Il nuovo governo israeliano

TUESDAY, 22 MAY 2012 07:15 CINZIA NACHIRA

 

L’accordo tra il Likud di Benyamin Netanyahu e il partito Kadima con a capo Shaul Mofaz ha portato alla nascita del governo israeliano con la più ampia maggioranza parlamentare che lo Stato di Israele abbia avuto dalla sua auto-proclamazione, il 14 maggio 1948. Questo governo sembra quasi un esecutivo di emergenza nazionale.
La necessità di assicurarsi la possibilità di prendere decisioni senza dover rischiare crisi di governo è certamente alla base dell’accordo tra i due partiti che fino a poco tempo fa erano nemici l’uno dell’altro.
In Italia ormai da molto tempo le vicende che riguardano il Medio Oriente e in particolare la Palestina non hanno molto spazio sui giornali e sugli altri mass media. L’attenzione è tutta concentrata sulla situazione siriana. Con la nascita del nuovo governo israeliano si è tornati a parlare, per l’ennesima volta, dell’eventualità che questa svolta rappresenti l’occasione per un accordo con i palestinesi.
È bene chiarire, invece, che Netanyahu e Mofaz non hanno la minima intenzione di giungere a qualche proposta di accordo che sia accettabile dai palestinesi. Questo è dimostrato dalla storia dei due partiti e dalle loro prospettive politiche. Il Likud rappresenta la destra storica e laica di Israele e quando ha raggiunto accordi con altri paesi arabi (il più noto è quello con l’Egitto di Sadat nel 1978) lo ha sempre fatto perché spinto da due fattori determinanti: per un verso la costrizione e per altro verso l’interesse a disinnescare la tensione su un fronte per prepararsi alla guerra su un altro fronte.
Il partito Kadima, erroneamente identificato come una formazione politica centrista (nel senso europeo del termine e cioè moderata), era stato  fondato nel 2005 da Ariel Sharon, che all’epoca aveva rotto con il Likud. Il motivo reale dell’«invenzione» sharoniana fu che il Likud, accecato dall’oltranzismo, non capiva il vero scopo dell’idea che era alla base del ridispiegamento delle truppe che occupavano la striscia di Gaza. Sharon non perse tempo a cercare di convincere l’intero partito che si trattava non di un cedimento, ma di una mossa strategica che in prospettiva avrebbe consentito a Israele di dividere verticalmente il fronte politico palestinese, cosa che poi è puntualmente accaduta. È forse il caso di ricordare che Tzipi Livni, una volta diventata capo di Kadima, lanciò tra il 2008 e il 2009 il massacro più feroce contro i palestinesi di Gaza degli ultimi anni: «Piombo Fuso». In questo modo dimostrò che «aver lasciato» Gaza non significava rendere meno forte Israele. Il nuovo governo Netanyahu-Mofaz ha sicuramente diversi obiettivi. Uno di questi, quello che fa molto clamore nella sinistra italiana, è la volontà di giungere nel medio periodo ad aggredire l’Iran. È noto che questo «desiderio» Israele lo coltiva da tempo, ma per ora ha dovuto rinunciarvi perché le amministrazioni statunitensi (quelle presiedute da George W. Bush e poi da Barak Obama) non hanno mai dato il via libera. Non va dimenticato che nel luglio 2006 Israele aveva ricevuto l’assenso da George W. Bush per un attacco contro il Libano come «consolazione». Due anni dopo «Piombo fuso» si inquadrava più o meno in una situazione analoga.
Oggi è cambiato qualcosa? Sembra proprio di no, almeno per quanto riguarda la possibilità che gli Stati Uniti autorizzino un attacco simile. Gli Stati Uniti sono impegnati nel tentativo di gestire il nuovo quadro politico che sta emergendo in Medio Oriente in seguito alle rivolte che in poco più di un anno ne hanno ridisegnato il volto. E fanno tutto il possibile per non porre in difficoltà l’Egitto, che dopo l’uscita di scena di Hosni Mubarak è diretto dalla giunta militare del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Oggi, a pochi giorni dalle presidenziali (dopo la vittoria schiacciante alle elezioni legislative dei Fratelli Musulmani e dei Salafiti), la Palestina non è per gli egiziani uno dei problemi all’ordine del giorno. Ma gli Stati Uniti e la stessa giunta militare egiziana  sanno bene che la rivoluzione iniziata il 25 gennaio 2011 non è affatto finita e che in queste condizioni Israele deve restare sullo sfondo. Non è un caso se nei mesi scorsi la marina militare iraniana ha potuto permettersi di attraversare per due volte il canale di Suez con il consenso esplicito della giunta militare egiziana. Inoltre, è bene non dimenticare che una delle organizzazioni egiziane più attive nella rivolta anti-Mubarak, Kefaya, era nata nel 2000 in sintonia con la seconda Intifada palestinese. Ma anche in questi ultimi mesi le manifestazioni di piazza in Egitto, come in altri paesi arabi, hanno espresso una vivace opposizione allo Stato di Israele e  alla complicità dei governi arabi.
A queste considerazioni occorre aggiungere il dato di fatto che il governo di Israele, che sperava che la popolazione israeliana potesse restare passiva di fronte ai rivolgimenti nel mondo arabo, è rimasto del tutto deluso. Nell’estate scorsa ed anche in questi giorni numerose manifestazioni hanno animato le più importanti città israeliane, da Gerusalemme ad Haifa. Le tende che ricordavano piazza Tahrir sono comparse anche nella periferia di Tel Aviv. Gli slogan contro il carovita hanno risuonato per le strade ed in alcuni casi è stato adottato lo stesso slogan di tutte le piazze arabe: «Il popolo vuole la caduta del regime». Certo, la minoranza di israeliani che cercava di mettere in relazione l’enorme costo dell’occupazione dei territori palestinesi e delle spese militari con l’impoverimento di larghe fasce della popolazione israeliana è rimasta isolata.  Ma non è stata comunque espulsa da quelle piazze. Questo significa che il dubbio serpeggia, anche se resta sullo sfondo. In ogni caso, quando nelle scorse settimane Netanyahu aveva più volte annunciato che le elezioni sarebbero state anticipate a settembre, tutti i sondaggi avevano dato il Likud ed anche Kadima in caduta libera assieme a una crescita esponenziale dell’astensione.
In questi ultimi due mesi qualcosa ha comunque turbato la tranquillità del governo Netanyahu: è stata l’iniziativa di oltre duemila detenuti politici nelle carceri israeliane che dal 17 aprile hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza. Tra gennaio e marzo due detenuti, Khaled Adnan e Hana Shalabi, avevano sfidato le autorità carcerarie nello stesso modo ottenendo la liberazione. Avevano messo a rischio la propria vita protestando contro la pratica della «detenzione amministrativa», ossia la possibilità di essere arrestati senza un capo d’accusa preciso, di restare reclusi per molti mesi, se non per diversi anni, e di vedere rinnovata all’infinito la loro detenzione.
Non è certo la prima volta che i detenuti politici palestinesi mettono in atto questo genere di lotta. Ma da quarant’anni a questa parte la rivolta non era mai stata tanto diffusa. Inoltre, il «fronte delle carceri» negli ultimi anni è diventato un attore importante nello scenario politico, soprattutto grazie alla presenza di detenuti «eccezionali» come Marwan Barghouti, carismatico leader di Fatah e Ahmed Sa’adat, segretario generale del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina). E non vanno dimenticate le decine di parlamentari palestinesi legati a Hamas che erano stati eletti nelle elezioni del 2006 in Cisgiordania e che sono stati messi in carcere nell’estate dello stesso anno.
Questa iniziativa di lotta non violenta ha messo in difficoltà non solo il governo israeliano, ma anche il governo dell’Autorità Nazionale  Palestinese di Mahmud Abbas e Salam Fayyad in Cisgiordania e di Hamas a Gaza. Il governo israeliano ha cercato di emulare l’atteggiamento severo che trent’anni fa aveva tenuto la Thatcher verso un’iniziativa simile da parte dei detenuti irlandesi dell’IRA. Ma, al contrario della Thatcher, il governo ha dovuto fare alcune concessioni, essendo molto impegnato a preservare l’immagine di Israele  «unica democrazia» del Medio Oriente. Come era prevedibile, la coraggiosa battaglia dei detenuti palestinesi  che hanno denunciato l’arbitrio di cui sono vittime oltre quattromila persone nelle carceri «democratiche» di Israele – fra le quali centinaia di bambini, adolescenti, donne incinte, anziani e invalidi permanenti – ha reso molto difficile l’uso dell’argomento principe di ogni sopruso compiuto da Israele: la sicurezza.
Inoltre, e non è un dettaglio secondario, oggi i prigionieri palestinesi chiedono che a loro sia garantito lo stesso trattamento riservato a Gilad Shalit, il soldato israeliano catturato da Hamas nel 2006 e rilasciato nell’ottobre del 2011. Secondo alcuni osservatori, alla base della rigidità del governo israeliano, che in questi giorni ha rischiato di lasciar morire almeno sette persone giunte allo stremo delle forze, rifiutando il loro ricovero in strutture ospedaliere civili, vi sarebbe una volontà di vendetta. Le autorità israeliane si sarebbero vendicate dell’aver dovuto scendere a compromesso con Hamas per ottenere la liberazione di Gilad Shalit: un compromesso che aveva portato alla liberazione di alcune centinaia di prigionieri, ma non di tutti i 1.027 di cui si era pattuita la liberazione. Questa tesi può anche essere fondata, ma è certo che un governo con un’ampia maggioranza parlamentare avrebbe messo l’attuale leadership al riparo da critiche così gravi. Il 9 maggio nelle università di Tel Aviv e di Haifa vi sono stati sit-in di studenti palestinesi-israeliani ed ebrei che chiedevano la liberazione dei prigionieri. E all’università di Haifa uno degli studenti palestinesi che ha preso parte alle proteste ha rischiato l’espulsione. In altre occasioni le manifestazioni sia di ebrei israeliani che di palestinesi israeliani in solidarietà con i prigionieri in lotta sono state brutalmente represse senza che ciò sollevasse alcun problema, neppure quando le vittime della brutalità delle forze di sicurezza erano ebrei.
Il governo israeliano è sicuramente in difficoltà rispetto a questo coraggioso sciopero della fame che ha come scopo prioritario l’abolizione della detenzione amministrativa. In un comunicato dei prigionieri dell’11 maggio si legge che essi non hanno alcuna intenzione di recedere. Essi si considerano «martiri potenziali» e alcuni di loro che sono in pericolo imminente di morte hanno dichiarato di non voler essere salvati in caso di perdita di coscienza. Dal lato israeliano si risponde con tentativi di accordi «parziali» che in alcune carceri sarebbero in corso, ma d’altro canto le autorità israeliane sostengono di non poter portare in tribunale i «detenuti amministrativi» perché ciò metterebbe in serio pericolo le autorità di intelligence dell’ANP che quegli arresti hanno reso possibili. E questo è assolutamente vero anche se la parte che utilizza metodi illegali di detenzione è Israele che non a caso teme moltissimo che la questione si «internazionalizzi».
A tutto questo occorre aggiungere un’ultima osservazione. Il nuovo governo israeliano nei prossimi mesi varerà una modifica importante della legge sulla leva obbligatoria in vigore dal 1980. L’intenzione è di estendere il servizio militare obbligatorio agli ebrei ortodossi ed ai palestinesi israeliani. È prevedibile che una tale proposta venga avversata dall’estrema destra presente nel governo. Molto probabilmente questa decisione è stata presa per far sì che i giovani ebrei-israeliani non siano più mandati a «presidiare» l’occupazione: dai check-point alle retate in Cisgiordania, per ciò che riguarda l’inclusione dei palestinesi israeliani. Per altro verso, l’estensione dell’obbligatorietà della leva agli ebrei ortodossi sembra andare incontro al disagio di una parte della società israeliana, quella che si dichiara laica e che ormai mal sopporta questo privilegio. Si tratta, in altri termini, di un tentativo di raggiungere un duplice obiettivo: anzitutto ridurre le turbolenze interne all’esercito, visto che i giovani ebrei israeliani espatriano per i due anni in cui sarebbero tenuti a svolgere la leva; in secondo luogo cercare di liberare  l’esecutivo dalle pressioni e dai ricatti dell’estrema ala religiosa.
In campo palestinese questo nuovo esecutivo israeliano non ha suscitato speranze, giustamente. Con l’eccezione dell’ineffabile Mahmud Abbas che nel giorno dell’annuncio ha affermato che «sperava che il nuovo governo fosse disposto a fermare la colonizzazione». Ma anche il governo dell’ANP e lo stesso Abu Mazen si sono trovati ben presto a dover fare i conti con la lotta dei prigionieri. Tra l’8 e il 9 maggio a Ramallah sono accadute due cose importanti. Un gruppo di giovani denominato palestinesi della generazione della dignità (nato nel 2011 sull’onda delle rivolte arabe) ha protestato vivacemente sia sotto la sede della Muqata (residenza del governo palestinese), sia sotto la sede dell’ONU, impedendo l’ingresso ai due uffici. Il risultato è stato che sia Abu Mazen che Ban Ki Moon, dopo mesi di indifferenza, hanno dovuto prendere posizione: Abu Mazen avvertendo che se anche un solo prigioniero fosse morto in carcere la situazione sarebbe stata  del tutto fuori controllo; Ban Ki Moon inviando un messaggio ad Israele nel quale si dice «preoccupato» per le condizioni detentive imposte ai palestinesi. Questo risultato evidentemente non è soltanto il frutto di alcune decine di persone che protestavano. È soprattutto il frutto del fatto che il sostegno della lotta dei prigionieri politici è fuori discussione fra la popolazione. E d’altra parte la poca attenzione a questo tema dato dalle autorità palestinesi le ha poste in difficoltà. In tutte le maggiori città palestinesi della Cisgiordania sono sorte tende in cui la popolazione si riunisce in solidarietà ed in cui sono in corso scioperi della fame in sostegno. E questo avviene anche a Gaza.
L’ANP in Cisgiordania sta tentando in tutti i modi di impedire che la protesta popolare diventi di massa, mettendo in atto un controllo molto severo sui mezzi di informazione. Ma, come hanno insegnato in questi mesi le rivolte in altri paesi arabi, non tutto è controllabile ed è per questo che vengono utilizzate sempre di più  le reti informatiche e le manifestazioni di sostegno. Ciò che emerge in modo esplicito da questo movimento in crescita è la reiterazione di una richiesta rivolta al governo sia in Cisgiordania che a Gaza: superare le divisioni perché «i prigionieri sono di tutti». Ma si avanzano anche esplicite rivendicazioni soprattutto verso l’ANP, e in particolare una: dichiarare ormai chiuso ogni spazio negoziale, visto che fino ad oggi la disponibilità palestinese non ha prodotto alcun passo avanti.
In questo contesto appare evidente che la leadership palestinese (nelle sue diverse componenti) rischia nelle prossime settimane di restare vittima delle proprie debolezze. Evidentemente è assai probabile che nella lotta attuale si possa creare una saldatura con molti altri problemi che la popolazione palestinese è costretta a sopportare. Non casualmente in questi giorni il governo Fayyad, pur avendo dei buchi enormi di bilancio, ha fatto i salti mortali per trovare le risorse e pagare i salari in arretrato da mesi per i dipendenti pubblici. Ma quello che, invece, si sta dimostrando ancora una volta è che il popolo palestinese è in grado di riprendere in mano le redini del proprio destino, pur essendo cosciente dei costi altissimi. Certo, ora come ora la direzione politica della protesta appare molto confusa e  poco individuabile. Ed è anche evidente che, ancora una volta, è dall’interno delle carceri che la coscienza di una svolta necessaria si è affermata. Qualche mese fa Marwan Barghouti ha lanciato un appello alla mobilitazione pacifica, sul modello della prima Intifada, proprio nel gennaio 2012, quando Khader Adnan e Hana Shalabi aprivano la via alla lotta. A Barghouti era chiaro, quindi, che l’incendio che covava da anni sotto la cenere stava per esplodere ed ha cercato di assumerne in qualche modo la direzione, pur restando in una posizione ambigua rispetto allo sciopero della fame. È noto che Barghouti viene indicato da molti osservatori come il possibile successore di Abu Mazen e forse anche colui che potrebbe essere in grado di riunificare le leadership di Fatah e Hamas. Ed è per questo che le autorità israeliane lo temono moltissimo.
Anche Hamas sta cercando di canalizzare la protesta in una direzione favorevole. Certamente il governo di Gaza si muove su un terreno più favorevole. Ma è noto che nei mesi scorsi anche a Gaza i giovani hanno iniziato a mobilitarsi nel solco di ciò che avveniva nel resto del mondo arabo e la richiesta principale era sempre la stessa: superare le divisioni. Quest’ultima richiesta era accompagnata anche da un disagio crescente verso l’islamizzazione sempre più evidente della società a Gaza. Inoltre, il governo Haniyeh sta facendo pesare il fatto che se si è tornati a porre la questione dei prigionieri politici lo si deve esattamente a quella trattativa che in ottobre aveva portato alla liberazione dei prigionieri in cambio del soldato Shalit. In questi giorni una delegazione con a capo Nabil Shaat si è recata a Gaza: un segnale che le due leadership non possono ignorare le richieste che vengono dal loro popolo.
Ma è anche vero che sia l’Autorità Nazionale Palestinese che il governo di Hamas nelle settimane in cui lo sciopero della fame collettivo ha reso possibile l’emergere di una direzione politica alternativa e unitaria, si sono attivati perché si arrivasse ad un accordo che mettesse fine alla protesta prima del fatidico 15 maggio, giorno in cui il popolo palestinese commemora la Nakba, ossia l’espulsione di massa dei palestinesi avvenuta tra il 1947 e il 1949. Per il raggiungimento di questo obiettivo hanno alacremente lavorato anche le autorità egiziane e giordane, soprattutto per evitare che le manifestazioni di solidarietà si estendessero ulteriormente nel resto dei paesi arabi. Se un accordo non fosse stato raggiunto prima di questa scadenza evidentemente le possibili saldature alle quali abbiamo accennato si sarebbero realizzate ed a quel punto sicuramente la situazione avrebbe rischiato di uscire fuori controllo.  L’accordo raggiunto nel pomeriggio del 14 maggio fra le autorità israeliane e i detenuti politici, con la mediazione egiziana e giordana, alla presenza di un rappresentante dell’ANP e del governo di Hamas (soprattutto grazie all’intervento persuasivo dell’avvocato Jawad Boulus, che è l’unico legale che ha in carico la difesa dei detenuti in detenzione amministrativa), ha almeno in parte raggiunto lo scopo che speravano gli attori in campo. Ma a leggere i termini dell’accordo che sono stati resi noti, ci si rende conto che le autorità israeliane hanno mantenuto saldamente nelle loro mani il manico del coltello e non hanno ceduto sulla rivendicazione principale: l’abolizione dell’arresto amministrativo.
L’accordo prevede alcune concessioni che è bene ricordare: 1) l’attenuazione del regime carcerario attraverso l’abolizione della “legge Shalit” (entrata in vigore nel 2007) e il permesso delle famiglie residenti a Gaza di recarsi in visita ai propri cari in carcere in Israele; 2) l’impegno da parte israeliana di formulare esplicite accuse verso coloro che sono in detenzione amministrativa per arrivare ad un processo e nel caso contrario a liberare i detenuti alla fine del termine dell’ultimo rinnovo della detenzione amministrativa, purché costoro si impegnassero a «rinunciare ad attività terroristiche»; 3) la liberazione entro giugno di Bilal Diab e Thaer Halahla, i due prigionieri che hanno digiunato per settantasette giorni giungendo in fin di vita e che  sono diventati i veri simboli di questa lotta; 4) la restituzione di 100 corpi di guerriglieri palestinesi sepolti in Israele; 5) fine della pratica dell’isolamento; 6) tutto questo, però, a condizione della cessazione totale della protesta entro settantadue ore dalla firma dell’accordo. È chiaro che ogni valutazione di questo accordo deve necessariamente tenere conto innanzitutto degli aspetti umani di questa vicenda. Le scene di giubilo che si sono viste in Cisgiordania e a Gaza all’annuncio dell’accordo esprimono soprattutto il sollievo immenso provato dai famigliari di chi era determinato a morire per i propri diritti. Inoltre, anche se questo accordo ha permesso a le tre parti in causa (Israele, ANP e governo di Hamas) di raggiungere l’obiettivo di spegnere la miccia rappresentata dalla giornata della Nakba, è pur vero che fino ad oggi Israele ha sempre trovato il modo di non rispettare gli accordi firmati con i palestinesi. La firma dell’accordo è sopraggiunta in modo abbastanza improvviso e soprattutto nel momento in cui la lotta dei detenuti palestinesi era riuscita a rompere, anche se solo molto parzialmente, il muro di silenzio internazionale, tanto che per il 17 maggio era prevista una giornata di solidarietà internazionale. Non sembra, tuttavia, che Israele abbia a breve termine l’interesse a far saltare l’accordo. Questo atteggiamento è dimostrato dal fatto che nonostante l’accordo un numero non precisato di detenuti è ancora in sciopero della fame. Le autorità sostengono che questo gruppo non faceva parte ufficialmente dello sciopero collettivo del 17 aprile. Sembra un argomento bizzarro che invece dimostra che purché non si parli più di questa iniziativa pacifica e non violenta Israele è disposto a delle concessioni.
In definitiva si può dire che avesse ragione Avi Issacharoff, che ha sostenuto in un editoriale pubblicato su Haaretz il 15 maggio, e dal titolo significativo Many winners, few losers in deal to end Palestinian prisoners’ hunger strike (Molti vincitori e pochi sconfitti nell’accordo per porre fine allo sciopero della fame dei detenuti palestinesi): «Nonostante il fatto che i negoziati non è previsto che riprendano, sia l’Autorità Palestinese, sia Hamas che Israele sono tutti e tre interessati a sbarazzararsi di un fattore destabilizzante per la regione. E così mentre il Medio Oriente continua a bruciare (Bahrein, Siria, Libano e altri paesi), per di più in un giorno [il 15 maggio ricorrenza dell’anniversario della Nakba, N.d. C.N.] in cui potevano scoppiare violenti scontri nei Territori palestinesi, lo Shin Bet e la leadership dei detenuti sono riusciti a raggiungere un accordo che ha molti vincitori e pochi sconfitti».
Tuttavia, sarà da verificare se questo accordo sul medio e lungo periodo potrà essere lo strumento adatto, come sperano Israele, l’ANP e Hamas, perché come dice un vecchio adagio «si cambi tutto, perché nulla cambi». Indubbiamente la parte più debole, le leadership palestinesi che governano la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, anche se ora festeggiano, restano in difficoltà. Esattamente perché come ha sostenuto Issacharoff – che non è un estremista, né un moderato – il Medio Oriente continua a bruciare con esiti che inevitabilmente si ripercuoteranno anche sui palestinesi. La fine di questa battaglia durata molti mesi non significa che siano stati cancellati i forti segnali che questa iniziativa ha fatto emergere e che sicuramente non si limitano alle sorti della sola porzione di popolazione palestinese in carcere, ma riguardano tutto il popolo palestinese in tutte le sue parti: la Cisgiordania, Gaza, i palestinesi di Israele e i profughi sparsi nel mondo.
Anche gli accordi di Oslo nel 1993 sembrava dovessero porre fine alla resistenza del popolo palestinese e invece, nonostante l’aumento esponenziale della colonizzazione, la costruzione del muro di separazione unilaterale, l’aumento terribile della violenza da parte di Israele, l’assedio della striscia di Gaza, la discriminazione crescente dei cittadini palestinesi residenti in Israele e il degrado continuo e generalizzato delle condizioni di vita, in questi diciannove anni più volte la storia si è incaricata di smentire questa impressione. Certo, nonostante tutto questo gli esiti non sono prevedibili, tutt’altro. E soprattutto non si può dispensare facile ottimismo, perché una cosa rimane immutata: l’assoluta impunità dello Stato di Israele – spalleggiato dall’Occidente, gli USA in primis – , che non rinuncerà ai propri obiettivi. Proprio questi presupposti ci dicono che la svolta “unitaria” del nuovo governo di coalizione Likud-Kadima è tutt’altro che una buona notizia.

 

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