Il Mandela della Palestina

REDAZIONE 30 OTTOBRE 2013

 
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29 ottobre 2013

Domenica 27 ottobre, la Fondazione Ahmed Kathrada ha lanciato una campagna internazionale dalla famigerata Robben Island – dove Nelson Mandela è stato detenuto per 18 anni – per il rilascio di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi.

Il simbolismo è potente. Il politico sudafricano Kathrada ha lanciato la campagna “Rilasciate Mandela” nel 1963, appena prima del suo stesso arresto che lo ha visto prigioniero a Robben Island in Sudafrica per 18 anni. Ora, mezzo secolo dopo, come reduce  dell’età di 84 anni, Ahmed sta lanciando un’altra campagna per un altro emblematico combattente per la libertà.

La moglie di Barghouti, Fadwa, è andata a Robben Island con il Ministro palestinese per i Detenuti, insieme a centinaia di ospiti speciali, compresi i reduci delle lotte in Sudafrica e cinque vincitori del Premio Nobel.

Bargouthi è stato il primo membro del Consiglio Legislativo Palestinese ad essere arrestato da Israele ed è uno dei più preminenti dei 5.000 prigionieri palestinesi che restano detenuti nelle carceri israeliane. L’Unione Europea e l’Unione Inter-Parlamentare hanno richiesto la sua liberazione.

La lotta di Barghouti

Raccolti per un incontro  nel retro di un ristorante di pesce nella Striscia di Gaza nel 2001, alcuni membri del partito Congresso Nazionale Africano (ANC) che fanno parte  del parlamento e io stavamo seduti bisbigliando con Marwan Barghouti. Sapevamo che era il numero uno sulla lista   israeliana, ma non sapevamo certo che entro pochi mesi sarebbe stato rapito dalle forze israeliane, interrogato e torturato per 100 giorni, messo in carcere in regime di isolamento per 1000 giorni, e che sarebbe diventato noto, più di 11 anni dopo, come “il Mandela palestinese”.

In un’intervista che Barghouti ha rilasciato ad Al-Monitor nel maggio 2013, ha descritto come gli israeliani lo avevano tenuto in regime di isolamento per quasi tre anni in una minuscola cella infestata da scarafaggi e ratti. La sua cella priva di finestre non gli permetteva l’aerazione o la luce del sole diretta, mentre  la sporcizia  cadeva dal soffitto. Gli permettevano soltanto un’ora al giorno di movimento  con le manette ai polsi. Dopo tre anni si è dimostrato indistruttibile.

L’atteggiamento di sfida di Barghouti nei confronti della più grossa potenza militare del Medio Oriente era di ispirazione, e ricordava la fiera determinazione dei capi dell’ANC in Sudafrica 20 anni prima. All’epoca che lo abbiamo incontrato era Segretario Generale di Fatah, capo del braccio armato di Fatah, Tanzim, ed era stato il cervello che stava dietro la prima e la seconda Intifada. Il suo spirito rivoluzionario era elettrizzante.

Sapeva molto bene che prima o dopo il Mossad lo avrebbe raggiunto, malgrado facesse del suo meglio per essere una “primula rossa”. In uno dei molti tentativi di assassinare Barghouti nel 2001, i militari israeliani hanno finito per uccidere la sua guardia del corpo in un attacco mirato. Nell’aprile 2002, le forze israeliane si sono nascoste nel retro di un’ambulanza  e gli hanno  teso un’imboscata  nella casa dove si trovava, e lo hanno catturato. E’ stato poi accusato per le sue attività  con  Tanzim ed è stato condannato all’ergastolo.

Però, come capita altrove con la maggior parte di eccezionali combattenti per la libertà, il suo messaggio e la sua immagine pubblica sono cresciuti mentre era in carcere. La sua popolarità ha sorpassato quella di tutti i leader palestinesi – sia di Hamas che di Fatah – ed è salutato dai palestinesi come una figura unificante che potrebbe guidare il suo popolo verso la libertà.

La sua propensione a unire Fatah e Hamas in un potente movimento di liberazione,  insistendo sulla soluzione dei due stati basata sui confini del 1967, fanno di lui una minaccia per l’establishment politico di Israele. Il messaggio di Barghouti è così potente che Hamas si è raccolta attorno a lui.       Quando di recente Hamas si è impegnata in negoziati per uno scambio di prigionieri con Israele in cambio del soldato israeliano catturato, Gilad Shalit, aveva messo Barghouti in cima alla lista. Per Israele il rilascio di Barghouti non è stato trattabile.

Apartheid e resistenza

L’unità palestinese minaccia la strategia di Israele che sembra rimandare i colloqui di pace,  sostenendo di non avere un partner con cui farla. Quella strategia finora ha funzionato, in quanto la costruzione degli insediamenti è aumentata di tre o quattro volte nei venti anni di negoziati. Quello che resta della Palestina storic  è come il formaggio groviera – piena di buchi, con un piccolo territorio contiguo. Il paragone con le vecchie mappe dei bantustan * in Sudafrica è difficile da evitare. Dove ci sono ancora  villaggi e piccole città palestinesi, questi vengono circondati dal massiccio muro della segregazione, in molti casi tagliati fuori dalle loro risorse idriche  e dai terreni agricoli che si sono annessi i coloni israeliani.

Mentre Mahmoud Abbas ha ceduto alle richieste israeliane, opponendosi a tutte le forme di resistenza armata, e stabilendo una collaborazione economica e per la sicurezza senza precedenti, con le autorità occupanti, Marwan Barghouti ha chiesto di porre fine a tutte le forme di collaborazione con l’occupazione israeliana. Barghouti è stato contrario alla collaborazione di forze di sicurezza palestinesi addestrate dagli Stati Uniti con le forze israeliane che crede abbia garantito la sicurezza degli insediamenti  in continua espansione  in Cisgiordania.

Barghouti ha anche criticato la delegazione araba ministeriale che è andata a Washington nell’aprile 2013, e che ha proposto di modificare i confini del 1967 in cambio di scambi di terre. Lo considera come il peggior tradimento da parte dei governanti arabi nei confronti della causa palestinese. Mentre le monarchie del Golfo forse  possono aver tentato di giocare sulla causa palestinese, la posizione di principio di Barghouti ha trovato risonanza nelle strade arabe.

Il più famoso prigioniero politico palestinese sta invitando a una terza Intifada – un’insurrezione non violenta di massa. Le protesta non violenta negherà a Israele la capacità di respingere le legittime richieste palestinesi come “terrorismo”, una stragia che ha screditato la causa palestinese agli occhi di molti osservatori esterni. Sarà una versione palestinese della Primavera Araba che dominerà le prime pagine dei giornali e galvanizzerà l’opinione pubblica internazionale.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è fin troppo consapevole dei pericoli che derivano da richieste di questo tipo. Il fatto che alle Nazioni Unite e nella diplomazia privata Netanyahu si concentri soprattutto sull’Iran in quanto minaccia nucleare, ha sviato l’attenzione del mondo dall’indipendenza palestinese, dalla costruzione degli insediamenti, e dalla liberazione dei legittimi cooperatori di pace.

Se il tentativo fatto da Barghouti quando era in prigione, di ispirare un movimento di protesta non violenta cattura l’immaginazione dei palestinesi, potrebbe iniziare un nuovo importante capitolo nella finora tragica storia della lotta dei palestinesi per la giustizia.

Shannon Ebrahim è un’editorialista di politica estera, scrittrice freelance, e consulente politica. Ha lavorato come Direttrice delle Relazioni Internazionali per la Presidenza del Sudafrica e per il coordinamento della politica governativa in Medio Oriente e in Sudafrica.

*http://it.wikipedia.org/wiki/Bantustan

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/palestines-mandela-by-shannon-ebrahim

Originale: Aljazeera

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/12906

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