Il Giro d’Italia e la gaffe di Gerusalemme – di Paola Caridi

 
Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, per Feltrinelli, Arabi Invisibili, Hamas, Gerusalemme senza Dio. Ha scritto un testo teatrale, Cafè Jerusalem

E così, è scoppiato il caso politico-diplomatico del Giro d’Italia. Tenuto volutamente basso sino ad ora, il caso della più importante gara ciclistica italiana che nel 2018 partirà da Gerusalemme è arrivato infine sulle prime pagine dei giornali. E non certo perché qualcuno, in Italia, ha posto una questione di opportunità sulla scelta di far partire la gara da Gerusalemme… Non sia mai.

Il caso politico-diplomatico è scoppiato quando i nodi sono venuti al pettine. E cioè quando si è scoperto che Gerusalemme non è né una città normale né normalizzata. Che Gerusalemme è solo in parte Israele. Che Gerusalemme è capitale di Israele solo per Israele, e non per la comunità internazionale. Non è capitale di Israele per l’Onu, e neanche per l’Italia, che ha la sua ambasciata a Tel Aviv. Non è questione di dettaglio. È questione politica, diplomatica, e – mi dispiace per le autorità organizzatrici – per nulla sportiva.

 

I fatti: i ministri israeliani dello sport e del turismo si sono molto risentiti dell’indicazione ufficiale riguardante la partenza del Giro d’Italia. La gara partirà da Gerusalemme ovest, avevano scritto gli organizzatori. “A Gerusalemme, la capitale di Israele, non c’è est od ovest. C’è una sola Gerusalemme unificata”, avevano risposto, minacciando di ritirarsi dall’accordo, e dunque anche dal sostegno finanziario. I ministri sono andati oltre, indicando la presenza di un’intesa nella quale non era indicato “Gerusalemme ovest”, e dunque il suo uso si qualificava come “una rottura degli accordi con il governo israeliano”.

Prontamente (perdonerete l’ironia) la società che manderà in onda il Giro d’Italia ha ritirato la dicitura “Gerusalemme ovest”. Il testo, diramato dall’agenzia Ansa, recita:  “RCS Sport tiene a precisare che la partenza del Giro d’Italia avverrà dalla città di Gerusalemme – è l’incipit del comunicato di RCS Sport – Nel presentare il percorso di gara è stato utilizzato materiale tecnico contenente la dicitura ‘Gerusalemme Ovest’, imputabile al fatto che la corsa si svilupperà logisticamente in quell’area della città. Si sottolinea che tale dicitura, priva di alcuna valenza politica, è stata comunque subito rimossa da ogni materiale legato al Giro d’Italia”.

Ora, vi è un errore marchiano, nel comunicato e in tutta questa operazione che di sportivo ha veramente poco. L’errore è in quella precisazione, che cioè “Gerusalemme Ovest” è “priva di alcuna valenza politica”. Non è vero. Non è vero perché Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est fanno parte di intese politiche internazionali, risoluzioni dell’Onu, rapporti dei consoli europei a Gerusalemme. Fanno parte del processo di pace tra israeliani e palestinesi da un quarto di secolo, del mandato di agenzie dell’Onu che si occupano di tregue, dei rifugiati palestinesi, del patrimonio culturale dell’umanità. Non è vero perché Gerusalemme è, per la comunità internazionale, non “unificata”, ma parzialmente occupata.

Al contrario, nel caso del Giro d’Italia la “valenza sportiva” rischia di essere – e lo si è verificato oggi – una foglia di fico su un’operazione che avrebbe richiesto molta più cautela da parte delle nostre autorità diplomatiche a Tel Aviv e consolari a Gerusalemme, nonché da parte del nostro governo a Roma. Come non vedere che la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme nel maggio del 2018 avrebbe creato serissimi problemi diplomatici con la Palestina? Non solo perché per i palestinesi Gerusalemme è la capitale dello Stato di Palestina alla conclusione del processo di pace. Non solo perché Gerusalemme è la capitale d’Israele non riconosciuta dalla comunità internazionale. Ma anche (soprattutto?) perché l’anniversario della nascita dello Stato di Israele – maggio 1948 – è per i palestinesi l’anniversario della Nakba, della catastrofe.

Lo stesso vale per gli israeliani. Come non immaginare che “Gerusalemme ovest” sarebbe stata una dicitura inaccettabile per il governo israeliano? Non solo perché si tratta di un governo israeliano profondamente di destra. Sarebbe stato allo stesso modo inaccettabile per un governo israeliano guidato dai laburisti. La legge su Gerusalemme capitale è  legge fondamentale approvata nel 1980 e cardine dello Stato di Israele.

Gerusalemme ovest non è dunque dicitura di carattere puramente logistico. Sarebbe stato come dire che la dicitura Berlino ovest aveva solo carattere logistico, prima del 1989. Eppure, per entrambe le Germanie allora esistenti Berlino era la capitale, Berlino era il cuore.

La partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme non può essere considerata una mera operazione sportiva. Ne è talmente cosciente il direttore della gara, Mauro Vegni, da aver fatto oggi una gaffe involontaria, dicendo all’Associated Press che “era cosciente delle sensibilità politiche e che aveva elaborato il percorso con la guida del ministero degli esteri italiano”. E allora sorge spontanea la domanda: come mai il ministero degli esteri italiano non ha dissuaso gli organizzatori, vista la delicatezza del luogo? Da decenni non si riesce a far fare pace a israeliani e palestinesi, e l’Italia mette in gioco la sua terzietà, la sua capacità di essere mediatore internazionale, sostenendo un’operazione di questo tipo? Il governo italiano ha difeso l’interesse nazionale, in questo caso, oppure ha sminuito ancora una volta il suo ruolo?

Non bisognava essere preveggenti per sapere che prima o poi l’operazione ‘Giro d’Italia’ si sarebbe trasformato in un ‘caso Giro d’Italia’, con tutte le conseguenze il cui costo sarà pagato dai nostri governi in termini di autorevolezza e credibilità. E la marcia indietro della RCS non ha migliorato la situazione. Al contrario. Ci ha reso ancora più fragili, meno terzi e meno credibili nel nostro ruolo in Medio Oriente. Un’operazione diplomatica che non s’aveva da fare, perché si tratta di operazioni delicatissime, in cui lo sport assume una valenza politica evidente. Come molto spesso ha avuto, e basterebbe cercarsi qualche notizia non sui libri. Basterebbe Wikipedia.

“La realtà è che quel che vogliamo è un evento sportivo che sia lontano da qualsiasi discussione politica”, ha detto Mauro Vegni. Mi dispiace, signor Vegni: non doveva scegliere Gerusalemme. O doveva almeno studiare un bel po’ di più.

 

 

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