Il massacro in Egitto: i martiri muti della Fratellanza Mussulmana immersi nel sangue

REDAZIONE 17 AGOSTO 2013

 

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di Robert Fisk – 17 agosto 2013

 

Come potrebbero i morti riposare? Le loro bare di legno sbattute contro i cancelli di ferro dell’obitorio, le famiglie che urlano per l’orrore, i cadaveri avvolti nel cellophane in alte pile con blocchi di ghiaccio così grossi che potrebbero spessare le ossa dei morti. E mentre il ghiaccio si scioglie fuoruscendo nel il caldo all’esterno dell’obitorio in strade lucide di fango, le bare cominciano al riempirsi di sangue di nuovo liquido, una poltiglia vermiglia nel fondo. “Martiri”, tutti.

E immagino sia in questo momento che mi rendo conto – come gli avversari di Mohamed Morsi devono essersi resi conto molti mesi fa – che i cadaveri, i corpi, i morti, i “martiri”, sono la dichiarazione ufficiale della Fratellanza Mussulmana. Fine. Non ci sono altri commenti, in parte perché non possono parlare – Thomas Cromwell, mi pare di ricordare, fu tra i primi ad associare il silenzio ai morti – e in parte perché non ne hanno bisogno. La polizia spara e il risultato – la pallottola che penetra nella carne viva – diventa la politica definitiva. Da qui in poi, non c’è fine.

L’area Zeinhom di Sayyidah Zaynab al Cairo è un quartiere povero di sporchi caffè e di strade lorde di spazzature e di quegli angosciosi edifici cementati dalla malta del Nilo appiccicati gli uni agli altri nei 37 gradi di caldo. Sarebbe possibile scovare una strada più deprimente per le migliaia di arrabbiati uomini e donne della Fratellanza e per i loro parenti in lutto?

Le famiglie del Cairo a volte chiedono di assistere alle autopsie dei loro familiari e così le urla che hanno riempito oggi l’aria di Zeinhom sono state qualcosa di più che semplici rituali di cordoglio. Alcuni hanno scelto di vedere i morti – quella dichiarazione definitiva – in tutta la loro realtà. Ho contato più di settanta cadaveri, anche se alcune bare erano impilate le une sulle altre e uomini grossi si facevano strada a spintoni nell’obitorio e inciampavano nel ghiaccio e in quegli orribili sacchi di cellophane.

I volti dei morti erano celati sotto i nodi dei sacchi di cellophane, la loro presenza spettrale ma invisibile alleviata di tanto in tanto dal sollievo di vedere paia di piedi che ancora indossavano scarpe dalle misere suole di gomma spuntare dalle estremità delle barelle e riposare sul fondo delle bare. Correvano voci tra questi uomini e donne  di affrontare i poliziotti – non li ho mai visti – e di un attacco nel governatorato di Giza, sulla via per le piramidi. Appiccati incendi, dicevano con entusiasmo. E poi di nuovo alla vecchia domanda: quanti morti?

Lungo una strada laterale ho incontrato Abeer Saady, una giornalista del quotidiano Shorouk, vicepresidente del Sindacato dei Giornalisti Egiziani, che osservava le folle prima di cercare il corpo di un collega, il ventisettenne Ahmed Abdul Dawed, un sostenitore della Fratellanza Mussulmana che lavorava – ironia delle ironie – per il giornale governativo al-Akhbar. “La Fratellanza vuole che il numero dei morti sia alto, il governo vuole che sia basso”, ha detto con tristezza. “Certamente sono molti di più dei 194 annunciati inizialmente dal governo. Penso siano forse tra i 350 e i 500.”

Ma se ne ho appena visti settanta, di morti, sospetto che le vittime possano ben aver toccato le mille. O più. Altri giornalisti arabi hanno pagato lo stesso prezzo di Ahmed Dawed. Habiba Ahmed Abd Elaziz lavorava per Gulf News ma era ufficialmente in permesso quando è stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco vicino alla moschea di Rabaa al-Adawiyeh a Nasr City. I sostenitori della Fratellanza hanno da molto tempo abbandonato ogni affetto per i giornali locali qui, ma hanno ancora tempo per gli infedeli della stampa estera. Anche così mantengono le distanze nelle loro risposte.

“Chi è questo?” ho chiesto a un giovane in piedi vicino a un corpo coperto da una grande kefiah. “Che te ne frega?” è stata la sua risposta. Ho borbottato qualcosa di stupido, che era un essere umano e meritava un nome, e l’uomo ha alzato le spalle. Un vecchio, seduto sul bordo di una bara ha detto che vi giaceva un uomo di nome Adham. Ho insistito. I nomi davano certamente realtà ai morti. “Mahmoud Mustafa”, mi ha gridato un altro uomo quando ho indicato il ghiaccio sui resti di suo figlio morto. Un altro uomo mi ha detto che sorvegliava il cadavere di Mohamed Fared Mutwali, che aveva 57 anni quando è stato ucciso mercoledì dalla polizia. Lentamente i nomi hanno portato in vita i morti.

Poi un giovane intelligente che voleva parlare inglese ma stava piangendo, mi ha posto la mano sul braccio e ha indicato un’altra forma nel cellophane. “Era mio fratello”, ha detto. “Gli hanno sparato ieri. Era un dottore. Il suo nome era dottor Khaled Kamal e insegnava medicina a Beni Suef, nell’Alto Egitto.” E la folla ha raccolto la sola parola che capiva e ha gridato “dottore, dottore”, più e più volte.

Non era possibile vedere queste cose e ascoltare queste parole e credere che la tragedia dell’Egitto finisca sepolta oggi con i morti. E questa mattina – e il giorno più sacro della settimana mussulmana finisce oggi, in tutto il mondo arabo, associato alla violenza quanto lo è alla preghiera – la Fratellanza ricorderà i suoi morti nelle moschee del Cairo e gli egiziani attenderanno la reazione del governo, la reazione della polizia, la reazione dell’esercito, la reazione del generale Abdel-Fattah al-Sisi.

Naturalmente si può cercare di confrontare il dolore all’esterno dell’obitorio con la “normalità” che il governo noi tutti godiamo al Cairo, le strade aperte, i camion che ripuliscono i resti dell’accampamento di Nasr City, la prevista riapertura del servizio ferroviario tra il Cairo e Alessandria. Ma ci sono piccole cose riguardo al luogo dei morti che restano nella memoria. L’uomo che mi incoraggia a entrare nell’obitorio e che non smette mai di pregare, l’allegra plastica celeste che fodera una bara e l’incongruità di vedere l’etichetta delle linee aeree Etihad Airways bizzarramente attaccata a un’estremità.

Nella strada parallela due venditori di caffè si sono messi a litigare e poi a picchiarsi e improvvisamente la strada è disseminata di vetro e sassi con la gente che esce da quei sudici appartamenti, uomini simpatizzanti del governo che improvvisamente ritengono che il più piccolo dei due venditori sia un sostenitore della Fratellanza; poi arriva una banda di uomini di Morsi e comincia anch’essa a scagliare sassi. Un piccolo microcosmo di anarchia per rammentare la fragilità del Cairo. Sarebbe bene tornare alla relativa sicurezza del vecchio Marriott Hotel, sulle rive del Nilo. Ma non lo è. Non raggiungerò la mia casa lontano da casa preferita al Cairo prima di venire a sapere che Ra’ad Nabil – un poliziotto addetto ai turisti che lavorava da anni presso l’hotel – stava dirigendosi a casa attraverso il fiume a Mohandeseen poche ore prima, quando un gruppo di locali lo ha minacciato. Lui ha estratto la pistola e ha sparato in aria. Ma uno degli uomini ha preso l’arma e l’ha puntata a Ra’ad Nabil – un uomo inoffensivo sulla cinquantina – e gli ha sparato al cuore. Che cosa, mi chiedo, ci dice questo? Quasi certamente un’altra dichiarazione.

Le ultime parole: messaggi testo di una vittima a sua madre

Tra le molte vittime della violenza di mercoledì al Cairo c’è stata una giovane giornalista di nome Habiba Ahmed Abd Elaziz. Habiba, un’egiziana ventiseienne che era in permesso da suo lavoro a Dubai, è rimasta uccisa mentre la polizia sgomberava il campo di protesta della Fratellanza Mussulmana a Rabaa. Habiba è stata uno dei tre giornalisti uccisi durante le proteste. Sua madre, Sabreen Mangoud, ha reso pubblica una serie di messaggi di testo scambiati con sua figlia il giorno della sua morte.

06.19

Madre: Habiba, cosa sta succedendo lì? Sono andata a dormire all’una e mezza, cioè alle undici e mezza della tua ora. Cosa si sa dell’attacco?

Habiba: L’esercito e la polizia in effetti si stanno muovendo attorno ai cancelli. Il centro mediatico è stato trasformato in un ospedale da campo e la piazza è in massimo allarme.

Madre: Tu dove sei?

Habiba: Solo ai giornalisti è permesso di restare nell’edificio. Io devo occuparmi del monumento nel caso inizino gli scontri.

Madre: Il monumento è un po’ distane da Rabia.

Habiba: La sicurezza del campo è adesso a ogni cancello. Sono nel centro stampa. In realtà non è per nulla lontano. E la porta è grande e può essere abbattuta facilmente.

Madre: Ci sono troppa polizia e soldati?

Habiba: Sì, ma i loro movimenti possono essere anche una tattica di “guerra dei nervi”.

Madre: Come arriverai al monumento?

Habiba: Camminerò, come tutti, o mi metterò a correre. Dipende dalla situazione.

Madre: Che Dio ci aiuti.

07.33

Madre: Novità?

Habiba: Sono appena arrivati al centro giornalisti stranieri.

Madre: Voglio dire, novità con la folla? Come stai?

Habiba: Ho preso tre tipi di medicine. Fa molto freddo qui e sto tremando. Prega per noi, mamma.

Madre: Dio, mantienici saldi e dacci forza. Dio, dacci potere su di loro. Ti affido a Dio l’Onnipotente.

Habiba: Tra un momento mi dirigo alla piattaforma. Ci sono blindati qui.

Madre: Dio ci dia saldezza. Dio ci dia la vittoria.

12.46

Madre: Habiba, per favore rassicurami. Ho chiamato migliaia di volte. Per favore, cara, sono preoccupata da morire. Dimmi come stai.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/cairo-massacre-the-muslim-brotherhood-s-silent-martyrs-lie-soaked-in-blood-by-robert-fisk

Originale: The Independent

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

http://znetitaly.altervista.org/art/12048

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