo sulla toma di Yasir Arafat. Questa diversità di interesse si è ulteriormente manifestata quando Obama ha parlato dei bambini di Sderot, nel sud di Israele, “della stessa età delle mie stesse figlie, che vanno a letto la sera con la paura che un missile finisca nel loro letto soltanto a causa di chi sono e di dove vivono.” Fare un’osservazione simile senza nemmeno citare la vita carica di traumi dei bambini dall’altra parte del confine a Gaza che hanno vissuto per anni in condizioni di embargo, incursioni violente e totale vulnerabilità, un anno dopo l’altro, significa sottoscrivere appieno la versione unilaterale israeliana quanto all’insicurezza vissuta dai due popoli.

– parlare della possibilità della base sulla base dell’accordo sui due stati, le vecchie idee, senza citare gli sviluppi che hanno reso la gente sempre più scettica a proposito delle intenzioni di Israele, significa dar credito a quello che sembra sempre più un approccio illusorio alla soluzione del conflitto. Sommando a ciò la perversa ingiunzione di Obama ai leader del Medio Oriente che sembra deliberatamente dimentica del presente stato delle cose, fa apparire fuori dalla realtà l’intero appello: “Adesso è ora che il mondo arabo faccia passi verso la normalizzazione delle relazioni con Israele”. Come può essere questo il momento, quando solo pochi giorni prima Benjamin Netanyahu ha annunciato la formazione del governo più di destra e più schierato con i coloni della storia d’Israele, scegliendo un gabinetto che è profondamente devoto all’espansione degli insediamenti e resistente all’idea stessa di un vero stato palestinese? Non andrebbe mai dimenticato che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina annunciò nel 1988 di essere pronta a una pace durevole Israele sulla base dei confini del 1967. Ciò facendo, i palestinesi stavano accordando una straordinaria concessione territoriale che non è mai stata contraccambiata. La mossa significava accettare uno stato limitato al 22% della Palestina storica, o meno della metà di quanto l’ONU aveva proposto nel piano di spartizione del 1947 contenuto nella risoluzione 181 dell’Assemblea Generale. Aspettarsi che i palestinesi siano oggi disponibili ad accettare meno dei confini del 1967 per raggiungere una soluzione al conflitto sembra irragionevole, e probabilmente non sostenibile.

– avallare la formula di due stati per due popoli significa consegna la minoranza palestinese in Israele a una permanente cittadinanza di seconda classe nemmeno degna di menzione come sfida ai diritti umani del democratico Israele che Obama ha celebrato. Come ha segnalato David Bromwich (“Tribalismo nel discorso di Gerusalemme”) Obama ha anche avallato un’ottica tribale dello stato che sembra in contrasto con un mondo in via di globalizzazione e con gli assunti laici che lo stato non dovrebbe essere di carattere esclusivista né religiosamente né etnicamente. L’idea sionista centrale di una patria statale in cui tutti gli ebrei possano abbracciare appieno il loro ebraismo, Israele, è radicata non solo nella storia e nella tradizione, ma anche “in un’idea semplice e profonda: l’idea che il popolo merita di vivere libero in una terra propria.”

Un simile approccio retrogrado all’identità e allo stato è stato anche l’implicazione attribuita ai palestinesi, pure affermata come legittima. Ma questo è fortemente fuorviante, una simmetria falsa. I palestinesi non hanno un’ideologia guida paragonabile al sionismo. Quello che perseguono è il ripristino dei diritti derivanti dalla legge internazionale sui territori della loro residenza abituale, l’esercizio del diritto all’autodeterminazione in modo tale da far ritirare le pretese più vaste del colonialismo che sono una parte così grandiosa della visione e della prassi del governo di Netanyahu. In effetti il discorso di Obama è stato anche un affronto a molti israeliani post-sionisti e laici che non proclamano l’idea di vivere in uno stato iper-nazionalista con pretese di basi religiose.

Secondo me ci sono due conclusioni da trarre. (1) Finché la retorica di vedere la realtà della situazione con gli occhi dei palestinesi non sarà accompagnata dalla valutazione delle specificità, si crea un’impressione fuorviante che entrambe le parti detengano in ugual misura le chiavi della parte ed entrambe siano in difetto nella stessa misura per non essere disposte a usarle. (2) E’ una diversione crudele sollecitare una ripresa dei negoziati quando Israele manca chiaramente della volontà politica di creare uno stato palestinese entro i confini del 1967 e in una situazione in cui la West Bank è stata modificata dalla continua espansione degli insediamenti, da strade riservate ai soli coloni, dal muro di separazione e in cui tutti i segnali suggeriscono che c’è ancora altro in arrivo. A peggiorare ancor di più le cose, Israele sta facendo numerosi passi per garantire che Gerusalemme non diverrà mai la capitale di qualsivoglia entità palestinese possa alla fine emergere.

A posteriori, peggiore del discorso è stata la visita stessa. Obama non avrebbe mai dovuto intraprendere una visita simile senza una volontà parallela di trattare la realtà palestinese con una dignità almeno uguale a quella israeliana e senza una qualche indicazione di come immaginare una pace giusta basata su due stati per due popoli, considerati le gravi e continue violazioni israeliane dei diritti nei territori palestinesi occupati che mostrano ogni intenzione di proseguire. Obama non ha fatto alcuna menzione dell’ondata di recenti scioperi della fame dei palestinesi e della misura in cui i palestinesi hanno allontanato le loro tattiche di resistenza dall’affidarsi alla violenza. E’ perverso colmare di lodi l’occupante oppressore e poi sollecitare entrambi i popoli a procedere in direzione della pace costruendo relazioni di reciproca fiducia. Su quale pianeta è vissuto Obama sinora?

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/what-was-wrong-with-obama-s-speech-in-jerusalem-by-richard-falk

Originale: Richardfalk.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/10226

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