Il discorso di una vita

admin | September 24th, 2011 – 8:34 am

Inatteso. Anche chi conosce (bene) Abu Mazen è  rimasto sorpreso da un discorso che nessuno si sarebbe mai atteso da un uomo mai istrionico. Considerato, semmai, grigio. Sorpresi, anche i palestinesi, dalle parole del presidente dell’ANP, in quello che – senza dubbio – è stato il discorso della sua vita. Di fronte al mondo, all’Onu, a chiedere finalmente, dopo 63 anni, lo Stato di Palestina. “C’è uno Stato che manca all’appello, e che ha bisogno di essere creato immediatamente”, ha detto Mahmoud Abbas, con un tono per nulla grigio, semmai fermo e appassionato.

Abbas ha convinto persino chi non lo ama, anche se la discussione dura nell’intellighentsjia palestinese è lungi dall’essere stata sanata dal discorso catartico di Abu Mazen. Soprattutto, ha convinto i palestinesi quelle parole che sono le stesse della strada: Abbas ha costruito il suo discorso raccontando soprattutto la vita quotidiana dei singoli palestinesi, degli studenti, dei bambini, delle loro mamme, degli anziani che dovrebbero poter andare all’ospedale senza subire i passaggi dai checkpoint. E’ stata questa scelta di un racconto secco, analitico, costruito tutti sui fatti che ha stupito, i palestinesi in primis, e poi anche il mondo. E’ stato l’elenco di quello che i palestinesi vivono quotidianamente a fare premio sulla lingua diplomatica.

Una catarsi, raccolta nell’ovazione che alla fine ha accolto un Abu Mazen fermo, ma comunque intimidito da un consenso che – credo – non si attendesse così largo. Come se avesse espresso quello che molti, all’Assemblea Generale, già pensavano. Da italiana, però, l’immagine (triste) che mi ha più colpito è stato quel mondo spaccato, all’Assemblea Generale dell’Onu. Gli israeliani rigidi, seduti e senza applaudire. Gli americani imbarazzati, il viso severo e stizzito di Susan Rice. E gli altri, gli occidentali che si guardano attorno, rimangono seduti, imbarazzati, per alcuni versi smarriti, mentre il resto del mondo si alza, applaude il vecchio Abu Mazen, in un’ovazione liberatoria, condita da fischi e urla. Non sono solo gli arabi, ad avere ammesso la Palestina tra gli Stati dell’Onu, per consenso. E’ un gran pezzo di mondo, mentre l’altro guarda, come in una sorta di battaglia di retroguardia, battaglia messa nero su bianco sull’ultimo documento del Quartetto. Un documento uscito dopo il discorso di Abu Mazen, e quello successivo di Benjamin Netanyahu:  a leggerlo, sembra che non sia successo nulla, né sul podio dell’Assemblea Generale, né in Medio Oriente.  Battaglia di retroguardia, niente di più.  Incapacità di comprendere che nulla, ormai, è più come prima, se anche un uomo del compromesso – come Abu Mazen – si è dichiarato sconfitto nel suo ruolo storico di negoziatore, e ha detto che negoziati non s’hanno da fare, se prima non cambiano i parametri.

Col suo discorso della vita, Mahmoud Abbas ha messo anche i palestinesi sul binario delle rivoluzioni arabe. Con uno scatto di dignità, quello della richiesta dello Stato di Palestina, che conclude la fase di Oslo, e riporta la questione israelo-palestinese nel suo alveo originario: la comunità internazionale

E questo, qui di seguito, è l’articolo che ho scritto ieri sera, per Il Fatto Online:

E’ stato il discorso di una vita, quello pronunciato da Abu Mazen di fronte a un’Assemblea Generale quasi al completo. Il discorso di una  vita, nel vero senso della parola. Un’esistenza – quella di Abu Mazen –  da poco iniziata quando venne anche lui travolto dalla Naqba, nel  disastro dei palestinesi cacciati dalla loro terra,  costretto  all’esilio, a fuggire nel 1948 da Safed, un paese che ora è nel nord di  Israele.  Una vita che ha trovato un punto di non ritorno di fronte  all’Onu, quando ha confermato  la richiesta di ammissione dello Stato di  Palestina come 194esimo membro delle Nazioni Unite.

E’ stato un discorso inatteso, quello di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), conosciuto per essere stato – sempre – l’alter ego di Yasser Arafat. Pacato, diplomatico, sornione. Tutto il contrario dell’istrionico Abu Ammar.  Eppure ieri, nel suo discorso della vita, Abbas è stato duro,  analitico, sferzante, e appassionato. È stato, forse per la prima volta  in modo così netto e sorprendente, durissimo nei confronti della  politica perseguita da Israele negli scorsi decenni. Ha parlato di  “pulizia etnica”, di “politica coloniale”, di “repressione”. Ha citato  l’occupazione militare usando termini tipici della sinistra palestinese e  dell’attivismo pacifista per le sanzioni e il boicottaggio. Ha parlato  di legittima resistenza pacifica popolare contro l’occupazione. Ha  citato il “muro razzista di annessione”, la politica di “apartheid”. E  soprattutto si è scagliato con una durezza verbale continuata contro i  coloni, la loro aggressività, la loro violenza: “Aggressività e violenza  – ha detto Abu Mazen – di cui consideriamo responsabile il governo di  Israele. Perché se condanniamo il terrorismo, ha detto, condanniamo  tutto il terrorismo, compreso il “terrorismo di Stato”.

Abu Mazen ha anche rigettato al mittente l’accusa di unilateralismo, che  il governo israeliano ha usato più volte, riferendosi alla richiesta di  riconoscimento dello Stato di Palestina decisa dall’OLP. Unilaterali  sono le colonie, l’esproprio dei terreni, la costruzione di migliaia di  appartamenti sulla terra palestinesi: tutte politiche perseguite da  Israele. Ha accusato Tel Aviv, insomma, di non aver rispettato gli  impegni presi a Oslo, e di aver provocato la richiesta da parte dei  palestinesi di uno Stato all’Onu.

Tornare ai negoziati sarebbe inutile, se non cambiano i parametri, ha  detto in sostanza Abu Mazen. “La crisi è troppo profonda”, e i fatti sul  terreno stanno rendendo impossibile la creazione di uno Stato. Dunque,  “è troppo, è troppo, è troppo”, ha chiosato Abu Mazen. Con  un’espressione che richiama il senso di stanchezza e frustrazione dei  popoli arabi in rivolta. E visto che gli arabi stanno avendo la loro  primavera, “è arrivato il tempo che anche per i palestinesi vi sia la  loro primavera”.

“C’è uno Stato che manca all’appello, e che ha bisogno di essere creato  immediatamente”. Immediatamente su un compromesso, dice Abu Mazen.  Perché lo Stato – sui confini del 4 giugno 1967 e con Gerusalemme est  sua capitale – lo si chiede sul 22% della cosiddetta “Palestina  storica”. Si tratta, dice il presidente dell’OLP e dell’ANP, di un  “compromesso storico”, perché c’è bisogno di una “giustizia relativa”.  “Una giustizia possibile”.

Almeno cinque gli applausi, compreso quello per Yasser Arafat e l’altro per Mahmoud Darwish.  E alla fine, buona parte di chi era seduto ad ascoltare il discorso,  all’Assemblea Generale, si è alzato in piedi, ha applaudito e  festeggiato. Segnando, ancora di più, il discrimine tra due pezzi di  mondo. Quello occidentale, imbarazzato alle dure sferzate di Abu Mazen, e  l’altro, ben più vasto, che ha già deciso che la Palestina è uno Stato.

La foto è stata scattata ieri sera a Ramallah da Joseph Dana, ibnezra, su twitpic.

http://invisiblearabs.com/?p=3578

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