Il muro del pianto di Gerusalemme

di Amira Hass

I negoziati tra Israele e Santa Sede sullo status fiscale delle istituzioni cattoliche in Israele sembrano non distinguere tra la parte orientale e quella occidentale di Gerusalemme. Avallando così l’unilaterale annessione della Città santa allo stato ebraico. I palestinesi sono preoccupati: il Vaticano riconosce indirettamente l’annessione di Gerusalemme est?

Sarebbe un passo dalle conseguenze incalcolabili se la Chiesa cattolica pensasse di cedere alle richieste di Israele con l’effetto di riconoscere l’intera città di Gerusalemme come parte di Israele. La mancanza di un preambolo che contenga la distinzione tra Gerusalemme est e ovest è al centro di una crescente tensione tra i cristiani palestinesi. L’accordo avrebbe il significato di un riconoscimento indiretto dell’annessione israeliana di Gerusalemme est e dell’imposizione di legge israeliana in parte della Cisgiordania. Molti esprimono la preoccupazione per il riconoscimento di questa annessione e per le implicazioni economiche per le istituzioni cristiane. Tuttavia, una fonte ben informata ha detto ad Haaretz che “non c’è niente nell’accordo che danneggi i diritti dei palestinesi” e che non ci sarebbe bisogno di un preambolo chiarificatore.

I negoziati per arrivare ad un accordo sullo status fiscale delle istituzioni cattoliche in Israele sono iniziati 13 anni fa, ma ora i membri della comunità cristiana di Gerusalemme e della West Bank denunciano che non si tratti semplicemente un accordo fiscale.
Nella bozza di accordo, datato 25 gennaio 2012 di cui Haaretz è venuto in possesso non ci sarebbe alcuna allusione stato di Israele come una potenza occupante secondo la legge internazionale mentre comparirebbe una lista di siti che si trovano a Gerusalemme est.
L’arcivescovo Dominque Mamberti, Segretario per i rapporti con gli Stati della Santa sede, aveva già scritto all’inizio di maggio che “l’eventuale accordo non rappresenterà un cambiamento nella posizione della Santa sede. La Chiesa, con particolare attenzione alle questioni fiscali, sta chiedendo allo stato di Israele di trattare le sue istituzioni in maniera equa, senza prendere in considerazione o determinare se lo fa come uno stato sovrano o come uno stato occupante, quindi senza entrare nell’aspetto politico della questione. La chiesa rimane estranea ai conflitti politici”.

Questa è la risposta ha aumentato la preoccupazione dei gruppi e realtà cristiane che constatano che la Chiesa avrebbe dovuto prendere in considerazione la situazione dei cristiani sotto occupazione israeliana – e questo non l’avrebbe fatto.
In realtà, la mancanza di distinzione tra i due lati della linea verde era già nell’accordo legale precedente non ratificato ed è significativo che il
Rabbino David Rosen, direttore dell’American Jewish Committee, ha letto proprio in questo passaggio un importante traguardo per Israele. In un articolo pubblicato nel 1999, ha scritto: “la Chiesa cattolica, così facendo, non solo ha ribadito il suo riconoscimento della sovranità del popolo ebraico nella sua patria storica, ma ha anche riconosciuto e ritenuto le stesse istituzioni cristiane, sotto l’autorità legale di Israele, tra cui le sue istituzioni di Gerusalemme est”.

(Haaretz, 10 giugno 2012)

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