Il New York Times perpetua il mito che Israele ‘combatteva per la sua sopravvivenza’ durante la guerra del 1967

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REDAZIONE 5 FEBBRAIO 2015

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di Stephen R. Shalom

3 febbraio 2015

Il 25 gennaio, il New York Times ha pubblicato un articolo del loro corrispondente da Israele, Jodi Rudoren, su un nuovo film israeliano, Censored Voices [Voci censurate], che è stato mostrato per la prima volta al Festival cinematografico Sundance,  lo scorso fine settimana. Diretto dalla regista Mor Loushy, Censored Voices è “il più recente di una serie di film fatti da cineasti israeliani di sinistra che hanno vinto dei   premi all’estero presentando uno sguardo severo  sulle loro società.” Il film tratta dei crimini di guerra israeliani  commessi durante la guerra del 1967 tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania. Ma mentre l’articolo della Rudoren  compie un servizio prezioso per attirare l’attenzione verso il film,  esso perpetua anche uno dei principali miti sulla guerra.

Basati in gran parte su interviste con soldati israeliani realizzate nel 1967, e pesantemente censurate a quel tempo, Censored Voices documenta i soldati israeliani che  “che giustiziavano sommariamente i prigionieri e che evacuavano i villaggi arabi in un modo che un combattente paragonava al trattamento che facevano i nazisti degli ebrei europei.” Le atrocità israeliane in quella guerra sono state note per diverso tempo, ma il film è certamente un mezzo più potente che la carta stampata.

Il film (non l’ho ancora visto) sembra importante e particolarmente utile in un momento in cui le forze armate sono indagate per le atrocità commesse nei loro recenti attacchi a Gaza. E’ sempre più difficile che chiunque creda che i soldati israeliani siano dotati di speciali valori morali,” secondo le parole di una dichiarazione del 1995 dell’Ufficio dell’allora Primo Ministro (e Capo di Stato Maggiore), Yitzhak Rabin. L’articolo della Rudoren fornisce anche l’importante informazione che anche Censored Voices era censurato e quindi non dice la storia completa dei crimini di guerra che sono accaduti: “Israele proibisce ai cineasti di rivelare il modo in cui sono stati costretti a cambiare, e l’ufficio del censore militare si è rifiutato di discuterlo.”

Però la Rudoren e apparentemente la Loushy forniscono un contesto estremamente impreciso delle atrocità commesse nel 1967. La Rudoren descrive  quella guerra come una guerra in cui Israele “ha iniziato a combattere….proprio per la sua sopravvivenza.” Il film, dice la Rudoren, potrebbe essere un argomento per chi critica  Israele se “guardato senza la considerazione per la minaccia alla sua esistenza che Israele ha affrontato all’epoca.” Il film, lei scrive, “chiarisce davvero la minaccia imminente a Israele – e poi  lo sbalorditivo dietrofront che gli storici militari hanno considerato una meraviglia.” E si cita una frase della Loushy che” Questa è una storia di uomini che sono andati in guerra sentendo che dovevano difendere la loro vita, e avevano ragione, naturalmente…”

Però non avevano ragione, e non ce l’hanno neanche la Rudoren e la Loushy.

Sì, i soldati israeliani, come molta gente nel mondo, ha creduto all’epoca che Israele si trovasse ad affrontare una minaccia esistenziale dato che gli eserciti arabi  erano pronti   ai confini di Israele mentre Radio Cairo trasmetteva  minacce raccapriccianti. Ma i capi militari e l’intelligence sia a Tel Aviv che a Washington adesso hanno imparato.

Considerate la testimonianza del Primo Ministro Menachem Begin,  membro del Gabinetto nel giugno 1967.

“Nel giugno 1967, abbiamo avuto di nuovo una scelta. Le concentrazioni dell’esercito egiziano nell’accesso al Sinai non dimostrano che Nasser stesse davvero per attaccarci. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Abbiamo deciso di attaccarlo.”

Oppure quella  del Generale Matti Peled, uno dei dodici membri dello Stato Maggiore  dell’Esercito di Israele nel 1967.

“Sono convinto che il nostro Stato Maggiore non ha mai detto al governo [di Levi Eshkoll] che c’era una qualche sostanza per la minaccia militare egiziana nei riguardi di Israele, o che non eravamo in grado di distruggere l’esercito di Nasser che si era esposto con stupidità senza precedenti, agli attacchi devastanti delle nostre forze…Mentre procedevamo verso la completa mobilitazione delle nostre forze, nessuna persona sana di mente poteva credere che tutta questa forza fosse necessaria per la nostra ‘difesa’ contro la minaccia egiziana…Pretendere  che le forze egiziane concentrate sui nostri confini fossero in grado di minacciare l’esistenza di Israele, non soltanto insulta l’intelligenza di qualsiasi persona in grado di analizzare questo tipo di situazione, ma è principalmente un insulto alla Zahal [l’esercito israeliano].”

Oppure quella del Generale Ezer Weizman, capo delle operazioni del 1967 e in seguito preminente politico di destra che ha dichiarato che “Non c’è stato mai pericolo di sterminio,” e che questa ipotesi” non era stata ma considerata in nessun incontro serio.”

Oppure quella di Haim Bar-Lev, vice Capo di stato maggiore delle operazioni del 1967, e in seguito membro del governo: “Non siamo stati minacciati di genocidio alla vigilia della  Guerra dei Sei Giorni, e non abbiamo masi pensato a tale possibilità.”

O quella del membro del governo nel 1967, Mordecai Bentov, membro del Partito Mapam, di sinistra, che ha votato contro la decisione di dare inizio alla guerra del 1967 perché era convinto che i mezzi politici e diplomatici per evitare la guerra non erano stati utilizzati tutti: “Tutta questa storia riguardo alla minaccia di sterminio era stata totalmente costruita, e poi elaborata, a posteriori, per giustificare l’annessione dei nuovi territori arabi.”

La stessa opinione si aveva a Washington. Il 26 maggio, il Segretario della Difesa, Robert McNamara “ha detto che gli Stati Uniti erano d’accordo con il punto di vista  israeliano che Israele avrebbe prevalso in un conflitto, anche se le ostilità fossero state iniziate dall’Egitto.” Il presidente dello Stato maggiore “Generale Wheeler ha riaffermato il punto di vista americano rispetto alla superiorità militare di Israele e ha detto che, sebbene riconosciamo che le vittime sarebbero  maggiori che nel 1948 e nel 1956, Israele avrebbe prevalso.” Il presidente Lyndon Johnson ha detto che …se Israele viene attaccato, il nostro giudizio è che Israele li sconfiggerebbe,” e ha detto al ministro degli Esteri israeliano che “se la Repubblica Araba Unita attaccherà, voi li sconfiggerete completamente.” La CIA aveva previsto non soltanto che Israele avrebbe vinto, ma anche in quale giorno lo avrebbe fatto.

Le prove sono quindi schiaccianti che gli statisti israeliano non hanno deciso di andare in guerra in reazione alla minaccia all’esistenza di Israele. Perché tutto questo è importante oggi? Se la conquista israeliana della Cisgiordania e di Gaza ( e anche delle Alture del Golan) sono state tutte conseguenze  involontarie di una guerra contro una minaccia esistenziale, allora la responsabilità israeliana dell’occupazione è alquanto mitigata.

Naturalmente, anche se Israele fosse stato costretto ad andare in guerra da una minaccia alla sua esistenza, avrebbe tuttavia avuto delle scelte. Avrebbe potuto offrire ai  palestinesi l’opzione di uno stato indipendente tutto suo o di uno stato binazionale. La giustizia era sempre possibile. In effetti ogni anno fin dal 1967, Israele ha avuto la possibilità se scegliere di cercare di ribaltare l’occupazione e cercare la sicurezza costruendo legami con i palestinesi invece che estendere la sua oppressiva occupazione, e ha costantemente scelto la seconda possibilità. Allo stesso modo, ogni anno fin dal 1947 Israele ha avuto la possibilità di riaccogliere i profughi, o di accelerarne l’espulsione. Di nuovo, Israele ha costantemente scelto la seconda soluzione. Ciò nonostante,  saper che cosa era accaduto nel1967, è importante, perché l’assenza di una minaccia esistenziale indebolisce il principale argomento di Israele per la sua continua occupazione.

Il 5 giugno, quando Israele ha lanciato la sua offensiva, il Primo Ministro Eshkol ha dichiarato pubblicamente che Israele non aveva ambizioni territoriali e il Ministro Della Difesa Dayan ha detto alle sue truppe: “Soldati delle Forze di difesa israeliane, non abbiamo alcun obiettivo di conquista.”

Quando nel seguito di quella estate, il Segretario di Stato Dean Rusk ha ricordato al Ministro degli Esteri Abba Eban l’affermazione di Eshkol, Eban ha semplicemente scrollato le spalle e ha detto: “Abbiamo cambiato idea.”[1]

Però, di fatto,  sappiamo che vari statisti israeliani di importanza cruciale, volevano acquisire altra terra prima che venisse sparato il primo colpo. Il ministro del Lavoro, Yigal Allon, ha scritto un articolo prima dell’inizio dei combattimenti nel quale affermava che noi “non dobbiamo smettere di combattere fino a quando non otteniamo la vittoria totale, il compimento territoriale della terra di Israele.” [2] Il Primo Ministro Levi Eshkol la sera prima della guerra ha detto a sua moglie: “Dobbiamo riprenderci Gerusalemme.” [3] E più in generale David Ben Gurion aveva continuato a dirlo fin dal 1949 che il fallimento di Israele di conquistare Gerusalemme  Est e la Cisgiordania nella Guerra di Indipendenza, è stata causa di lamenti per generazioni,” un’espressione usata da molti politici israeliani nei successivi 18 anni.[4]

Israele ha occupato queste terre semplicemente come concessioni  in cambio di pace? A malapena: quasi immediatamente si è annesso Gerusalemme Est, ha espulso varie centinaia di migliaia di palestinesi residenti nei territori occupati, e ha iniziato a spostare i coloni nei territori occupati [5] – una politica che, come gli ha detto il suo consigliere legale, era in violazione della legge internazionale. Questo si fa quando si ha interesse creare “una situazione reale” per cambiamenti permanenti dei confini, non concessioni in cambio della pace.

Tutta questa storia è obliterata dalla patina della Rudoren che la guerra del 1967  avrebbe rappresentato una minaccia all’esistenza  di Israele. Certamente la Rudoren non aveva presente nella sua notizia di cronaca un’analisi completa della guerra del 1967, con un’accurata valutazione di tutte le prove. Però, offrire il mito pro-Israele come se fosse un fatto indiscusso, è semplicemente propaganda.

Note

1.Dean Rusk, As I Saw It [Come l’ho vista io],  (New York: W.W. Norton, 1990), p. 388

2. Michael Brecher with Benjamin Geist, Decisions in Crisis: Israel, 1967 and 1973 [Decisioni durante la crisi: Israele 1967 e 1973], (Berkeley: University of California Press, 1980), pag. 100. L’ articolo è stato pubblicato dopo la Guerra, ma è stato scritto prima.

3. Donald Neff, Warriors for Jerusalem: the Six Days That Changed the Middle East [Guerrieri per Gerusalemme: i sei giorni che hanno cambiato il Medio Oriente],  (New York: Linden Press/Simon & Schuster, 1984), p, p. 195.

4. Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881-2001[Le vittime virtuose: una storia del conflitto Sionista-Arabo], (New York: Vintage, 2001), p. 321.

5. Morris, Righteous Victims, pp. 327-29. Vedere anche: Tom Segev, 1967: Israel, the War, and the Year That Transformed the Middle East [ Israele, la guerra, e l’anno che ha trasformato il Medio Oriente], New York: Metropolitan Books, 2005, translated 2007), pp. 523-42.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/nyt-perpetuates-myth-israel-was-fighting-for-its-very-survival-during-1967-war

Originale: Mondoweiss

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.

Il New York Times perpetua il mito che Israele ‘combatteva per la sua sopravvivenza’ durante la guerra del 1967

http://znetitaly.altervista.org/art/16838

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