Il nuovo status della Palestina

REDAZIONE 9 DICEMBRE 2012

Di Ramzy Baroud

 

8 dicembre 2012

 

La Palestina è diventata uno “stato non-membro”   alle Nazioni Unite, giovedì  29 novembre 2012. La bozza della risoluzione  dell’ONU  che indica  quello che molti percepiscono come un momento storico è passata con una maggioranza schiacciante dei membri dell’Assemblea Generale: 138 voti a favore, 9 contrari e 41 astensioni.

E’ stata accompagnata da un appassionato discorso tenuto dall’Autorità Palestinese Presidente Mahmoud Abbas.  Decenni prima, però, anche un capo palestinese che suscitava maggiore ammirazione e che era più vivace, Yasser Arafat, aveva cercato la solidarietà internazionale. Anche allora  l’occasione fu  definita ‘storica’.

In base all’autorità avuta dall’appoggio arabo al vertice della Lega Araba di Rabat, nell’ottobre 1974, che conferiva all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) il titolo sempre  opaco di “l’unico rappresentante legittimo del popolo palestinese”, Arafat è stato invitato a parlare all’Assemblea Generale dell’ONU. Malgrado il fervore che accompagnava la solidarietà mondiale di recente acquisita, il linguaggio di Arafat sceglieva una deviazione  da quelle che venivano percepite dalle potenze occidentali come ambizioni politiche e territoriali  radicali e non realistiche.

Nel suo discorso del 13 novembre, Arafat ha parlato della crescente legittimità dell’OLP  che lo obbligava a fare le sue azioni: “L’OLP ha guadagnato la sua legittimità grazie ai  sacrifici inerenti al suo ruolo di pioniere e anche per la sua attitudine a guidare con impegno la lotta. Questa legittimità le è stata anche garantita dalle masse palestinesi… L’OLP  ha guadagnato la sua legittimità anche per il fatto che rappresenta ogni fazione, associazione o gruppo e anche qualsiasi persona palestinese di  talento, o nel Consiglio Nazionale o nelle istituzioni del popolo.. La lista continuava, e, malgrado alcune riserve, ogni voce aveva un ragionevole  grado di merito.

La stessa cosa, tuttavia, non si può certo dire dell’Autorità Palestinese (PA – Palestinian Authority) che esiste in quanto risultato di un ambiguo ‘processo di pace’ di 20 anni fa. Ha quasi completamente distrutto le istituzioni dell’OLP che una volta funzionavano, ha ridefinito il progetto nazionale palestinese di liberazione, intorno a un discorso più  ‘pragmatico’ – cioè  egoistico –   che è in gran parte tagliato intorno all’auto-conservazione, assenza di responsabilità  finanziaria e a un sistema di tribalismo politico.

Abbas non è Yasser Arafat. A parità di importanza, però, l’Arafat del 1974 era una versione leggermente differente di un precedente Arafat che era il capo del partito rivoluzionario Fatah. Nel 1974, Arafat aveva fatto una proposta di diventare uno stato che di per sé rappresentava una deviazione dal precedente impegno di Fatah nei confronti di uno ‘stato democratico per tutta la Palestina’.  Le richieste riviste di Arafat contenevano la disponibilità di accontentasi di  “instaurare uno stato nazionale indipendente su tutto il territorio palestinese liberato”. Mentre la differenza tra entrambe le visioni può essere attribuita a una reinterpretazione della strategia palestinese di liberazione, la storia ha dimostrato che era molto di più. Fino da quella data e malgrado molte dimostrazioni di forza da parte degli Stati Uniti e di Israele contro il ‘terrorismo’ di Arafat e altre cose del genere, l’OLP, quando Arafat era a capo di di Fatah   ha subito un  esame minuzioso durato 10 anni, dove gli Stati Uniti ponevano richieste rigorose in cambio di un ‘impegno’ verso l’America della dirigenza palestinese. Questa è stata la pre-condizione che ha prodotto Oslo e le sue conseguenze terribili.

Arafat è stato sempre attento ad addolcire sempre ogni sua concessione con la decisone parallela che era pubblicizzata tra i palestinesi come un trionfo nazionale di un certo tipo. A quell’epoca non c’era nessuna Hamas a rappresentare una sfida alle politiche dell’OLP, e i gruppi di sinistra nell’ambito della struttura dell’OLP erano o emarginati politicamente da Fatah o non avevano sostanziali presenze tra le masse palestinesi. Il campo era completamente libero da qualsiasi opposizione reale, e la credibilità di Arafat era raramente messa in dubbio. Perfino alcuni dei suoi oppositori lo trovavano  sincero, malgrado le loro proteste contro il suo stile e le concessioni dolorose.

L’aumento della accettabilità dell’OLP nelle arene internazionali è stata dimostrata dalla sua ammissione alle Nazioni Unite come “entità non statale” con status di osservatore, il 22 novembre 1974. La guerra con Israele e la successiva invasione del Libano nel 1982 avevano lo scopo dichiarato di distruggere l’OLP e di fatto miravano a soffocare la crescente legittimità dell’OLP nella regione e in campo internazionale. Senza una vera base di potere, in questo caso, i capi politici del Libano e di Israele calcolavano che l’OLP sarebbe crollata completamente o avrebbe capitolato politicamente.

Indebolita, ma non eliminata, l’OLP del dopo Libano era un’entità diversa di quella che esisteva prima del 1982. La resistenza armata non era più sui tavoli delle discussione, almeno non in termini pratici. Questo cambiamento andava proprio bene per alcune nazioni arabe. Pochi anni dopo, Arafat e Fatah stavano valutando la nuova realtà dal quartiere generale in Tunisia.

Il panorama politico in Palestina stava largamente cambiando. Un’insurrezione popolare (l’Intifada) è esplosa nel 1987 e molto spontaneamente si è venuta formando una dirigenza locale in tutti i territori occupati. Emergevano nuovi nomi di intellettuali palestinesi. Erano capi di comunità e combattenti per la libertà che si sono per lo più organizzati attorno a un nuovo discorso che è venuto fuori dalle università locali, nelle prigioni israeliane e nelle strade palestinesi. E’ stato allora che è nata la leggenda dell’Intifada  con personaggi come i bambini con le fionde e, le madri che si opponevano ai soldati, e una massiccia riserva di un nuovo tipo di combattente palestinese, il tutto accompagnato da una freschezza di  linguaggio e di modo di raccontare. Fatto ugualmente importante, apparivano nuovi movimenti fuori dai tradizionali confini dell’OLP. Un movimento di questo tipo è Hamas, che è cresciuto nei  numeri e nell’importanza politica in modi che  una volta si ritenevano impossibili.

La realtà si è dimostrata allarmante per gli Stati Uniti, per Israele e naturalmente, per la tradizionale dirigenza dell’OLP. C’erano abbastanza interessi acquisiti per raggiungere un ‘compromesso’. Questo, naturalmente, significava altre concessioni da parte della dirigenza palestinese in cambio di una qualche simbolica ricompensa da parte degli Americani. Questi ultimi hanno fatto con successo un test sulla reazione di Israele, cosicché la dirigenza di Israele non apparisse debole o  favorevole a compromessi. Due eventi principali hanno definito lo stadio della politica nel 1988: il 15 novembre, il Consiglio Nazionale Palestinese dell’OLP proclamava da Algeri  uno stato palestinese allora in esilio, e soltanto due settimane più tardi, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Tunisia,  Robert H. Pelletrau Junior, veniva designato come unico intermediario, la cui missione era di stabilire contatti con l’OLP.  Malgrado l’obiezione dichiarata per la mossa di Arafat,  gli Stati Uniti erano di fatto contenti di vedere che la dichiarazione simbolica era accompagnata da importanti concessioni politiche. Il Consiglio Nazionale Palestinese stipulava la creazione di uno stato indipendente sul ‘suolo nazionale’ palestinese e chiedeva di istituire “disposizioni per la sicurezza e la pace di tutti gli stati nella regione” attraverso un accordo negoziato a una conferenza internazionale di pace sulla base della risoluzioni  dell’ONU  242 e 338 e dei diritti nazionali palestinesi.

Sebbene Arafat dovesse affrontare ancora altre richieste americane – queste in verità non sono mai terminate fino alla sua uccisione presumibilmente avvenuta per avvelenamento a Ramallah nel 2004 – la decelerazione era il vero preambolo agli Accordi di Oslo di pochi anni dopo. Fin da allora, i palestinesi hanno ottenuto poco, a parte alcune vittorie simboliche iniziate nel 1988 quando l’UNGA (United Nations General Assembly) [Assemblea Generale delle Nazioni Unite] “ha riconosciuto” la proclamazione fatta ad  Algeri.  Ha poi votato per mettere al posto  del riferimento “Organizzazione per la Liberazione della Palestina”,  quello di “Palestina”.  E da allora c’è  stato un susseguirsi di vittorie simboliche, esemplificate in una bandiera palestinese ufficialmente riconosciuta,  francobolli, un inno nazionale e simili. In pratica, la realtà era decisamente  diversa in modo inquietante: i nascenti  insediamenti ebraici illegali divenivano città fortificate e una popolazione relativamente piccola di coloni si trasformava ora in una massa di oltre un milione di persone; Gerusalemme è completamente assediata da insediamenti, e tagliata fuori dal resto degli altri territori occupati; nel 1994 l’Autorità Palestinese istituita per  guidare i palestinesi verso l’indipendenza è diventata uno status permanente di una dirigenza palestinese che esisteva fino a quando Israele le permetteva di esistere; la radicalizzazione causata dalla corruzione dell’Auorità Palestinese e dal suo coordinamento della sicurezza con Israele, ha portato alla lotta civile che ha diviso il progetto nazionale palestinese tra agende faziose e agende egoistiche.

L’appoggio che la Palestina ha ricevuto alle Nazioni Unite  deve essere quanto meno rincuorante per la maggior parte dei palestinesi. L’appoggio immenso, specialmente da parte dei tradizionali sostenitori della Palestina, (la maggior parte dell’umanità, salvo poche eccezioni) indica che l’egemonia statunitense, le pressioni, e la propaganda di Israele e Stati Uniti, era, dopo tutto di poca utilità. Questo, tuttavia non va scambiato per un reale cambiamento di corso nel comportamento dell’Autorità Palestinese, che manca ancora di legittimità legale,  politica e specialmente morale tra i palestinesi che stanno cercando una spinta tangibile verso la libertà, non vittorie puramente simboliche.

Se Abbas pensa che ottenere una nuova formulazione per lo status palestinese  all’ONU, fornirebbe un teatro politico necessario per giustificare altri 20 anni di fallimenti totali, allora è sicuramente il momento di dimostrare che ha torto. Se, tuttavia, il nuovo status è usato come piattaforma per una strategia radicalmente diversa  che rilancerebbe  un discorso politico misero, con il solo scopo di unificare i ranghi di tutti i palestinesi attorno a un nuovo orgoglioso progetto nazionale, allora c’è qualche cosa che vale la pena di discutere. In effetti, non è il nuovo status che realmente importa, ma piuttosto il modo in cui viene interpretato e usato. Mentre la storia non è esattamente promettente, il futuro avrà l’ultima parola.

Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive su giornali di vari paesi del mondo e che dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father was a Freedom Fighter:Gaza Untold Story[Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza non raccontata] (Pluto Press, London).

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/palesatine-s-new-status-by-ramzy-baroud

Originale: Ramzy Baroud’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/8915

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