Il fronte caldo del Sinai

19/08/2011

Dopo gli attacchi di ieri e la rappresaglia israeliana non è chiaro lo scenario che si prepara in vista dell’voto Onu per la Palestina

Un conflitto a fuoco, di questa mattina, al confine tra Egitto e Israele, è costato la vita a un poliziotto egiziano. L’ultima vittima delle due giornate di sangue che hanno infiammato il Sinai. Ieri, sono stati sei i civili e due i soldati israeliani che hanno perso la vita nell’attacco, in tre tempi, di un commando palestinese composto da sette miliziani. Tutti uccisi. L’aviazione israeliana ha reagito con durezza, bombardando la Striscia di Gaza, uccidendo un adolescente e ferendo trenta persone.

Stamane le città israeliane di Ashkelon, Be’er Sheva e Kiryat Gat sono state raggiunte da dieci razzi lanciati dalla Striscia. E’ dal 2008 che Israele non veniva colpito sul suo territorio e la reazione non si è fatta attendere. Secondo le prime indiscrezioni della Radio militare israeliana ha indicato nei Comitati di Resistenza Popolare gli autori degli attacchi. Abu Mujaed, il portavoce del gruppo, ha negato qualsiasi coinvolgimento. Ma chi sono i Comitati? Il gruppo nasce, nel 2000, come un cartello che raggruppa una galassia di gruppuscoli. Il suo leader, Jamal Abu Samhadana, dopo aver militato nel Fatah, ha dato vita a un’organizzazione militare autonoma che raggruppa scontenti di tutti i gruppi armati palestinesi. Risultano affiliati ex militanti di Hamas come del Fatah, della Jihad Islamica come delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa.

Il gruppo non è amato dai partiti tradizionali. L’Autorità Nazionale Palestinese, controllata dal Fatah di Abu Mazen, ha accusato alcuni membri dei Comitati di essere responsabili dell’attentato contro un convoglio diplomatico statunitense il 15 ottobre 2003 a Beit Hanun. In seguito all’attacco gli Washington ha chiesto all’Anp l’arresto dei responsabili, minacciando la sospensione degli aiuti militari ed economici elargiti dagli Usa all’Anp in chiave anti Hamas. Gli imputati sono stati rilasciati nel settembre 2005, meno di un anno dopo gli attentati.

L’organizzazione sembrava entrata in crisi nell’estate 2006, quando il suo leader Samhadana è stato ucciso dall’esercito israeliano. Pochi giorni dopo, per rappresaglia, i militanti del gruppo rapirono il caporale dell’esercito israeliano Gilad Shalit. Hanno un modus operandi piuttosto codificato e differente dagli altri gruppi palestinesi. Si muovono in commando, da tre a dieci uomini, compiendo operazioni anche dietro le linee israeliane. La galassia del movimento è oscura: per alcuni sono elementi scelti dei vari movimenti che, muovendosi senza legami ufficiali, possono colpire Israele senza far ricadere la responsabilità su Hamas e Fatah. Per altri, invece, non sono controllati da nessuno e ne diventano membri i sempre più numerosi ‘scontenti’ della politica tradizionale.

Difficile prevedere cosa accadrà adesso. Il governo israeliano è sotto pressione, all’interno, per la protesta degli ‘indignados’ che chiedono una revisione della politica economica dell’esecutivo del premier Netanyahu. Solo una parte dei manifestanti, però, chiedeva anche una revisione delle politiche di occupazione dei territori palestinesi, che drenano ingenti somme alle casse dello Stato, proprio mentre gli Stati Uniti, storici sostenitori d’Israele, sono in difficoltà economica. Di sicuro questo attacco aiuta i falchi del governo, disposti a tutto pur di non tagliare le spese militari.

Ma se la responsabilità dei Comitati fosse, in un secondo momento, appurata, emergerebbe ancora una volta la difficoltà crescente di Hamas nel controllare il territorio (come già dimostrato dal tragico omicidio di Vittorio Arrigoni) e nel controllare un’opinione pubblica interna palestinese sempre più furibonda per lo stallo del processo di pace. Fatah e Hamas, su pressione della società civile palestinese, hanno sepolto l’ascia di guerra riconciliandosi e puntando tutte le loro carte sulla mozione per l’indipendenza dello Stato di Palestina che arriverà davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 settembre prossimo.

Questo attacco fa comodo a tutti i nemici della diplomazia. Il governo israeliano, di sicuro, vuole fermare l’indipendenza palestinese. Anche alcuni gruppi militari, però, non si riconoscono nell’ambito territoriale che dovrebbe emergere dalla risoluzione dell’Onu, non avendo ancora rinunciato all’idea di ottenere i confini stabiliti dall’Onu nel 1967 o, in alcuni casi, non ritenendo ancora persa la battaglia per la cancellazione d’Israele.

Il quadro è complesso e il teatro dei prossimi sviluppi, con ogni probabilità, sarà il Sinai. Il confine meridionale, dopo tanti anni di collusione con il regime di Mubarak, è diventato un incubo per i militari e i politici israeliani che non si fidano dell’incerto futuro istituzionale egiziano. Settembre si avvicina, la tensione sale e questa non è una buona notizia per la regione.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/30026/Il+fronte+caldo+del+Sinai

Contrassegnato con i tag: , , , , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam