Il fumetto per raccontare le storture della guerra

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Articolo originariamente pubblicato su Nena News

di Maria Rosaria Greco*

«I bambini devono vedere che la vita non è solo questo», dice Valli, la mamma tedesca di Lena, nell’estate 1986, decidendo di portare i suoi figli in un lungo viaggio mentre il Libano è dilaniato dalla guerra civile. Infatti, in una pagina successiva, Lena ci spiega che per la madre aprire un atlante è il modo migliore per sfuggire alla guerra: sulla carta è possibile viaggiare da una città all’altra in totale libertà.

Sicuramente la guerra è il filo conduttore delle opere di Lena Merhej, come di molti autori libanesi che appartengono alla generazione che ha subito la guerra civile tra il 1975 e il 1990. In questo caso la guerra è addirittura il comune denominatore, il collante che salda la vita della figlia a quella della madre, Waltraud Grote, detta Valli, una donna forte e colta, che fa la pediatra e che decide di trasferirsi in Libano, a Beirut, dalla Germania dove da piccola ha vissuto la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale.

Non a caso Lena fa dire a un’amica tedesca di Valli, nelle pagine di Marmellata con laban, che «l’arte è molto importante durante la guerra» perché proprio quell’arte, che Lena impara a usare molto velocemente, le permetterà di elaborare il trauma della guerra. Da bambina sfogliava le riviste tedesche della madre di cui comprendeva solo le immagini. Quindi giocava a fantasticare su quali parole associare e costruiva una storia. «Sono nata sotto le bombe e per 15 anni ho vissuto così. Ho bisogno di sfogare quel dolore, di far sapere agli altri in quali condizioni ti costringe a vivere la guerra», così il fumetto diventa lo strumento ideale per esprimere con leggerezza e ironia il disagio più intimo, la memoria individuale e collettiva, ma anche la militanza, il dissenso. Tutto fra le pieghe di disegno e parole, cercando di contrastare la censura e arrivare oltre i confini del proprio paese.

Sono molti gli autori arabi, particolarmente in Libano, che usano il fumetto come linguaggio contemporaneo a sostegno di diritti umani e civili, dei diritti di genere, e per raccontare le storture della guerra. Nascono molti collettivi di artisti, tra cui molte donne, che promuovono la ricca produzione culturale di graphic novel del mondo arabo, come Samandal, fondato da Lena Merhej e altri giovani disegnatori, il cui nome, come precisa Lena, viene dall’inglese salamander, salamandra, cioè «un anfibio, che sta in acqua e sulla terra, come la nostra arte, a metà tra la scrittura e il disegno».

Le vignette denunciano, si schierano a favore della libertà di espressione, spesso calpestata. E purtroppo nel 2015 la rivista è condannata a pagare una multa di ventimila dollari per diffamazione, anche religiosa, a causa di un disegno partorito proprio dalla matita di Lena che avrebbe offeso il governo confessionale di Beirut.

Ma Lena Merhej non si muove solo fra scrittura e disegno, come un anfibio, attraverso la sua matita un po’ tenera e un po’ irriverente. Si muove anche fra Occidente e Oriente, con una visione molto al femminile che annienta i confini di appartenenza e i luoghi comuni, che vive le contraddizioni come un valore aggiunto, che parla di migrazioni al contrario, che considera ‘casa’ le pluralità culturali, che sa affiancare due mondi diversi eppure entrambi martoriati dalla guerra, che sa coniugare dolce e salato, come marmellata e laban.

Il Libano degli ultimi anni, soprattutto dopo le esplosioni del 4 agosto 2020 che hanno devastato il porto e parte di Beirut, è sicuramente uno scenario di grande instabilità sociale, politica ed economica, in cui l’arte diventa ancora di più motore di resistenza attraverso l’elaborazione delle ferite: “l’arte è molto importante durante la guerra”.

La società libanese, caratterizzata da profonde diversità culturali, politiche ed economiche, testimone di conflitti e migrazioni continue, ha maturato un senso di precarietà diffuso, in cui la memoria della guerra è un marchio indelebile. Con la sua opera Lena Merhej, attraverso il ricordo, non solo permette di guardare al passato ma anche al futuro, con la voglia di ricostruire una società civile più giusta, animata da una nuova cultura mediterranea.

Per questo ho voluto mettermi in contatto con Lena e proporle di curare l’edizione italiana del suo Marmellata con laban pianificando anche alcuni incontri con lei, fra Salerno e Napoli, nell’ambito del programma di Mediterraneo contemporaneo, il progetto che ho ideato come luogo della cultura altra. Dal Vicino Oriente alle Rive Sud e Nord del nostro mare, l’idea è quella di intercettare le avanguardie artistiche, le voci messe a tacere, le identità culturali di civiltà vicine alla nostra più di quanto immaginiamo.

La visione del progetto, per dirla con lo storico Fernand Braudel, è quella di un «Mediterraneo come mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre perché il Mediterraneo crocevia, il Mediterraneo eteroclito si presenta al nostro ricordo come un’immagine coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale».

Mediterraneo contemporaneo, dunque, si immerge in questo bacino per apprezzarne le biodiversità come simbolo di tutte le culture che ne fanno parte. Il progetto è lo spazio mediterraneo del Centro di produzione teatrale Casa del Contemporaneo, che ogni anno presenta un paese diverso: l’edizione 2021 è dedicata al Libano.

Oltre a Lena Merhej, parteciperanno alla rassegna internazionale altri ospiti libanesi con le loro opere e, attraverso vari linguaggi (letteratura, cucina, fumetto, musica, arte contemporanea, ecc), racconteranno il Libano di oggi. Sono profondamente convinta che è da qui che bisogna partire per costruire una nuova Europa. Un’Europa che emerga dal Sud e dal meticciato mediterraneo, guidata da un nuovo umanesimo.

E trovo preziosa la presenza di Lena perché la sua storia e le sue opere connettono Oriente e Occidente, Europa e Mediterraneo, memoria e contemporaneità, e perché vive sulla propria pelle la bellezza e la complessità della mescolanza culturale. Arte e cultura devono alimentarci, indicarci la strada, perché “l’arte è molto importante durante la guerra”.

*Curatrice del progetto Mediterraneo contemporaneo

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